27 MAGGIO 2018

Band torinese attiva fin dal lontano 1998 (benchè scioltasi nel 2008 senza aver prodotto alcun album ufficiale, riformatasi nel 2010 e arrivata al debutto discografico solo nel 2013 con l'album Waiting For Punishment) questi Dying Awkward Angel arrivano nel 2018 alla pubblicazione del loro secondo full lenght, il presente Absence Of Light, e lo fanno all'insegna del death metal melodico di chiara matrice Svedese, con gli At The Gates come numi tutelari principali, benchè il sound dei Nostri non sia scevro di influenze e peculiarità in grado di rendere la loro proposta qualcosa di più di una sterile riproposizione fedele di quanto codificato dagli autori di Slaughter Of The Soul; In particolare ,sono un certo uso della melodia e del riffing a rendere la proposta della band maggiormente personale, avvicinandola a sonorità più moderne in virtù di un approccio più groovy al riffing, di tanto in tanto, e di un approccio melodico meno opprimente e claustrofobico rispetto a quello reso famoso,oltre che archetipico ,dalla band di Goteborg.

L'opener Blood Of Your Blood è rivelatrice in tal senso, col suo attacco perfettamente in stile ATG (benchè l'armonizzazione delle chitarre renda il riffing meno scabroso, avvicinandolo a quello di act meno morbosi quali Dark Tranquillity o primi In Flames) bissato da una strofa dall'approccio estremamente groovy e moderno sfociante in un refrain estremamente melodico, ma non tanto da risultare stucchevole, per un brano graziato nel suo scorrere da ottimi riff armonizzati in puro Goteborg style per un risultato finale piuttosto classico, ma comunque molto godibile.

La successiva Death Coach picchia duro, spogliata com'è dall'approccio maggiormente groovy nel riffing del brano precedente, e punta dritto al sodo con uno sviluppo che più At The Gates (periodo Slaughter Of The Soul) non si può, benchè l'utilizzo maggiormente acido della melodia permetta al brano di non ridursi a semplice tributo di quel sound così influente e di risultare molto godibile, anche grazie alla maestria della band nel gestirne lo sviluppo dinamico, fra porzioni Swedish, incursioni in blast beat e rallentamenti vertiginosi (benchè lontani dalla staticità dei breakdown di marca deathcore) dall'ottima resa, per un brano che non mancherà di soddisfare gli amanti di queste sonorità.

E' un sinistro arpeggio distorto a introdurre la successiva Isaiah 53.7, brano dai toni apocalittici che si sviluppa, almeno inizialmente, su tempi meno parossistici rispetto ai due brani precedenti, assestandosi su un roccioso mid tempo in cui spicca un approccio nuovamente moderno al riffing, soprattutto nel riff chiamato a sorreggere la strofa, con i suoi armonici piazzati a smorzarne la monoliticità, e nei rallentamenti del brano, stavolta si piuttosto vicini ai breakdown di scuola deathcore, benchè anche stavolta la band,grazie alle variazioni dinamiche del brano e a melodie dai toni cupi molto riuscite riesca a evitare che queste porzioni finiscano per appesantire troppo il pezzo,che invece risulta funzionale e vincente.

La successiva Shade si apre con suoni sintetici che lasciano subito strada a un brano estremamente trascinante, nel suo approccio nuovamente Swedish al 100 %, costruito attorno alla melodia vincente e di facile presa del suo riff portante e a strofe potenti e impattanti, per un pezzo che scorre fluido nella sua breve durata, con i consueti rallentamenti chiamati a spezzarne l'andamento ed evitargli così uno sviluppo eccessivamente monocorde.

Si prosegue con Dolls, brano dall'approccio deliziosamente old school nel suo riff d'apertura, smorzato da melodie dal tono tragico e malinconico molto efficaci. Ancora una volta la band si dimostra abile nella gestione dinamica dei brani, grazie a variazioni di intensità, tempo e impatto che conferiscono al pezzo un andamento interessante e variegato, pur senza perderne mai di vista il punto focale. Altro aspetto in cui la band si dimostra abile è la capacità di inserire nel costrutto old school del proprio sound elementi maggiormente moderni senza che questi vadano a inficiare la resa finale dei brani, e questo pezzo ne è un esempio perfetto, con i suoi rallentamenti vertiginosi nuovamente in odore di deathcore che la band riesce però a inserire e gestire in modo vincente e funzionale, risultando così godibile sia per quegli ascoltatori maggiormente avvezzi a sonorità più datate che per quelli maggiormente affini a sonorità più moderne.

