9 LUGLIO 2017

Bentrovati nella terra di mezzo avventurieri, precisamente nei meandri delle montagne nebbiose dove la casa dei nani conosciuta come Moria venne in principio battezzata Khazad-dûm. Da qui il nome della band, modernizzato in “Khazaddum”, che canterà per noi di nani ed orchi, battaglie e tradimenti. Questi nani guerrieri ci portano nelle leggende dell’universo Tolkieniano da Milwaukee nello Stato del Wisconsin. “Plagues Upon Arda” è il loro Album, edito a seguire dal loro primo EP del novembre del 2015 “In Dwarven Halls”. Ispirarsi alle opere di J.R.R. Tolkien non è affatto una novità per molti artisti ma quello che contraddistingue i nostri è lo stile adoperato. Un connubio tra Death Metal e temi epici. Impossibile dirà qualcuno, contro natura diranno altri; andiamo a scoprirlo! É in effetti inusuale trovare una band di questo genere che si ispiri a temi epico-letterari con queste modalità. L’artwork in copertina non lascia dubbi: un nano guerriero difende disperatamente le sue terre da un’orda di orchi, il logo in alto è molto elaborato (un disegno a sè stante quasi) con le tre cime del Khazad-dûm ad imperare sul nome e sotto, a didascalia, ne troviamo la traduzione in rune Cirth, adottate dai nani per trascrivere il Khuzdul. Beh, non si può dire che i ragazzi non siano attenti ai dettagli! E così, come si presentano a noi esteticamente, potremmo dire lo stesso della musica di quest’album. La intro track ,“The Halls of Khazad-Dum”, ci introduce nel mondo fantasy del Signore degli Anelli e come il titolo suggerisce, alle porte delle case dei nani. Da subito capiamo che non si tratta dei classici costrutti Death Metal. Le orchestrazioni, inizialmente in primo piano,si intersecano con chitarre e percussioni in un mix epico. Ma è subito la seconda traccia a mettere le cose in chiaro e, forse, a rassicurare i cultori del genere. “The Deathless Crown”, un brano violento e veloce, come vuole la tradizione americana. Da subito ci si rende conto delle vere sonorità di questo lavoro, suoni di batteria caratterizzati da casse a punta e rullanti dai toni mediosi, secchi e compatti, un comparto melodico fatto di chitarre da toni alti e senza ritorni sulle basse frequenze (da sempre prerogativa tecnica del genere). Al basso il compito di dare corpo a questa ed altre canzoni, sacrificando d’altronde molto del suo focus. Passando per ”Lord of Isengard” arriviamo a “Legion of the White Hand”, della quale val ben la pena di spendere qualche parola in più. Spesso in questo genere i suoni destinati ad accompagnare dei ritmi estremi e velocissimi, se non ben calibrati, rischiano di rendere il tutto molto asciutto e poco fruibile sul piano melodico. Qui non troverete questa caratteristica. Il brano è saldamente costruito e anche ad orecchie poco affini al genere sarà permesso di seguire il comparto melodico e ritmico con una lucidità che non troverete in molte altre band affini. Nulla è fuori posto; le orchestrazioni mantengono la loro epicità pur non rallentando o sminuendo la violenza sonora proposta. Le ritmiche cadenzate sono ben congeniate e ben registrate, merito sicuramente di un lavoro di mixing non indifferente. “The Fell Rider's Scourge” e “The Black Hand of Gorthaur” vengono a seguire rimarcando la compattezza e del disco, due brani bridge che a questo punto non si distaccano particolarmente da modalità ben note e collaudate, senza tuttavia imporsi sul resto del lavoro finora proposto. Arriviamo dunque a “Masters of the Plains”, altro brano dove le orchestrazioni ben si miscelano con il comparto ritmico e che a giudizio del vostro cicerone, più che in altre composizioni di questo disco, risulta ben strutturato e dimostra di avere una propria identità. Ci accingiamo agli ultimi ascolti ed arriviamo a “Shelob the Great”in cui, sinceramente, dopo un inizio molto promettente dove la miscela esplosiva di epic e death metal stupisce ed affascina, si finisce col ritornare presto in un inquadramento molto classico e che nulla aggiunge all’esperienza di orecchie pratiche del genere. Un vero peccato poiché questo sarebbe stato già un ottimo momento per osare di più, mentre aspettiamo la fine del disco per asoltare “Oathbreaker's Curse” che invece promette e mantiene una grossa aspettativa. Finalmente la vera identità del disco, la vetta di questa montagna che siamo andati a scalare insieme. L’epicità della composizione ben si sposa con la violenza e la velocità delle esecuzioni strumentali. Qui I virtuosismi chitarristici e delle percussioni si inchinano al fine ultimo della musicalità d’insieme. In futuro ci si aspetterebbe un modus compositivo in linea con quest’ultimo pezzo. Nel complesso ci troviamo difronte ad un album che poteva sicuramente dare di più in quest’ottica. Raccomandiamo di ascoltarlo oltre che da un impianto di buona qualità anche in cuffia, poiché risulta variare molto (ad esperienza della mia fruizione) nei suoni e nelle dinamiche. Questo probabilmente un effetto dovuto ad una masterizzazione incentrata su particolari necessità. La voce di Luka Djordjevic è quella che risente di più di questa scelta ed appare molto differente se ascoltata nelle due modalità; non permettendo,in molte occasioni, di apprezzarla appieno. É questo uno di quei casi dove il materiale originale, non recuperato da fonti esterne alla produzione della band, premierà gli ascolti non presentando effetti “acquosi” sui cimbali o “fritture di chitarra”. Il consiglio ai fan di genere è di ascoltare il disco senza pregiudizi e di valutarlo nella sua interezza. Difatti non troviamo particolari exploit musicali ma se considerato in toto è sicuramente un’esperienza gradevole. 

 

“Aragorn: Non questa volta. Questa volta devi restare, Gimli.

- Legolas: Non hai imparato nulla sulla testardaggine dei Nani?

- Gimli: Tanto vale che ti rassegni. Verremo con te, giovanotto.”

 

Matteo Musolino

70/100