12 AGOSTO 2017

I ragazzi di Madicine Hat, dopo  il precedente EP “Ashes of the unborn” pubblicato nel 2016, debuttano col loro primo album “Toxic playground” rilasciato nel giugno appena trascorso. 

Ascoltando questo debut album risultano lampanti le influenze di formazioni quali Pantera e Lamb of God (per ammissione del quintetto stesso), e di qualcos'altro proveniente da Alternative, Groove, Core di varia matrice e Nu Metal. Stilisticamente parlando, per quanto volutamente derivativa, la proposta della band canadese rimane comunque interessante e capace di camminare, più o meno, sulle sue gambe. 

Si ha l'impressione di essere pervasi dalle radiazioni e che ogni nota, vocale e strumentale, sappia di stantio e sia morta per mano di chissà quale liquido tossico abbandonato nei meandri di qualche fogna. Per cui sì: c'è una identità stilistica e già questo è un buon punto di partenza. Nonostante la produzione depotenzi, e di parecchio, il sound generale il risultato finale, piaccia o non piaccia, è comunque abbastanza solido (e  ricordiamo che è autoprodotto). 

Tra i pezzi migliori segnalo “Blind” cattiva al punto giusto, dove nel minuto finale, composto prevalentemente da urla marce e disperate, regala uno dei frangenti più oscuri e devastanti di tutto l'album.

La mia preferita “Razor blade regrets”, forse la traccia più completa ed incisiva di tutto il pacchetto, gode di un impatto iniziale discreto; l'attacco di batteria ed il riff annesso entrano facilmente in testa. Tutto il pezzo mantiene una buona atmosfera per tutta la durata senza mai strafare. Forse le liriche circa il suicidio, per quanto crude, lasciano parecchio a desiderare e purtroppo risultano sin troppo stereotipate, ma poco male.

La title track, un poco altalenante, regala un finale in crescendo da headbanging assicurato.

Cito, per completezza, l’assolo di “Confessions”, nulla di trascendentale o che non si fosse mai sentito prima, ma l'impatto che ha nel contesto, il modo con il quale s'intreccia con le vocals rabbiose ha il suo perché. 

Ed infine Ambushed che a livello tecnico e compositivo è forse la più ispirata di tutto l'album.

In conclusione tra scream discretamente marci, alcuni buoni pezzi ed un buon amalgama di elementi presi da altre parti e idee proprie, “Toxic Playground” svolge il suo mestiere. Non un disco perfetto ma si lascia apprezzare e se masticate il genere sarà un buon passatempo; sono, infine, convinto che durante i live, se amate pogare e fracassarvi il collo a furia di sbattere la testa, i Nuclear Oath facciano al caso vostro (e mio).

 

Jonathan Rossetto

70/100