6 APRILE 2019

 

DOMANDE A CURA DI MAURO SPADONI

 

Benvenuti FIRMO (o dovrei dire solo Gianluca Firmo?) sulle pagine di Insane Voice Labirynth. Da qualche tempo è uscito il vostro ultimo album dal titolo “Rehab”. Potete presentare voi stessi e questo nuovo lavoro in studio ai nostri lettori?

 

Ciao a voi e grazie dell’invito. Beh…molto sinteticamente la line-up è composta da me (Gianluca) che ho scritto i brani, li ho cantati e ho suonato le tastiere, Daniele Valseriati alla batteria, Nicola Iazzi al basso, Mattia Tedesco alle chitarre e Davide Barbieri ai cori.
In più alcuni amici a cui ho chiesto di partecipare come ospiti: Mario Percudani, Paul laine, Stefano Zeni, Pier Mazzini e Carlo Poddighe.
Direi quindi che FIRMO va benissimo, visto che il disco è il risultato del lavoro di noi tutti e non solo del mio.
Credo che ogni disco rifletta le influenze dei musicisti che ne fanno parte e anche questo non fa eccezione. Gran parte di quello che mi piace ascoltare e che mi fa amare la musica è finito anche in questo lavoro. Poi come sempre ogni ascoltatore sentirà qualcosa di diverso, sia da quello che sentono gli altri, sia da quello che avevo intesta io.
L’elemento che ho cercato di rendere distintivo nel disco, però, è il sound un po’ in controtendenza. Non credo nell’originalità ad ogni costo (perché a volte diventa fine a se stessa e trovo noioso tutto ciò che mi suona troppo “costruito”) e quindi il mio interesse è stato esclusivamente quello di produrre un disco che offrisse un’alternativa, così, in un mare (oceano?) di uscite dal suono boombastico e super-potente, ho cercato di focalizzare l’attenzione più sulla naturalezza e sul calore del suono.

 

Come sono state le reazioni in ambito nazionale ed internazionale in merito all'uscita di “Rehab”?

 

È sempre una domanda difficile a cui rispondere, visto che chi non ha espresso un giudizio può averlo fatto perché non conosce il disco, ma anche perché invece lo conosce e non lo apprezza. Fatta questa premessa, però, devo dire che io sono davvero molto soddisfatto. Chi ha avuto l’occasione di ascoltarlo mi ha dato generalmente feedback molto positivi, in alcuni casi addirittura entusiastici.
È anche stato recensito da moltissime webzine e giornali storici (Burrn!, Rockhard) e ne è uscito sempre molto bene in quasi tutti i paesi: in particolare direi che Spagna, Sudamerica, Germania, Francia e Giappone ne hanno tessuto grandi lodi. In Inghilterra, invece, le recensioni, pure mediamente positive, sono state più altalenanti. Sarà colpa del mio accento non proprio British? Ahah. Battute a parte, sto scoprendo in questi anni che ogni nazione ha un gusto molto peculiare e anche piccole sfumature nel songwriting o nella produzione possono fare una grande differenza nel modo in cui un disco viene recepito.
Ecco perché credo fortemente nel creare un’opera di cui essere orgogliosi e soddisfatti a prescindere dalle reazioni. Se poi anche le reazioni sono gratificanti, come è stato, tanto meglio.

 

Quale è stato l'apporto degli altri musicisti in sede di composizione delle canzoni?

 

In questo caso, essendo i brani stati già scritti, l’apporto è avvenuto solo in sede di arrangiamento e di scelta dei suoni, ma è stato fondamentale, senza tanti giri di parole. In primis perché tutti i musicisti coinvolti sono pieni di talento ed hanno grande gusto. E poi perchè ho potuto rivedere la struttura di alcuni pezzi alla luce dei loro consigli e idee.
L’unico piccolo rammarico è che dovendosi muovere all’interno di una cornice già predisposta il loro enorme estro è stato necessariamente un po’ limitato.
Credo che sia un compromesso inevitabile quando, invece che tutti insieme, si lavora spalla a spalla con un musicista alla volta. Altrimenti si corre il rischio di avere arrangiamenti fatti da parti splendide, ma a cui manca unitarietà e coerenza o, almeno, una personalità ben chiara.
Certo…poter lavorare tutti insieme per costruire da zero la canzone sarebbe la cosa migliore, ma richiede tempi che non è facile trovare e costi che non è facile sopportare.
Io di sicuro ho avuto l’occasione di apprendere molto da ciascuno di loro, sia per il loro approccio che per i loro consigli.

 

Come nasce una canzone di Gianluca FIRMO?

