Capita spesso che, nel marasma di cloni o emuli che imperversano oggi nella scena metal, ti arrivino alle orecchie quei dischi che, nonostante non portino nulla di nuovo sotto il sole, ti caricano di un’energia notevole, ti danno quel senso di ‘vecchia scuola’ e di ‘nuovo sound’ al contempo che lo rendono interessante.
È il caso dei greci Ghost Season, che sfornano questo primo full-lenght per Pavement Records portando tra i solchi del disco influenze diverse (Alter Bridge su tutti, ma anche Queensryche e, perché no, -una buona dose di alternative anni ’90), seppur il songwriting e la messa in atto non brillino certamente per originalità.
Da una parte si possono ascoltare quelle influenze post-Seattle era che si respirano nelle atmosfere malinconiche e ribelli, mentre taglienti suoni di chitarra ed una buonissima rimtica, sorreggono una voce stilisticamente riconducibile a Myles Kennedy (e spesso, l’ombra dell’imitazione aleggia abbastanza minacciosa nelle canzoni), dall’altra c’è una produzione che fa respirare ogni strumento e che punta su uno stile moderno e pulito, dando al disco un ottimo impatto.
“Like Stars In The Neon Sky” è un ideale connubio tra vecchio e nuovo e anche se l’originalità appartiene ad altri contesti, si fa ascoltare e riascoltare con piacere.
Il disco si apre con “The Reconing”, un bell’intro d’atmosfera cadenzato e malinconico che sorregge una voce parlata che arriva da distanze siderali ; segue il martello compressore di “Sons Of Yesterday”, melodica e corale nelle voci, come un continuo ritornello che varia, e che entrerà nelle orecchie di molti per il suo sapore ‘classico’ aggiornato ad uno stile che spesso sconfina nel nu-metal.
“Fade Away”, terza traccia del disco, arriva miscelando un ritmo cadenzato e melodie figlie dei primi Alice In Chains e che poi varia su un sound più metal, con un ritornello che dosa voci simil ‘core’ ed armonie vocali pulite e brillanti. Il lavoro delle chitarre di Nick Christolis è grintoso e molto azzeccato, bilanciando tecnica e pulizia ed un sound sporco e deciso, mentre l’intreccio delle voci di Hercules Zotos, coadiuvato dallo stesso Christolis e dal bassista Dorian Gates è un bel connubio di vecchia e nuova scuola, assecondando un arrangiamento che serve come collante.
La scuola moderna (ma un po’ troppo già sentita) di “Break My Chains” mette in atto una trama dai toni drammatici esplodendo in un ritornello melodico dal sapore anni ’80, ed una interessante variante che mischia hard rock a spolverate qua e là di alternative metal. Forse, la durata del pezzo, e soprattutto l’insistenza sul ritornello nel finale, potrebbero stancare.
Il metal si fa sentire in “War Of Voices”,introdotta da un riff dal sapore classico,e con una strofa dove aleggia lo spettro degli Anthrax del periodo John Bush (in particolare nel crescendo che sembra citare “Poison My Eyes”). Un’interessante variante ci porta alla fine del brano, anche qui spinto dal ritornello, ma questa volta la durata del pezzo influisce positivamente sulla resa del brano.
“The Highway Part I” e “The Highway Part II” distinte ma unite l’una all’altra, vibrano di classicità, dove l’influenza dei Queensryche di “Empire” si fa sentire, ma il tutto è trasportato con molto spirito ed attitudine, dando vita ad un dittico di tutto rispetto, seppur le melodie ricalchino troppo un modello abbastanza collaudato. Questo non toglie nulla alla bravura della band, che sa creare atmosfere adatte al mood vocale di Zotos, e che vede una sezione ritmica molto precisa e pulsante forte del potente drumming di Helen Nota e del basso presentissimo di Dorian Gates.
La ballad “Just A Lie” ricorda gli Staind nella strofa, mentre il ritornello mette bene in luce la bravura di Zotos che sa dosare molto bene le sue armonie; bello il lavoro di Helen Nota nell’amministrare una ritmica molto classica ma di effetto, e bello anche il lavoro di Christolis nell’equilibrare suoni acustici e schitarrate tutto cuore.
Arriviamo a “The Vampire”, pesante e minacciosa, che oscilla tra momenti oscuri ed aperture melodiche, dirigendo le proprie coordinate musicali verso il nu-metal ‘da cinema’ (i vari “Underworld”  et simila), ma non aggiungendo forse niente a quanto ascoltato in precedenza; “The Mirror” invece, riporta la band sui binari dell’aggressività, soprattutto è il basso spaccaossa di Dorian Gates a dettare legge, mentre il brano esplode in uno dei ritornelli più melodici del disco. In questo pezzo è la ritmica a fare la parte grossa, mettendo in evidenza la capacità dei tre strumentisti di saper dare vita ad interessanti varianti sullo stesso tema.
“Of Hearts And Shadows”  fa incontrare il metal classico agli Stone Sour, ed addirittura l’incedere della chitarra nella prima parte della strofa rimanda a “Drive” dei R.E.M….una miscela che scompare nell’esplodere della canzone che vede emergere una sorta di sound alla Puddle Of Mud, miscelato ad una ritmica aggressiva e dall’atmosfera triste dove la chitarra di Christolis emerge poderosa e prepotente con un assolo molto azzeccato.
La conclusiva “Break Me Shake Me” mette in evidenza la bravura di Helen Nota e di Gates al basso, ma non aggiunge un granché al resto, se non un ritornello molto accattivante che, a dire il vero, stona un po’ con ciò che si è ascoltato nelle undici tracce precedenti (forse un po’ troppo ‘pop’).
Il gruppo di Atene mostra una buonissima tecnica ed un buonissimo senso della melodia, peccato che, lungo i solchi del disco, si avverta sempre quell’idea di ‘già ascoltato’ che distoglie dalla bravura dei quattro musicisti, e che quindi non faccia apprezzare pienamente le capacità dei singoli e la bravura nel dare alle stampe un disco gradevole.
“Like Stars  In A Neon Sky” è un buon debutto, che presenta al pubblico una band che non ha nulla da invidiare ad altre più blasonate nell’ambito del genere, che risente di quella mancanza di originalità tipica di molti debutti ma che si fa anche ascoltare più volte per l’ottima produzione e per la gradevolezza dei pezzi all’udito.
Credo che risentiremo parlare presto dei Ghost Season, e credo anche che, al prossimo lavoro, riusciranno ad approdare ad uno stile più originale.

 

 

Aldo Artina



75/100