21 OTTOBRE 2017

Rieccovi amici avventurieri tra queste pagine, questa volta, invece del consueto viaggio, vi chiedo di lasciarvi accompagnare per una breve passeggiata. Ad attutire i suoni dei nostri passi la musica dei Casket Robbery con il loro nuovo EP The Ascension, tre tracce micidiali per le quali sicuramente non si è risparmiato nella cura dei dettagli come per la produzione in generale. I nostri chirurghi Dell Death Metal arrivano dal Wisconsin, precisamente da Madison e, nella più genuina tradizione di genere americana, ci presentano un assaggio della loro medicina. Va anzitutto fatto notare come, l’aver già debuttato con un full album e l’aver già iniziato a crearsi un nome a livello nazionale, non siano andati ad intaccare la volontà di proporre una sorta di “degustazione musicale” sotto forma di Extended Play. I nostri propongono una piccola selezione di brani sulla quale non si è risparmiato né sul versante della produzione né per quanto riguarda la composizione musicale in generale. Senza ulteriori indugi andiamo a favorire di questa proposta. Partiamo dalla cover art; dove incontriamo un losco figuro in primo piano con indosso una maschera da medico settecentesco. La scena rappresentata non è però inquadrata cronologicamente e, benché si evinca dai corpi diversi in terra e dai medici silenziosi sullo sfondo che si tratta di una scena di pestilenziale memoria, in ultimo sul fondale possiamo vedere una città e degli edifici moderni, disintegrarsi e putrefarsi in toni che vanno dagli scuri più sporchi al giallo dominante della copertina intera. Schiacciando play sui nostri impianti passiamo ad ascoltare la prima traccia, “Pockets Lined With Flowers” . Da subito si evincono due cose: in primo luogo la qualità del mixing e della masterizzazione è di sicuro valore, in seconda battuta ci si renderà conto della cura certosina degli arrangiamenti proposti che puntano, non solo ad avere una forte uscita generale, ma anche (e lo apprezziamo) ad una pulizia di suono assai ben costruita. Le ritmiche delle chitarre sono veloci e costruite su toni brillanti ed aperti senza per questo perdere di potenza. La voce di Megan Orvold, che già di per sé risulta molto interessante, è sempre perfettamente inserita all’interno del comparto melodico e non si farà mai fatica a seguirla all’interno delle composizioni, anche le più tecniche ed intricate. In questo primo assaggio non si farà fatica ad apprezzare degli inserti, curiosi ma piacevoli, come Cori di sottofondo o tempi spezzati all’interno di cantati in ostinato. La tendenza ad utilizzare gli ostinati si sentirà anche nella composizione successiva, “The Ascension”, title track del disco. La tecnica di Orvold nei cantati appare assai ben strutturata e risulta essere costruita sulla struttura del brano e non il contrario; sebbene sia sicuramente un amalgama di diverse influenze musicali, ci sentiamo di dire che le premesse tecniche per sentire in futuro una più personale e caratterizzante presenza all’interno del panorama musicale ci sono tutte. Anche questo brano, come il precedente, si basa molto sulle differenziazioni ritmiche più che armoniche. Da un lato è questa sicuramente una caratteristica di genere, dall’altro, forse, viene qui portata ad estremi sui quali si potrebbe dibattere; senza comunque, in nessun caso, minare la qualità del lavoro proposto. A chiudere (ahi noi verrebbe da dire) questo disco “Lilith”; una bella cavalcata dal ritmo serrato e che colpirà l’ascoltatore per la discrezione con cui sono state inseriti i fraseggi di chitarra, mai ad intaccare l’insieme ma sempre sullo sfondo. Scelta questa che da un lato toglie, forse, valore alle armonie ma che d’altro canto permette al brano nella sua interezza di non perdere nulla della sua natura prettamente ritmica. In generale di questo gradevolissimo EP non si può che convenire che si tratti di una produzione di valore; forse proprio il suo essere assolutamente valido dal punto di vista tecnico, però, mette in risalto tutto ciò che non concerne la parte strettamente materiale di una produzione discografica, piccola o grande che sia. Dalle registrazioni al mixaggio, passando per le peculiari capacità degli strumentisti, tutto è pulito e ben strutturato; eppure potrebbe nascere nell’ascoltatore il dubbio che manchi qualcosa. I brani qui proposti, benché assolutamente ben registrati e post-prodotti, sembra non presentino ancora uno stile ben delineato, tale da farci riconoscere subito l’identità del gruppo. Beninteso, in una band così giovane è molto difficile che ci si trovi a parlare di stile. Molte sono le varianti del caso e spesso, soprattutto al giorno d’oggi, si incappa nell’errore di trascurare tutto ciò che deve essere sostenuto dalla tecnica e dal talento a favorire l’idea musicale e non viceversa. Nel particolare non si può ignorare il talento della voce solista del disco che, anche se non ancora perfetta, è a tutti gli effetti un punto di forza sul quale contare. Il sottoscritto pensa che i presupposti per parlare (già fin d’ora) della costruzione di un proprio stile e di una propria immagine ci siano tutti, quindi non si vede il motivo per indugiare oltre ed osare ancora di più. Se per il momento questa “pastiglia musicale” vi farà passare solo un piccolo mal di testa pazientate, perché questi musicisti potrebbero, in potenza, trovare una cura completa alla monotonia del “mal da già sentito”.

 

Matteo Musolino
79/100