29 OTTOBRE 2017

Quando la redazione mi ha passato l’album da recensire, ho subito pensato di avere tra le mani il solito disco di cover di canzoni pop anni ’80 rivisitate in chiave hard-rock. Ho iniziato l’ascolto, devo essere onesto, con qualche pregiudizio; non che io non ami in assoluto questo genere di rivisitazioni solo che, di solito, tranne qualche eccezione, questi tipi di arrangiamenti cross-genere li trovo poco credibili alle orecchie di chi è abituato ad un certo tipo di sonorità.

L’ascolto delle prime tracce quindi non è stato molto incisivo, ma dopo qualche minuto mi sono accorto che quello che avevano prodotto i Moonlight Desires era tutt’altro che poco credibile. Complice il fatto che alcune delle canzoni inserite nell’album sono molto conosciute in Canada, ma poco in Italia, ho avuto presto la sensazione di ascoltare non un album di cover di hit pop, ma dei pezzi hard-rock ben concepiti e suonati anche meglio. Proseguendo l’ascolto poi mi sono imbattuto in artisti di calibro internazionale e ben noti anche dalle nostre parti come Duran Duran, Simply Red, Rod Stewart e Level 42. 

Decisamente incuriosito, sono andato subito a conoscere qualcosa in più riguardo alla band ed al concept che sta dietro alla creazione dell’album. 

Ho immediatamente scoperto che i membri della band non sono nuovi al panorama musicale, in particolar modo canadese. Il frontman Trevor Ziebarth, prima dei Moonlight Desires, militava negli “Of The North” e prima ancora nella band/show televisivo Canadese “Sons Of Butcher”. Questa serie animata è stata trasmessa anche in Italia nei primi anni 2000 dal canale “All Music” e doppiata dal Trio Medusa; chi, come me, era solito capitare su quel canale conoscerà bene il leader della band. Gli altri componenti dei Moonlight Desires (Jay Ziebarth basso e cori, Marco Bressette chitarra solista, Nicholas K. Daleo chitarra solista e Chris Bell, batterista) hanno tutti alle spalle esperienze con altre band: Chore, Threat Signal, The Inflation Kills, Davids.

Quello che sto per recensire è il secondo album della band; il primo “Frankie goes to Hamilton” (uscito anche questo con l’etichetta Butcher Records) era una raccolta di cover in chiave hard-rock di love-songs; il quintetto Canadese decide di proseguire su questa linea dedicandosi alle più famose hit pop comprese tra gli anni ’81 e ’85 (da qui il nome dell’album: Just The Hits 1981-1985).

 

La traccia che apre l’album, uno dei maggiori successi di Lawrence Gowan “A Criminal Mind”, lascia subito intendere la qualità del lavoro della band; il riff di chitarra, che accompagna il crescendo iniziale, è un degno tributo all’idea dell’autore della canzone, ma rivisitato ottimamente in chiave Hard & Heavy. L’assolo di chitarra centrale non è particolarmente virtuoso, ma l’idea di richiamare la melodia della linea vocale è azzeccata; ci porta ad un secondo crescendo, questa volta accompagnato da delle ritmiche decisamente più presenti. La chiusura è magistrale: mette in risalto le doti tecniche dei singoli musicisti aumentando l’intensità della canzone fino a sfumare rapidamente.

La traccia seguente, “Sunglasses At Night” di Corey Hart, è uno delle migliori dell’album. L’aumento dei bpm rispetto alla versione originale alza l’intensità dell’album rispetto alla canzone che ha aperto il disco. Spicca l’ottimo lavoro della seconda chitarra che si discosta dalle ritmiche per accompagnare tutta la canzone con lead ispirati alla hit dell’84. 

Proseguiamo questo viaggio nel passato in chiave Hard-Rock con “Out Of Touch” di Hall & Oates. La canzone parte con un intro di basso e batteria al quale si aggiungono le altre due chitarre e prosegue nel classico stile hard-rock: riff taglienti, verso in palm-muting e ritornelli melodici. Una menzione particolare va all’assolo che precede l’ultimo ritornello, sicuramente degno di nota.

