12 GIUGNO 2017

Kalopsia – Angelplague.


I Kalopsia sono un quartetto originario del New Jersey, e propongono un death metal di stampo americano, ricco di groove, che incorpora elementi gore caratterizzati da vocals brutali e chitarre motosega; a tratti è presente anche un’inaspettata strizzata d’occhio allo stile europeo, grazie ad una non banale capacità di saper scrivere ottime melodie, quando presenti.
La doppietta introduttiva è da manuale: “Destined to Return” e “As the Serpent Devours” divertono, grazie ad un imponente wall of sound supportato da chitarre granitiche, da una sezione ritmica in palla e da un convincente Matt Medeiros dietro al microfono. Echi di Cannibal Corpse e Slayer fano capolino qua e là, tuttavia non manca un tocco di originalità grazie a riff ispirati, o inaspettati cambi di tempo. Nella terza “Christened Upon the Slab” è il groove a farla da padrone, dove però compaiono alcune soluzioni ritmiche e melodiche vicine alla scuola deathcore, accostabili più a gruppi quali Job for a Cowboy e compagni, piuttosto che a Obituary e Morbid Angel. “Not Peace But Pestilence” risulta incalzante, grazie a repentini cambi di registro che alternano momenti più squadrati a momenti più rozzi e spontanei. La saltellante “Scorched Earth and Blackened Skies” è la traccia che si discosta di più dalla scuola americana, abbracciando uno stile che forse ci si aspetterebbe più da gruppi scandinavi, ma il pezzo non stona nell’insieme e questa leggera virata stilistica permette di mantenere alta l’attenzione di chi ascolta. “Source of My Evil” richiama negli intenti i vecchi Slayer, sensazione confermata dalla presenza di un ottimo assolo di chitarra che sembra “scippato” al mai troppo compianto Jeff Hanneman. La granitica “Surge of Terror” funge quasi da riepilogo di ciò che di buono si è ascoltato fino adesso, mentre la chiusura è affidata alla divertente e tritaossa “Bitter Sacraments”, degna mazzata finale per una scaletta sicuramente completa e non priva di sorprese.
In definitiva questo Angelplague è un album non originalissimo, che forse non aggiunge nulla di nuovo ad un genere sicuramente saturo. Tuttavia sarebbe ingiusto non sottolineare gli sforzi compiuti per cercare di rendere personale la proposta, mescolando in maniera saggia elementi e sfumature provenienti da diversi filoni di uno stesso genere, sia esso più legato alla scuola americana o europea. Si riscontrano quindi momenti “divertenti” dalle ritmiche saltellanti ben cuciti a passaggi più gore, dove i chitarristi più che pizzicare le corde col plettro sembrano usare una vanga, tanto il suono risulta potente. Inoltre si sottolinea come, anche a livello di suoni e produzione, si sia cercato di stare al passo con i tempi, schivando in maniera opportuna la tentazione di usufruire di suoni “vintage”. Anche a livello di songwriting la proposta risulta attuale, in quanto vengono adottate spesso armonizzazioni e sovrapposizioni tra le parti che denotano una certa cura negli arrangiamenti, caratteristica da non sottovalutare.
Per concludere e assegnare un giudizio complessivo, è importante anche sottolineare se un disco di questo tipo sia in grado o meno di divertire e far scuotere il capo. Premesso che probabilmente non abbiamo di fronte un album che farà scuola, nel complesso i brani sono in grado di dare soddisfazione, tanto da comportare la voglia di spararli a tutto volume nello stereo, nonché l’istinto di fare headbanging o air guitar forsennato, e scusate se è poco.

 

Alessandro “Sorma” Sormani
78/100