La successiva Sancta Sanctorum si apre con uno splendido riff melodico adagiato su un tempo contenuto che non può non rimandare ai meravigliosi Hypocrisy del periodo Abducted/The Final Chapter. La presa emotiva (e anche nostalgica) è immediata, e il brano prosegue sviluppandosi attorno a questo tema portante molto riuscito con un andamento molto lineare e catchy adattissimo ad enfatizzare l'impatto di questa intuizione melodica vincente, con riff avvolgenti, linee vocali molto azzeccate e un refrain efficace e di facile memorizzazione che funge da perfetto apice emotivo per quello che risulta essere il brano più immediato dell'intero lavoro.

La successiva Absence Of Light, title track dell'album, non è che un interludio strumentale guidato da cupi arpeggi ed evocative orchestrazioni che va a sfociare in Maldita Seas, brano dove l'intensità e l'aggressione tornano a farla da padrone, con un approccio nuovamente Goteborg sound brutalizzato da porzioni in blast beat che ne estremizzano l'impatto, così come le dinamiche thrash-death che ne impreziosiscono il costrutto, prima che melodie nuovamente apocalittiche vadano ad aumentarne il gradiente evocativo, senza però prendere il sopravvento in un brano che spicca maggiormente per le sue porzioni impattanti, non trovando le porzioni melodiche lo spunto giusto che le renda memorabili. A conti fatti, il brano più anonimo dell'album, nonostante l'ascolto risulti comunque piacevole e trascinante.

Di tutt'altro tenore la successiva Dust Devil, il cui riffing trascinante colpisce duro e senza pietà, dopo un'introduzione tesa e tambureggiante. Ottimo lo sviluppo del brano, semplice ed efficace, così come le progressioni armoniche del pezzo, molto efficaci nel loro lavoro di accumulo e rilascio della tensione. Un brano che punta tutto, vincendo, sull'impatto e la presa melodica dei suoi riff, andando dritto al sodo e facendolo in modo assolutamente convincente e coinvolgente; Insomma, un centro pieno, che non spiccherà magari per originalità, ma la cui resa è indiscutibile.

Si prosegue con Tusk, e sono nuovamente gli Hypocrisy dei tempi d'oro a fare capolino nel costrutto musicale del quintetto torinese (composto da Michele Spalleri alla voce, Edoardo Demuro e Lorenzo Asselli alle chitarre, Davide Onida al basso e Luca Pellegrino alla batteria), per un mid tempo tanto roccioso nelle strofe quanto avvolgente nelle porzioni in cui è la melodia a prendere il sopravvento. La band si dimostra ancora una volta a suo agio nel gestire questo stile, sfornando nuovamente un episodio tanto lineare quanto convincente, il cui arrangiamento fluido è perfettamente funzionale alla presa emotiva del pezzo e permette alle melodie del brano di conficcarsi a fondo nell'orecchio dell'ascoltatore. Un brano riuscitissimo.

L'album si conclude con Killing Floor, in cui le note di un sinistro Carillon e il pianto di un bambino fanno da inquietante introduzione all'ingresso di evocative chitarre richiamati atmosfere da apocalisse imminente, prima che il brano esploda furibondo in puro swedish stile, con rimandi old school assolutamente deliziosi e impattanti. Anche l'impostazione vocale si fa più cupa e profonda, per un brano che integra al suo interno influenze rimandanti anche alla scuola Svedese di Stoccolma, nonostante l'approccio melodico di certe soluzioni tradisca le comunque onnipresenti radici del classico Goteburg sound nel costrutto musicale della band. In mezzo a questo assalto sonoro, l'uso di una voce femminile lascia abbastanza spiazzati, ma l'utilizzo che ne viene fatto calza comunque con l'atmosfera drammatica della composizione e finisce per non stonare affatto nel risultato finale di uno dei pezzi migliori dell'intero lotto, prima che un riff rallentato e apocalittico ci porti sfumando alla fine del brano, e con esso alla fine dell'intero lavoro.

Un album che vive quindi in bilico fra tradizione e tendenze più moderne all'interno del death metal melodico, benchè l'approccio della band faccia si che anche le parti più accostabili alle sonorità meno datate del genere vengano permeate dall'impatto più corposo di quelle più old school, per un risultato magari non originalissimo ma assolutamente godibile e ottimamente suonato, che denota perizia tecnica e capacità di maneggiare la materia di riferimento con padronanza e competenza.

Seguaci del death metal melodico più aggressivo e drammatico, date una chance a questo disco: potrebbe piacervi parecchio.

 

Edoardo Goi

75/100