Nata a Bologna nel 1997, la band chiamata Evilgroove, arriva solo nel 2017, all’agognato album di debutto, denominato Cosmosis (il 17 gennaio per la precisione). All’inizio il gruppo si chiamava Sunburn e negli anni, dopo qualche assestamento di formazione (che rimarrà la definitiva dal 2014) incide una DEMO e vede la propria partecipazione solamente in qualche compilation. Una storia molto lunga ma che ha faticato ad ingranare e dare i suoi frutti. Finalmente come detto, il primo album è finalmente giunto. Album che mostra un sound a cavallo tra grunge, alternative, progressive metal e qualche concessione allo stoner/sludge. 

 

Il disco presenta una struttura divisa in due. Una prima parte dove c’è una volontà di variare la proposta musicale ed una seconda, dove il sound si adagia su uno schema fisso. Una cosa da notare in primis è il fatto delle influenze, fin troppo evidenti ed ingombranti. Da ogni angolo spunta fuori l’anima di qualche band a cui i ragazzi sono affezionati. E dispiace vedere una band che lavora sodo da tanti anni, essere ancora succube dei propri idoli (si pensi a brani come “Kick The Can” o “Soul River” che riecheggiano in maniera assordante i Black Label Society) nonostante magari si cerchi di fonderci assieme un certo senso di personalità. Personalità che però è troppo debole e ciò fa perdere di mordente a numerose canzoni (la Tool oriented “What I Mean”). Ovviamente di tracce interessanti ce ne sono, come l’iniziale “Turn Your Head” che inizia con percussioni e arpeggi di chitarra dilatati ed inquietanti, per poi virare verso un potente e nervoso grunge, mescolato con atmosfere contorte e parti strumentali in evoluzione (qui le vocals ricordano Myles Kennedy degli Alter Bridge).

“Lucusta” riesce ad assemblare bene le influenze creando una traccia fluida e ben fatta, mescolando dialoghi ritmici da applausi, melodie orientaleggianti ed un riffing aspro/oscuro. A far compagnia a questa canzone c’è “Voodoo Dawn” che si muove anche essa abilmente tra assolo ben riusciti, potenza e melodia. 

E anche quando c’è da giocare duramente compaiono brani come “TSpace Totem”  che alzano qualitativamente il tiro, con riffs chitarristici spacca-sassi, veloci ed epici con una sezione ritmica dinamica e folgorante (uno dei migliori brani del lotto).

I restanti brani purtroppo soffrono di un notevole calo di intensità, tendenti anche al ripetersi fin troppo come “Physalia”, la titletrack “Cosmosis” ed anche (ma solo in parte) “I, The Wicked” brano pesante stile stoner/sludge, che nonostante contenga uno dei migliori ritornelli del disco, perde mordente con il passare dei minuti. Ritornelli che (altra nota dolente) non rimangono quasi mai in testa, ma si perdono tra le parti strumentali, che hanno comunque il pregio di non essere troppo fine a se stesse nelle parti più elaborate.

 

Non c’è stato abbastanza lavoro per rendere questo disco come dovrebbe essere. C’è la tecnica, ma manca l’inventiva per fare in modo che i brani decollino e che rimangano in mente. E’ assente la sostanza, che dopo tanti anni di presenza sulle scene, non dovrebbe latitare in questa maniera. Rimboccarsi le maniche e darsi da fare!

 

 

Falc.

60/100