3 FEBBRAIO 2019

 

DOMANDE A CURA DI MELISSA GHEZZO

 

Benvenuti su IVL, come prende vita la vostra band?

 

Prima di tutto un saluto a tutti voi e ai vostri lettori. È un grande piacere per me Gabriele Di Caro, voce degli Orphan Skin Diseases, fare questa conversazione con voi. Gli Orphan Skin Diseases prendono vita nel 2015 da un’idea di Max Becagli, il nostro batterista, che ha proposto a me a David Bongianni e a Juri Costantino, un progetto musicale con lo scopo di generare un Rock con un sound che potesse dare spazio alle nostre diverse influenze e comporre brani originali che raccontassero il mondo dei nostri giorni. A noi quattro si è poi aggiunto Dimitri Bongianni, il quinto elemento, che condivide con me le parti vocali delle 14 tracce che compongono Dreamy Reflections, nostro disco di esordio pubblicato nel luglio 2018 per la Label Logic-IL-logic del gruppo Burning Minds Music.

 

Perchè la scelta del nome “Orphan Skin Diseases”?

 

Ti ringrazio per questa domanda, visto che il nostro nome ha generato qualche misunderstanding stranamente proprio nei media inglesi, e nel nord Europa.

Il nome Orphan Skin Diseases è la denominazione delle malattie rare della pelle, esiste un database mondiale a cui fanno riferimento i medici di tutto il mondo, documentando i trattamenti eseguiti quando si trovano a dover curare pazienti per malattie su cui nessuna casa farmaceutica o laboratorio di ricerca investe né tempo né denaro, perché sono malattie talmente rare che non darebbero alcun profitto economico.

Noi ci siamo sentiti filosoficamente vicini a questo concetto, perché vogliamo raccontare la vita di chi fa fatica a sbarcare il lunario, degli ultimi e, in fondo, essere un musicista di Alternative rock o Heavy Metal in Italia significa far parte di una nicchia che è sempre relegata ad esempio negativo dall’opinione pubblica.

 

Lo scorso luglio è stato rilasciato il vostro primo lavoro discografico, qual è il filo conduttore che unisce i brani del disco?

 

Sì, il 13 luglio, è stato pubblicato Dreamy Reflections, un disco composto da 14 tracce in cui abbiamo voluto raccontarci in modo completo, raccontando le nostre gioie, le nostre paure e le nostre debolezze. Consapevoli che non esiste “ la verità assoluta” e che nessuno ha le famose “risposte”.

Il filo conduttore di Dreamy Reflections è la vita, è l’essere umano, è il bisogno di essere e non di apparire, raccontato attraverso le nostre vite.

In ogni testo e in ogni nota del disco trovi un pezzo delle nostre vite.

Per capire quello che ti dico, ascolta Fatherend e Leave a light on, consapevole che sono state scritte come commiato a due dei nostri genitori che sono scomparsi nei mesi in cui stavamo componendo Dreamy Reflections.

 

Cosa vorreste trasmettere a chi vi ascolta dall'inizio e a chi si avvicina ora alla vostra musica?

 

Cerchiamo di raccontare la vita dei cittadini del mondo del 21esimo secolo, dove la prevaricazione del prossimo è diventata una regola, dove l’omologazione agli status simbol sono la regola e dove ormai si surroga la vita ai social network perché non siamo più capaci di avere rapporti umani reali.

Abbiamo voluto dare un messaggio che propone all’ascoltatore di tornare proprietario della propria vita.

 

Mi è spesso capitato di partecipare a live in cui la gente non era molto attiva o con scarsa affluenza, notando spesse volte il poco coinvolgimento da parte della band sul palco. Secondo voi qual è l'approccio migliore per scaldare il pubblico?

 

Sai Melissa, il pubblico si scalda quando vede che stai mettendo l’anima in quello che fai, non puoi piacere a tutti, ma devi essere vero e sul palco devi metterci tutta la passione e devi cercare di trasmettere il tuo messaggio, che ci siano 10 persone o che ce ne siano 3000. Certo qualcosa da dire ce lo devi avere, altrimenti... 

 

C'è un tour in programma, magari fuori dalla nostra bella Italia?

 

Stiamo pensando ad un tour di concerti a giro per l’Europa da combinare con la promozione di Dreamy Reflections che deve tenere conto anche del marketing discografico. Ci stanno proponendo più di una opzione e paesi diversi in cui suonare, ma organizzare tutta la logistica richiede tempo e una programmazione delle date per gestire gli spostamenti cercando di fare meno chilometri possibile tra una data e la successiva.

Il disco viene passato anche sull’FM francese e sarebbe bello poter suonare anche là.

Ci sono i paesi del nord Europa e della penisola scandinava che per noi sono molto interessanti per promuovere il disco e suonare live, ci vengono proposti anche altri itinerari nell’Europa dell’est e crediamo che sarà emozionante suonare dal vivo la nostra musica toccando città come Sofia, Budapest o Brno e Praga. 

 

Cosa vi differenzia da chi, come voi, propone l'alternative rock?

 

Noi crediamo di avere la nostra impronta, il nostro groove, anche solo il fatto che le nostre lyrics spesso sono strutturate su due voci soliste si differenzia dalla maggior parte del sound delle band Alternative.

Non riteniamo che sia migliore di quello di altre band, ma crediamo di avere proposto una nostra personale visione dell’Alternative Rock dentro Dreamy Reflections.

 

Le vostre precedenti esperienze musicali in che modo hanno influenzato l'attuale sound?

 

Credo che il sound degli Orphan Skin Diseases nasca proprio dalla contaminazione di diversi generi di Rock e poggia le proprie fondamenta su ogni singola esperienza di ognuno di noi.

Juri ad esempio ha suonato Progressive Metal, Max ha esperienze nel Classic Metal e avevamo già suonato inseme negli Outlaw facendo Hard Rock, io ho avuto esperienze Metal negli anni 90 cantando anche nei Sabotage, David ha suonato Heavy Metal e anche Grunge insieme a Dimitri. Credo che ascoltando Dreamy Reflections si possano sentire tutte queste influenze.

 

Ci piacerebbe che condivideste con i nostri lettori una riflessione sull'attuale scena musicale italiana.

 

Purtroppo il pubblico nostrano punta le sue attenzioni su generi musicali come la scena rap o la trap che sinceramente a noi non piacciono, sia dal punto di vista tecnico sia dal punto di vista comunicativo che trovo molto stereotipizzati, dicono praticamente tutti la stessa cosa. Però non ci possiamo nascondere dietro a un dito e si deve ammettere che questo movimento è molto seguito dalla generazione dei millenial e dai teenager e purtroppo anche dai media, i network radiofonici che devono fare audience non possono evitare di cavalcare l’onda.

Noi comunque crediamo che la scena musicale Rock italiana non sia male, ci sono buone proposte AOR, ci sono discrete band Hard Rock, ci sono band interessanti anche nel Progressive Metal. Forse il problema della scena rock italiana sono gli spazi dove diffonderla e per questo ti ringraziamo per dare visibilità a band come noi Orphan Skin Diseases.

Un saluto a tutti.

Stay Rock!