19 MAGGIO 2018

Quando ho ascoltato per la prima volta le composizioni della Paolo Carraro Band mi sono detto “finalmente un lavoro old school intrigante!”.

Questo è l’album, intrigante, nel suo susseguirsi di virtuosismi e di repentini quanto azzeccati cambi di genere e variazioni tematiche, sicuramente un lavoro da consigliare ai “palati raffinati”.

Potrei, mi perdoni la band, definire l’album un “progressive blues” sì di classica concezione ma modernissimo nella costruzione e negli arrangiamenti dei pezzi, un album che ti fa ascoltare e sentire il Blues e il Rock come qualcosa di nuovo  e di, per certi versi, redivivo. Lì per lì mi aspettavo il solito album vecchio stile, ben suonato ma monotono e noioso ed invece l’album si scopre erudito, tecnico e assolutamente di ottimo livello compositivo globale e soprattutto, piacevole all’ascolto.  La bellezza delle composizioni sta soprattutto  negli arrangiamenti che spaziano nel tempo e nello spazio all’interno delle singole tracks dove sono apprezzabili i cambi di stile, di ritmo, di melodia ma dove comunque il progressive rock e, perché no, il progressive metal di piu’ moderna  e tecnica concezione alla fine è un filo conduttore costante di tutto il lavoro prodotto. La song iniziale, geniale nel pianto del bambino inziale a significare veramente un “New Born”  (mi piacerebbe capire fino in fondo del titolo), è un pezzo che fin da subito introduce nella dinamicità globale dell’intero progetto artistico, dove si apprezzano cambi ritmici, intervalli dispari e ritorni melodici in un intrigo di fluido di suoni e di maestrie. L’album prosegue con un pezzo in Old Style che ricorda per ceti versi l’hard rock dei che furono ma con, anche qui, variazioni tematiche e ritmiche assolutamente ben costruite e amalgamate, un pezzo meno irruento ma di contro sicuramente maggiormente usufruibile da un pubblico più vasto. Ben congegnate ed inserite le voci dialoganti nel finale della track. Ma è con “Prog’n Roll” che viene sublimato e portato all’apice il lavoro compositivo dell’intero album, un pezzo variegato, potente, dove viene fuori la vera vena progressive di più moderna concezione; un pezzo che sembra uscito  da una jam session tra musicisti maturi , mentre in esso si può veramente apprezzare  lo stile compositivo, maturo, professionale e per certi versi sperimentale  della Band. Si passa poi un pezzo come “Blue Jay River”, una “simil ballad” capace di declinare sull’ascoltatore atmosfere “ambient”, senza uso di tastiere, che sfocia repentinamente in sfuriate prog-psichedeliche. L’album si conclude con il brano “Beck In Town”  , un brano  a timbriche e sonorità per certi versi più hard rock, un brano più diretto e d’impatto. Per gli artisti, di ogni genere e livello, non è mai facile cimentarsi con delle proposte strumentali, proposte spesso  snobbate dal pubblico indistinto e su cui ancor più spesso piovono le critiche più disparate. Il lavoro della Paolo Carraro Band è un misto di vecchia e nuova scuola blues/rock che porta comunque la nave in porto senza intoppi , un lavoro ben realizzato (fatto salvo la sezione ritmica forse con volumi lievemente non adeguati), maturo, che puo’ essere ascoltato e capito anche da un pubblico di non addetti ma quindi di semplici ascoltatori, un lavoro che centrifuga influenze stilistiche in maniera accattivate e che fa della progressione il suo must meglio riuscito.

 

David fattorini

75/100