6 NOVEMBRE 2018

Gli Orphan Skin Diseases sono una band italiana nata nel 2015 per mano del batterista Massimiliano Becagli(conosciuto ai più per la sua militanza nei “No Remorse”).

Per giungere all’album di debutto, pubblicato lo scorso 13 luglio, la formazione ha visto l’aggiunta di: Gabriele Di Caro alla voce, Juri Costantino al basso e David Bongianni alla chitarra.

Il mixing e la masterizzazione sono stati affidati ad Oscar Burato presso l’Atomic Stuf Studio ad Isorella e la label produttrice è la “Logic Il Logic Records”.

Ciò che rende particolare il sound della formazione è l’enorme quantità di stili che la influenzano, per cui la difficile, se non impossibile, catalogazione dello stesso; si va dal rock più classico all’heavy, si passa dal grunge al nu metal, e volendo violentare il tutto, riducendo la spiegazione a citazioni sommarie per rendere più chiara l’idea, non sarà un caso sentire Nirvana e Metallica nello stesso pezzo. Non a caso la formazione è stata composta per garantire che ogni membro potesse apportare il proprio stile, influenzando e contaminando gli altri senza una vera e propria soluzione di continuità.

Anche i testi rispecchiano i sentimenti e le idee dei loro creatori, anzi in questo caso non è propriamente un errore affermare che i testi stessi sono i propri creatori.

Tra i pezzi degni di una citazione vi è sicuramente l’opener “Into a sick mind” che col suo arpeggio iniziale, per quanto classico, mette immediatamente alla luce quanto il sound della band possa passare da uno stile all’altro in maniera stranamente naturale, ed il cambio di ritmo che grida heavy da ogni poro conferma quanto appena detto.

La miglior traccia, delle quattordici che compongono la scaletta, è “As a butterfly grub” dove i cambi di ritmo di nirvaniana memoria la fanno da padrone, pur mantenendo la coerenza e la forza degli OSD.

Altri pezzi degni di menzione sono sicuramente “The storm”, “Awake” e “Sorrow and chain”.

Forse 14 tracce per un ascoltatore medio possono essere eccessive, ricordando che alcune non sono esattamente cortissime, ed asciugare un minimo il percorso avrebbe facilitato di sicuro la fruizione, ma questo è un discorso puramente soggettivo.

Senza dimenticare alcuni mezzi passi falsi come “Rapriest(stolen innocence)” che nonostante il bel finale ed una fase centrale tutto sommato discreta, abbassano la media finale.

In conclusione un buon prodotto, abbastanza coraggioso e tutto sommato buono per un debut. Ciò che resta è aspettare e scoprire come il quartetto svilupperà la creatura con le future uscite, e vista la buona base non ci si dovrebbe sorprendere se gli OSD arriveranno a fare ancora meglio.

Più che meritevole di una possibilità.

 

Jonathan Rossetto

72/100