 

Due cose ho molto chiare nella testa quando scrivo una canzone: uno, il ritornello deve essere il momento culminante. E due, non importa quanto complicata sia l’armonia o la struttura di una canzone, chi la ascolta deve sempre avere la percezione istintiva che si tratti di qualcosa di molto semplice.
Poi la differente preparazione permetterà ad ognuno di cogliere particolari diverse e con diversi livelli di profondità, ma questo deve avvenire dopo. Per me una bella canzone è quella che ti colpisce subito, ma che ad ogni ascolto ti permette di scoprire qualcosa di nuovo.
La melodia nasce nei modi più disparati: canticchiando per strada, suonando la tastiera, svegliandomi con in testa una canzone inesistente sentita in sogno… tutto è musica e tutto quello che mi accade intorno, lo converto istintivamente in ritmo e melodia.
Di solito quando un’idea mi sembra buona, registro un memo col mio telefono. Poi, se riascoltandola a distanza di tempo mi sembra ancora buona, ci lavoro su per trasformarla in una canzone. Di solito in questa fase uso molta tecnologia, midi e sample, per costruire il più possibile anche l’arrangiamento e la struttura definitivi.
Ovvio che così facendo manchi ancora tutto il calore degli strumenti reali, ma creare una pre-produzione già ben definita aiuta molto il lavoro successivo.
Il testo quasi sempre lo metto alla fine, perché è la cosa che meno mi piace fare. Però, come si dice, me tocca e quindi….

 

Quali sono le influenze principali dei vari musicisti coinvolti nel progetto?

 

Abbiamo tutti un background molto diverso, ma come sempre ci sono anche alcuni punti comuni, grazie ai quali possiamo definirci affini.
Io adoro praticamente tutto ciò che è uscito nel periodo 86-92, dal pop, al metal, passando per il rock. Mi piacciono molto anche certa musica country e molta musica classica, lirica e sinfonica. Però storicamente in cima alle mie preferenze ci sono sempre stati i Bon Jovi, gli Europe, Bruce Spingsteen e gl Eagles.
Daniele è più orientato al metal, al prog e al thrash, ma non trascura anche i generi più morbidi. Nicola ha un passato da blackster, ma ama anche i Police, Oasis e il sound rock di matrice britannica. Mattia ha uno spettro ancora più ampio, dovuto anche al suo lavoro di turnista, e va da Iron Maiden e Van Halen a Mina e Celentano, passando per Christopher Cross e Vasco Rossi. Davide Barbieri, invece è decisamente più orientato al rock di matrice ottantiana: anche lui con una predilezione per i Bon Jovi dell’epoca d’oro.

 

Come ha accolto il pubblico le vostre nuove canzoni in sede live?

 

In realtà non c’è stata ancora l’occasione di suonare dal vivo. Un po’ per gli impegni con le proprie band dei singoli musicisti. E un po’ (molto) per colpa mia, che in questi mesi ho avuto veramente pochissimo tempo per pensare ad altro, visto che sto anche finalizzando i lavori del nuovo disco dei Room Experience, in uscita a breve sempre per Burning Minds Music Group. Però, spero di poterti rispondere a questa domanda abbastanza presto, possibilmente non sporco di pomodoro.

 

In quali città avete avuto modo di far conoscere la vostra musica suonando i pezzi presenti su “Rehab”?

 

Nessuna per ora, per i motivi che ho spiegato prima. Tra l’altro la componente live credo sia un aspetto fondamentale anche nell’auto-promozione di un disco, sia perché consente di farlo ascoltare sotto una veste diversa, sia perché permette di conoscere di persona tante persone che supportano le fatiche in studio.

 

Credete che in Italia ci sia spazio per la vostra proposta musicale o vi rivolgete principalmente al mercato internazionale?

 

Per mia natura, in tutto quel che faccio preferisco non porre limiti, quindi non mi piace l’idea di produrre un disco solo per l’Italia. La musica, soprattutto al giorno d’oggi, può potenzialmente essere ascoltata da tutti, quindi mi sembra molto naturale pensarla per un mercato internazionale.
Detto ciò, credo anche che ogni stile abbia il suo momento di “gloria mainstream” in relazione alle mode e ai costumi di un’epoca. Passato quel momento, non tornerà mai ad avere la stessa visibilità (se non attraverso i mostri sacri e rarissime nuove leve) e comunque non suonerà mai allo stesso modo.
Però, altrettanto, non morirà mai e resterà viva per tutti gli appassionati di un certo genere. Io credo ci sia spazio per ogni tipo di proposta, e credo che sia doveroso proporre quello che si ama, ma bisogna farlo con la consapevolezza di chi sa di rivolgersi a una nicchia di appassionati, con tutto quel che ne consegue.

 

Descrivete usando tre parole la vostra proposta musicale.

 

Orecchiabile. Positiva. Varia.

 

Bene l'intervista è finita e nel ringraziarvi vi informo che adesso avete a disposizione tutto lo spazio che volete per dire la vostra. A voi!

 

Prima di tutto, grazie a voi per l’ospitalità e il supporto (vista anche la bella recensione di qualche settimana fa) e ai lettori di Insane Voices Labyrinth per l’attenzione. Spero che la musica continui a portare tanta energia nelle vite di tutti. Io ci metto tutto quello che posso e tra poco torno insieme a David Readman, Davide Barbieri, Steve De Biasi, Simon Dredo e Pierpaolo Monti per presentarvi il nuovo Room Experience: così accontento anche il mio lato boombastico.
A presto, in giro!