28 NOVEMBRE 2018

Disco di esordio coraggioso per questa nuova band nostrana chiamata Pacino che vede il batterista Douglas D'Este (Moofloni), il chitarrista Francesco Bozzato ed il tastierista Bruno Zocca (Aldo Tagliapietra, Criminal Tango) a cui si aggiunge il cantante Mattia Briggi (X-Ray Life). Il qui presente debutto si intitola “Fallen America” e dispiega idee alquanto particolari in primis sostituendo il basso con i synth e variegando parecchio le canzoni a volte forse troppo non trovando un vero e proprio stile personale buttando dentro tutte le proprie influenze alla rinfusa. 

Ciò si sente in maniera fin troppo plateale ma non per questo deve essere per forza un aspetto negativo o almeno non del tutto. Se di base la band gioca su di un alternative rock (con qualche spruzzata metal), specie in tracce come l’opener “Fallen America” o le meno riuscite “Iknusa” e “Under My Feet” (a volte confuse e senza una direzione precisa), nelle rimanenti tracce si trova molto di più. L’uso massiccio dei synth, della sei corde spesso schizzata negli assolo ma un po’ povera nei riffs e l’avvalersi di una voce camaleontica (nonostante ci sia l’uso di di effetti) porta il sound verso lidi ben più vasti di quello che si potrebbe immaginare. Le sorprese sono molte a partire dalla spiazzante e jazzata “Lately” che contiene anche qualche sfumatura soul. Si prosegue con continui cambi di rotta come la post-punk/new wave oriented “Lifestyle” grazie ai giri melodici della chitarra o l’allucinata “Desert Trip” che fin dal titolo lascia presagire toni di psichedelia che difatti è presente ma senza mai annoiare e con al suo interno il giusto taglio melodico. “Out of Cage” ribalta ancora la situazione portando alla mente i fin troppo sconosciuti Quatermass presentati però in versione decisamente più hard rispetto al’progressive rock di origine. Tutto suona sempre convincente e mai troppo forzato ed ogni suono risalta al meglio grazie alla più che buona produzione/mixing. Bisogna dire che sia la sezione ritmica che il lavoro di voce e chitarra sono tutti ben concatenati dimostrando classe e raffinatezza anche quando i momenti si fanno più duri come in “The Misanthrope” traccia tecnica e folle con efficaci giri di synth/ritmici tra il funky ed il noise con un finale etereo decisamente sorprendente. 

Un lavoro con molta carne al fuoco che però manca ancora di personalità dimostrandosi quasi come una compilation che un disco vero e proprio. Non emerge ancora una scintilla che permetta di distinguersi dalla massa nonostante comunque le premesse per un secondo disco bomba ci siano. Consigliato a tutti gli appassionati di musica con la emme maiuscola. 

 

Enzo Prenotto

70/100