La numero 4 è forse una delle canzoni più conosciute anche dalle nostre parti, stiamo parlando di “Hungry Like The Wolf” dei Duran Duran. La canzone riprende la scia lasciata da quella precedente e si lascia ascoltare piacevolmente. Unica pecca il bridge che porta all’ultimo ritornello e quindi alla chiusura:  in questo caso avrei apprezzato una scelta differente per quanto concerne la linea vocale, a mio avviso troppo scontata.

“Young Turks” di Rod Stewart parte con un intro dove il basso e la chitarra si intrecciano meravigliosamente e ci trascinano nel primo verso. La canzone è impreziosita da bellissimi fraseggi di chitarra, come quello che porta all’ultimo ritornello. Ottima anche la decisione di variare la chiusura rispetto alla canzone originale con una più potente e decisa.

Proseguiamo l’ascolto con “Bettie Davis Eyes” di Kim Carnes. Questa canzone non offre spunti particolarmente brillanti; è in linea con le altre per quanto riguarda l’arrangiamento, ma non è sicuramente una delle migliori. La canzone alterna verso-ritornello fino all’assolo a cui segue l’ultimo ritornello. L’ennesima chiusura con riff principale ripetuto e breve assolo di chitarra risulta un po’ stucchevole arrivati a questo punto dell’album. 

“Holding Back The Years” dei Simply Red, insieme alla canzone precedente, abbassa l’intensità generale. Nota positiva sicuramente l’assolo di chitarra ispirato a quello di tromba presente nella canzone originale.

“Valerie” di Steve Winwood alza di nuovo il ritmo. Ho particolarmente apprezzato il bridge tra il verso ed il ritornello dove si passa da suoni distorti a quelli della chitarra clean per riproporre l’abbassamento del ritmo presente nella canzone dell’82; molto bello anche l’assolo dove le due chitarre si intrecciano e accompagnano la voce dentro il verso successivo. Sicuramente uno dei pezzi migliori.

La traccia seguente è “Promises Promises” dei Naked Eyes. La canzone si lascia ascoltare piacevolmente: l’arrangiamento è ottimo, soprattutto per quanto riguarda i versi ed i due assoli di chitarra, quello centrale e quello di chiusura. 

La penultima canzone, “Something About You”, apre con un intro breve ma coinvolgente che lascia poi spazio al verso in palm-muting. Magistrale l’interpretazione del ritornello da parte del cantante Trevor Ziebarth, che mette in mostra le sue doti vocali. Bella anche la chiusura, che si discosta da quella della canzone dei Level 42, decisamente più potente e trascinante. 

La chiusura è affidata alla celebre “Power of Love” dei Frankie Goes To Hollywood. L’intro ricorda stilisticamente quello della traccia precedente, il verso è massiccio con il basso e la batteria che marcano il battere. La canzone si apre poi nel chorus per poi richiudersi nel verso. Questo “Sali-scendi” ci porta dritti all’ultimo ritornello che ci trascina fino alla fine del pezzo accompagnato da un assolo di chitarra melodico che sfuma insieme alla canzone. 

 

Il mio giudizio finale sul lavoro dei Moonlight Desires è sicuramente positivo. Un album non impegnativo, ma divertente e piacevole da ascoltare. E’ consigliato non solo a chi già conosce le canzoni rivisitate dal quintetto Canadese, ma anche a chi cerca un buon prodotto hard-rock “da ascoltare durante un viaggio in macchina o bevendo una buona birra” (citando gli stessi Moonlight Desires).

Avrei preferito che la band facesse un lavoro maggiore sulle liriche, interpretandole in maniera diversa e magari “sporcandole” un po’ laddove il pezzo lo richiede. Spesso ho avuto la sensazione che il lavoro di Trevor Ziebarth ricalcasse troppo quello degli autori originali delle canzoni presentate in questo album. 

 

Claudio Buricchi

72/100