8 DICEMBRE 2018

Dion Bayman è un autore australiano tornato sulle scene col recente “Better Days” lo scorso 21 settembre. Il prodotto in questione, composto e suonato dal solo Bayman, si propone come una versione moderna di quel melodic rock vecchio stile; l’impressione sarà che ogni nota ascoltata sia stata catturata con la macchina del tempo e gettata nel mercato odierno con le dovute precauzioni del caso. Il risultato ha un sapore abbastanza delicato, di facile ascolto e fruibilità, confezionato ad arte per essere trasmesso in una qualunque radio di tutto il mondo. Sino a questo punto nulla di particolarmente strano. Il problema di questo lavoro non risiede nel come suona, nel come è prodotto o nel come ci si possa ritrovare a canticchiare qualche piccolo motivetto nei momenti più disparati della giornata…. No. Il problema sta proprio nel fatto di essere un prodotto dannatamente derivativo, non del tutto per carità ma quasi, e che se comparato ai maestri da cui trae ispirazione il confronto proprio non regge. E dulcis in fundo la sua natura catchy e radiofonica a più riprese gli si ritorce pure contro. Per tramutare queste teorie in fatti dimostrati prendiamo in analisi “The best times of my life”…. e già dal titolo si intuisce dove voglia andare a parare. Tutto sommato piacevole l’atmosfera da: “ti racconto qualcosa di mio davanti ad un falò con una chitarra in mano e tanta, ma non troppa, spensieratezza”, a tratti intimo e sempre orecchiabile; ma è lampante quanto tutto il castello di carta montato da Bayman sia stato costruito ad arte per essere distribuito ovunque e permettere a tutti di potersi immedesimare nelle sue parole, nei suoi accordi e, di conseguenza, nel suo prodotto, che, purtroppo, finisce col sembrare finto.   Per quanto tutte le tracce siano ben variegate, rendendo, come detto prima, l’ascolto in fin dei conti piacevole, l’esempio fatto pocanzi vale per tutte le altre nove sorelle; per cui non si sa se fidarsi sino in fondo del sapore zuccheroso, spesso tendente al dolceamaro , dei pezzi, di tutti quei temi cliché citati nei testi e della produzione gracchiante degli strumenti. Ma sono convinto che se le masse si accorgeranno di questo prodotto difficilmente non lo apprezzeranno, vista la sua natura, ed in fin dei conti nemmeno il sottoscritto se la sente di bocciarlo in pieno.  Per un ascolto senza particolari pretese e di facile fruibilità, diciamo che il suo lavoro lo svolge, ma se proprio volete un consiglio virate su “This house is not for sale” dei Bon Jovi: è un prodotto della stessa natura, ma di tutt’altro livello.

 

Jonathan Rossetto

60/100