6 NOVEMBRE 2017

Il trittico sludge doom statunitense, I Klatus, nasce a Chicago nel 2005 da un'idea di Tom Denney. Colonna portante delle più sporche psichedelie sludge, la band esordisce in studio col demo "Borningroom". Nel 2008 I Klatus assume il quarto uomo al basso e ai cori, nonché alla responsabilità delle varie influenze psichedeliche e "ritualistiche". Ecco giungere il debut full-length, "Surveillance & Worship", prima vera e propria opera della band. 9 anni. In seguito ad un piccolo momento di tour, nel 2012, già si prepara il secondo album, "Kether", uscito nel 2013 e nato dalla sinergia di più nomi, come Leon de la Muerte dei Phobia per nominarne uno.

Il 2017 osserva l'uscita del terzo album, "Nagual Sun", dove a differenza dei precedenti, è l'unico che mescola con fare più "contrastante" uno sludge doom ad un psychedelic rock. "Nagual Sun" è la riscossa dei due colossi precedenti, capace di entrare nella mente dell'ascoltatore, ingannandolo e stupendolo in ogni minimo dettaglio. L'album sorge dalla rabbia decisa e furente del drone doom di "Beneath the Waves", che nell'evoluzione schitarrante di sé stessa, indossa un mantello di malvagità non appena il ritmo cambia e le fauci aguzze di Tom Dencey emettono lavici e magmatici growl, confusi nei cori psichedelici del "quarto uomo", John E. Bomher. Innegabili influenze con post-black metal si possono riscontrare a metà traccia, ma destinate ad essere trascinate come catene in intermezzi percentualmente doom. A seguire, la eco precedente viene avvolta, come d'impatto, dalle velenose spire di "Serpent Cults", più veloce nella ritmica, influenzata dall'hardcore, ma poi destinata a tornare doom, nella sua manifestazione più "ritualistica", talvolta persino similmente rivestita della medesima oscurità di Blood of the Black Owl. Questo accostamento deriva dalle scelte psichedeliche di Bomher, ancora una volta d'ottimo contrasto con il tessuto musicale di base. La terza traccia è "Sorcerer's Gate", che spicca (o per meglio dire, si cela) fra le più oscure e, al contempo, più malvagie. Una fuoriuscente cattiveria dagli amplificatori, a partire dal basso, sino a giungere alle chitarre, con una rievocazione dell'horror attraverso gli effetti speciali. Sembra davvero di essere dinanzi il "nero cancello" dello stregone. Un tour fra pozioni magiche, maledizioni demoniache, incantesimi non riusciti e arti oscure, con sottofondo musicale sludge doom, influenzato dal black/death metal. Segue un'apparente calma "Moment of Devastation", in iniziali arpeggi di chitarra quasi armonici, preludio tuttavia dell'impellente tremore della terra. Una funebre processione, mista a marcia di battaglia, dunque lenta ma massiccia, che si strascica in una vasta serie di psichedelie doom fino a "The Alivist". Questa quinta procede più cattiva, ma questa volta la processione funebre la compiono i demoni (trasfigurazione dei growl di Denney e degli effetti speciali di Bomher). Il pungente viaggio sino a "Jaws of the Shark", brano totalmente psychedelic/sludge doom, soprattutto negli intermezzi fra ritornello e strofa, con gli effetti speciali tipici, oramai, degli I Klatus. Poi, d'improvviso, Denney s'improvvisa "Father John Thomas (The Penitent)"(settima traccia), conosciuto nel folklore indiano per essere stato un reverendo metodista, nonché missionario in Sudafrica ed altre zone in cui vi permeano tutt'oggi malcontenti in generale. Assumendo Denney solo il nome di questo famoso reverendo, in questa traccia è possibile assistere ad un vero e proprio esorcismo della musica stessa, duellando contro le psichedelie di Bomher. Coinvolgente ed intrigante, il breve intermezzo evolve nell'ottava e ultima traccia, "Final Communion", esoterica e chiara nella sua manifestazione più doom metal. Più semplice in materia di composizione e struttura, "Final Communion" sembra nel sound essere come ripulita di ogni atmosfera nebbiosa e misteriosa, terminando l'album in una processione coinvolgente ed affascinante, in un ostinato con stacco della batteria, come se essa si dissolva nel nulla, così come anche tutta la strumentazione. Nel complesso, forse l'album è troppo dominato dall'eco in sottofondo, ma la resa globale e l'interpretazione di quest'album funzionano perfettamente. Per gli amanti del genere, sicuramente sarà apprezzato questo macigno degli I Klatus, oltre a contenere elementi psichedelici non da poco e che potrebbero far drizzare le orecchie anche ai "newbie". "Nagual Sun" è quell'album capace di intrattenere con attenzione un gran numero di ascoltatori, incitandoli a bloccarsi durante una passeggiata poiché richiamata la loro attenzione su un singolo elemento. Consiglio di redazione? Accapparrarsi una copia e compiere questo viaggio fra esoterico e "ribelle".

 

LINEUP:

John E. Bomher: basso, effetti speciali, cori

Chris Wozniak: batteria

Tom Denney: voce, chitarra

 

Alexander Daniel

98/100