2 NOVEMBRE 2018

Tracklist:

Threshold

Lake of extinction

Servile

Synthon

A gathering of storms (feat. Matt McGachy & Haydee Irizarry)

Factor red

Dysmorphic

Chemical reagent

Fiery the angels fell

A tongue to taste the collapse

 

Band: Solium Fatalis

Album: Genetically Engineered To Enslave

Data di uscita: 13 Ottobre 2018

 

Attivi dal 2012, con questo “Genetically Engineered To Enslave" giungono ormai al traguardo del quarto album gli americani Solium Fatalis. La band decide di affidare la produzione della sua ultima fatica a Christian Donaldson, attivo tra gli altri con i terremotanti Cryptopsy (nome che tornerà nel corso della recensione, se non per mere influenze musicali sui nostri, quanto per aver prestato loro “voce", personificata dal cantante Matt McGachy).

Per l’occasione, il combo statunitense ci presenta un concept sull' ingegneria genetica, messa al servizio dello sviluppo dell’intelligenza artificiale ed il futuristico tema è ben rappresentato dall'artwork, curato dal francese Pierre Alain D., maestro di grafica digitale, tra l’altro firma sulla copertina della raccolta “The age of fear" dei nostri conterranei (e mai sufficientemente osannati!) Necrodeath.

Che album è dunque “Genetically Engineered to Enslave"? 

Ebbene, ci troviamo dinnanzi ad un lavoro ambiguo nella sua semplicità. Infatti, dai primi ascolti, l'impellenza tipicamente umana del “classificare" permette di inquadrare con facilità la proposta dei Solium Fatalis sotto l'egida del death metal, attingendo essi con una mano e mezza dalla scuola americana e con le restanti dita (diciamo 3,  arrotondando per eccesso) da certo Swedish sound. 

D'altra parte, spingendosi oltre la sottile e breve linea tracciata unendo i due estremi del proprio naso, si può cogliere la peculiarità di questo progetto, che risiede nelle parole COMPATTEZZA e COESIONE. 

La visione d’insieme, parte proprio dall’immagine di copertina: sullo sfondo di un cielo plumbeo, un’imponente figura robotica si staglia sulle rovine di un mondo che si appresta a dominare. Immagine con infinite rappresentazioni cinematografiche, che richiama, ad esempio, le lande desolate del futuro di James Cameron nel suo primo, mitico, “Terminator". E mi si conceda il paragone con il grande schermo, perché la musica proposta si muove meccanica, ripetitiva e non-arginabile, proprio come faceva quel T-800. Non c’è forse l’evoluzione di un T-X e nemmeno del T-1000, ma c’è la dimostrazione sonora, a oltre trent'anni dai primi vagiti del genere, che il vecchio modello può compiere tranquillamente la propria missione.

Il gruppo palesa una spiccata padronanza degli strumenti, particolarmente nell'ottimo lavoro del giovane batterista Jeff Saltzman (classe '95), senza però abbandonarsi a solismi da funambolo, inutili al fine del raggiungimento dell’obiettivo primario: l’annichilimento. Esso è perseguito attraverso una discografia con poche variazioni sul tema ed un album, quest’ultimo, i cui poco più che 40 minuti hanno l'effetto di una lobotomia.

Il suono, fin dall'iniziale “Threshold",  si svolge nei riff pachidermici e circolari del duo Jim Gregory-Ryan Beevers, creatori di tempi medi e stacchi centrali spessi come lastre di granito, supportati dal basso semplice e potente del cantante Jeff DeMarco e dalla batteria in costante doppia cassa. Non manca, come detto, la melodia, specie nei solos dal gusto vagamente Azagthoth-style.

La formula si ripete anche nelle successive “Lake of extinction", che si chiude con un piano portatore di apocalisse, “Servile" e “Synthon", probabilmente l'episodio più debole del lotto.

Il pezzo che non ti aspetti, “A gathering of storms", arriva in quinta posizione ed è introdotto da un arpeggio acustico sul quale entra la bella voce di Haydee Irizarry dei Carnivora: quasi una richiesta d'aiuto prima che la cantante vada a duettare con l'ugola alla cartavetrata di Matt McGachy, dei succitati Cryptopsy. La canzone, che sottolineo essere l'unica a superare i 5 minuti, caratteristica di brevità che rappresenta un “pro” per il genere proposto, si afferma come uno dei picchi del platter, insieme a “Fiery the angels fell", che dal secondo 0.54 parte quasi thrash, per poi regalarci (finalmente!) picchi di velocità che distolgono dalla generale apnea.

Da sottolineare nel mezzo una “Factor Red", cover degli Epidemic dal putrido (in senso positivo, ben s'intenda!) “Decameron” del '92. Trattasi di copia in carta-carbone dell'originale, ammodernata nei suoni, che, ad onor del vero, perde parte della primigenia malvagità e risulta utile soprattutto per far cadere il sipario su una fonte di ispirazione del combo.

Infine, “Dismorphic" si fa notare per alcuni notevoli passaggi sui piatti, mentre “Chemical reagent" scorre informe ed inanimata, conducendo l'ascoltatore al botta e risposta in doppia voce di “A tongue to taste the collapse", ultimo passo di questo marziale incedere.

Compattezza, coesione e continuità dicevamo: al tutt'uno contribuisce anche il fatto che quasi tutti i pezzi si chiudono con momenti riflessivi acustico/elettronici, che fungono da collante nell'introduzione del pezzo successivo.

Però, se da una parte abbiamo citato talune caratteristiche per esaltare il lavoro dei nostri, è doveroso sottolineare come le stesse si presentino anche dall' altro lato della medaglia. 

Già, perché se è determinante nel perorare la causa della demolizione asettica, l'eccessiva coerenza può dare, in taluni frangenti del disco, un senso di pesantezza diverso e certamente non desiderato.

Nota di demerito anche per l'uso dello “strumento voce" (N.B. strumento va sottolineato!) non tanto per lo stile od il tono, che richiama vagamente il cantato del compianto Bret Hoffman e ben s’amalgama con la proposta musicale, quanto piuttosto per l'uso spasmodico dell' urlo animalesco! Infatti, la ridondanza di questi latrati prolungati rappresenta un inutile riempitivo su parti strumentali altrimenti interessanti e, sulla lunga distanza, infastidisce come l'Hetfield malato di “yeh-ismo", che si sentiva nella decade '96 - '06.

La conclusione di questa lunga disamina diventa, quindi, umilmente parlando, un consiglio per chi desiderasse approcciarsi al lavoro qui presentato: consideratelo nella sua completezza (packaging-artwork-musica), fissate il cyber-god in copertina, premete play e lasciatevi trasportare nella desolazione che più vi aggrada: è un modo per lasciarsi alle spalle il pre-concetto del già sentito, dare a voi stessi la concreta possibilità di decidere se il disco vi piace o meno ed ai Solium Fatalis il merito del loro lavoro.

Ah…già che ci siete e ne abbiamo parlato, ripassate pure “Terminator" e “Commando", che forse c'entra una cippa ma di certo fa bene all'umore.

 

Dario Carneletto

68/100