Prima di parlarvi di questo disco intitolato “The Black River”, sento la necessità di fare un’introduzione alla band; si tratta di una band con un nome non nuovo per quanto riguarda la scena underground metal italiana.

Vi sto per parlare di una band che si chiama Hastur.

Ehm… Forse potreste avere dubbi riguardo alla band di cui sto per parlavi.

Si, perché esistono due band qui in Italia che hanno il nome “Hastur”:

Una Technical/Avant-garde Death nata nel 1998 in provincia di Viterbo (Lazio); e una Thrash/Death di Genova (Liguria) che vanta la paternità del nome per qualche anno in più, essendo nata nel 1993.

In questo articolo vi parlerò degli Hastur genovesi.

 

Gli Hastur sono una band formata nel 1993 a Genova che vide Roberto Lucanato alla chitarra (adesso nei Toolboxterror e nei Segno del Comando), Erman al basso, Hayzmann alla batteria e Andrea Terrosu alla voce.

Con questa formazione la band la band ha rilasciato una demo nel 1994 intitolata “Live in Fear”.

Andrea lasciò la band poco dopo le registrazioni.

Nel 1996 Trevor si unì alla band come cantante (attualmente voce dei Sadist) e Claudio Cravotti alle tastiere. 

Dopo poco tempo, pubblicarono un EP intitolato “Macabre Execution” registrato ai Nadir Studios di Genova. Una volta rilasciato l’EP, Trevor lasciò la band per unirsi ai Sadist; per un breve periodo David Krieg (Malignance) è stato il vocalist degli Hatsur, ma sfortunatamente non pubblicarono nulla. 

Nel 2000, gli Hastur tornarono sulle scene con 4 membri dei Sacradise registrarono una demo che non fu più rilasciata. 

Poco dopo dopo, si sciolsero nuovamente.

Dopo ben sedici anni di inattività, la band riprende vita grazie al batterista, unico membro originale della band, “Hayzmann”; il quale recluta “Grinder” al basso (proveniente da band come Sfregio e Sacradis), Jacopo “Napalm” alla voce e alla chitarra ritmica e solista (anch’esso proveniente dai Sacradis), e Michele “DocDeath” Bedognetti alla chitarra solista. 

La band, così, torna nella scena underground italiana con un vero e proprio album - che tra l’altro è anche il primo della band - dal titolo “The Black River” rilasciato nell’ottobre del 2016 sotto la label Black Tears.

La traccia di apertura del disco è l’omonima “Black River”. 

Ogni strumento è ben valorizzato nel missaggio. Le ritmiche puntano prevalentemente sullo stile Thrash, incontrando anche parzialmente momenti di blast beat poco prima della seconda strofa.  

I riff sono taglienti e oscuri. Jacopo “Napalm” emana un growl aggressivo e delle belle armonizzazioni del basso di Roby Grinder.

Già da qui posso ben intuire influenze da band come Kreator, Destruction, Deicide, Vader e Deceased.

La seconda traccia “Consumer of Souls” è ancora più feroce puntando a ritmiche più veloci che dominano quasi tutta la traccia lasciando spazio solo ad un intermezzo mid-tempo ben strutturato dove si nota bene quanta armonia compositiva ci sia nella band.

Meravigliose anche qui le linee di basso di Grinder che e in più, Michele “DocDeath” mostra la sua abilità chitarristica in un assolo meraviglioso.

“Infamous” ha un’impronta decisamente più Death. La voce di Napalm sembra mostrare ancora più rabbia e incisività. 

Anche qui la band lascia spazio ad un intermezzo lento, stavolta scandito da alcuni arpeggi di basso di Roby “Grinder”, accompagnati a loro volta da suoni atmosferici di tastiera, ai quali infine si aggiunge un assolo di chitarra che si fa spazio nella lentezza del bridge, scomparendo per poco tempo, e riapparendo una volta ripresa la giusta dose di rabbia originaria per un buon “colpo di grazia”.

Il quarto brano dell’album è “Possessed” e sembra uno dei brani più divertenti dell’album. Il batterista “Hayzmann” – componente storico della band – rende l’approccio del songwriting ancora più divertente con diversi cambi ritmici su cui i Riff di chitarra si fanno strada tra momenti Death metal ma anche leggermente Doom con in seguito un’esplosione su vene Hardcore Punk e Death Metal di scuola Svedese anni 90.

Anche qui, Grinder – al basso – ed Eligor e DocDeath – alle chitarre – non smettono di stupirmi.

“The Clock of Evil” è un altro brano prevalentemente Death Metal.

Anche qui non mancano ritmiche martellanti che sfociano anche in blast beat in alcuni momenti e c’è anche spazio ad una bella parte decisamente Doom verso metà brano inizialmente accennata da un arpeggio di chitarra acustica.

Il brano si conclude energicamente in un esplosione “tupa-tupa” che sfocia in blast beat.

Il disco prosegue con “Hate Christians” che va prevalentemente su ritmiche mid-tempo intrecciandosi con i riff in una struttura Death/Thrash in stile Vader.

Con la settima traccia intitolata “Brain Buried” il sound riprende impetuosità rivelandosi come uno dei brani del disco che potrebbe meglio scatenare un pogo. Anche la successiva “Prisoner of Christ” si mostra all’inizio come una traccia aggressiva, andando poi su ritmi mid-tempo che lasciano spazio alle armonie estasianti create dalla struttura strumentale, rallentando sempre di più, progressivamente verso la fine della canzone.

L’album si chiude con “Purgatory” che non perde la violenza delle tracce precedenti e lascia anche spazio per momenti più melodici che ricorda in parte il sound più moderno dei Kreator.

 

Nonostante si parli di un disco realizzato da una formazione abbastanza “fresca”, ogni musicista con il suo strumento è riuscito perfettamente a esprimersi con un tocco di creatività personale, entrando anche in un perfetto linguaggio armonico a livello di struttura compositiva nella sua completezza. Inoltre la varietà ritmica e melodica del songwriting che offre una dinamicità sull’impatto delle tracce, riesce a rendere l’ascolto dell’intero disco abbastanza scorrevole all’ascolto.

Per questi motivi penso sia davvero un album ben riuscito per il genere e lo stile musicale proposto.

 

 

Nadhrak

90/100