18 GENNAIO 2018

Si potrebbe iniziare questa recensione elencando alcuni passi della trentennale carriera di Joe Perrino, pilastro dell’underground italiano, ma sarebbe abbastanza banale. Come nelle storie migliori è forse più consono iniziare in medias res, quando lo scorso 15 dicembre è stato pubblicato il nuovo lavoro dei Grog: “Bomba(W W LA GUERRA)”.

Un disco parecchio sfaccettato, che vive di una sua identità forte, persistente, pronta per essere ascoltata, non necessariamente vissuta. Perché non andrebbe vissuta? Perché l’album stesso è una vita vissuta, raccontata senza peli sulla lingua, in maniera diretta, anche metaforica, dove un semplice ascolto non basta. 

Non basta perché si ha l’impressione che la storia cambi, un poco come guardare un’opera d’arte da diverse angolazioni; e il sapore cangiante che “Bomba” cela è forse una delle sue peculiarità portanti.

Ad accompagnare la voce di Perrino, senza tener conto delle guest, vi troviamo John Solinas alle chitarre e Jim Solinas alle tastiere, mentre basso e batteria vengono suonati rispettivamente da Marcello Capoccia e Gabriele Lobina.

Il risultato stilistico è un hard rock abbastanza diretto, desideroso di cambiare pelle per poi ritornare sé stesso; alle volte rievoca alla lontana, ma proprio alla lontana, elementi melodici tipici di formazioni come i Masterplan, in altre occasioni fa uso di blues, new metal, addirittura rap, il tutto infarcito di effetti elettronici curati da “Ergobeat” Gabriele Eretta. 

Ma l’elemento portante è il sapore di strada che “Bomba” trasuda, un sapore grezzo, sporco, contaminato.

Non farò un track by track, però mi accingerò ad analizzare la fase centrale della scaletta, composta da “La giostra di momotti” e “La mia piccola Hiroshima”. Cito queste due perché oggettivamente sono il cuore dell’album, lì dove l’ultima fatica dei Grog pulsa e si sparte a metà.

“La giostra di momotti” è un pezzo abbastanza semplice, non esattamente l’episodio migliore che “Bomba” propone (la title track che fa da opener gli è di gran lunga superiore), ma cattura il tema che tratta. Esseri orrendi, quali i momotti, contrapposti al gioco dei bambini, alla loro giostra, la loro leggerezza. Si può veder il tutto come in un circo colmo di soggetti diversi dalla massa, desiderosi di giocare, di essere spensierati, ma non possono. Oppure come soldati venduti dalla propria patria a combattere in folli luoghi come dei bambini sull'altalena. In più questa è una di quelle tracce che hanno in dono un ritornello dalla facile presa, oltre che ad un buon accompagnamento strumentale.

Passiamo da un semplice buon episodio, al miglior pezzo del disco: “La mia piccola Hiroshima”. L’introduzione strumentale, dal sapore molto orientaleggiante, non fa altro che condurci in un qualcosa che è giunto al termine, dove l’unica cosa che si chiede è una fine violenta. Dove lei, o lui dipende dal punto di vista, ha il compito di distruggerci, di rendere la nostra vita la sua piccola Hiroshima. Di farci a pezzi, di tempestare di bombe il nostro ego, “camuffato da Godzilla”. Ma coraggioso è il finale dove il brano cambia pelle, dopo qualche istante di silenzio, assumendo un’identità hip-hop sia strumentale che lirica. Perrino si sente in sottofondo, ma il microfono è in mano ad “Ergobeat”.

Non un lavoro per tutti, forse non sempre incisivo sino in fondo, ma questo resta un prodotto che va ascoltato più volte. Decisamente ben suonato, ben composto. In pillole va provato.

 

Jonathan Rossetto

86/100