16 DICEMBRE 2018

I grossi banchi di nebbia di oggi, che dominano le lande padane offrono l’atmosfera perfetta per portare a voi, cari lettori, una malvagia sferzata di cultura sulle new entry del Metal estremo, ovvero, gli “Unholy Baptism”, nati nell’inverno del 2008, in Arizona, inizialmente come progetto black metal composto dal duo chitarra/batteria, con  il polistrumentista Mantus e Moloch il quale accetta di contribuire alla chitarra nel 2009. La band registra un EP omonimo di cinque tracce, registrato all'inizio del 2010 e successivamente seguito da diversi spettacoli. Nel 2010 la band si prende una piccola pausa, riformatasi di seguito nel 2012.  Nel 2017 rilasciano il primo full length “...On the Precipice of the Ancient Abyss”, album fortemente influenzato dalla scena norvegese degli anni '90, condito con uno spesso contenuto lirico, principalmente ispirato all'occultismo, al satanismo teistico, alle immagini medievali e alle opere di HP Lovecraft.

Successivamente, il 5 Ottobre del 2018, gli Unholy Baptism sfornano il loro secondo album “Volume I, The Bonds of Servitude”, il quale si è rivelato un altro, ulteriore omaggio alle bands madri del Black Metal scandinavo.

Partiamo subito con l’ascolto del nuovo prodotto della band americana e veniamo accolti dai suoni macabri e sinistri dell’intro “The Awakening of Forgotten Gods”, la quale ha funzione di ponte con la traccia “...These Scars are Wounds Unhealed”, pezzo dalla evidente influenza Black old school, con i suoi suoni grezzi e rudimentali tipici, affiancati dal riffing con una personalità orientata verso l’ambient e l’avangarde, il tutto guidato da ritmiche lente e cadenzate.

Diverse, risultano invece, le ritmiche di “Shattered”, la quale si rivela decisamente più spinta, veloce, cruda e dotata di un blast beat batteristico poderoso, accompagnato dai lancinanti riffing della chitarra in sedicesimi, caratterizzati da una linea oscura e crudele. A livello di sound, nonostante la scelta, ovviamente, orientata verso l’equalizzazioni di vecchio stile, c’è da dire che il volume della batteria viene percepito da noi un po' deboluccio, rispetto,per esempio, alle linee vocali  di Mantus, che non cessa nemmeno per un secondo di dar sfogo alla sua tecnica in scream! Il volume dei due elementi, a nostro avviso, andava curato un po' di più.

Passiamo alla quarta traccia “Withering Woods”, una vera e propria mitragliata in sedicesimi netti, veloci e affilati come le lame, con uno stile che lascia riporta alla memoria band Swedish Black di un certo livello a noi note. Un pezzo brutale ed accattivante che costituisce pane per i denti per gli amanti del genere. La successiva “Whispers of Power Eternal” ripropone sempre i riff trita-tutto della combo chitarra/batteria in una chiave piuttosto melodica e con vari inserti dalla personalità ambient/doom. Inserti che a noi sono piaciuti parecchio e hanno concesso ai nostri timpani un po' di riposo. Il tappeto del doppio pedale spesso e roccioso, sormontato dai fraseggi mesti della chitarra caratterizzano “Peering into the Flames of Enlightenment”, la quale sfocia nuovamente in una strofa supersonica guidata, di nuovo, dalle ritmiche del blast beat e che mantengono le personalità tetre, ma contornate dagli accordi melodici. La settimana traccia “Noctis Maleficarum” ricalca per certi versi gli aspetti compositivi su una solida base Swedish Black, come descritto in precedenza, quindi il pezzo mantiene lo stesso stile dei precedenti, senza sbilanciarsi troppo. Infine arriviamo a “Baptized in the Majesty of Satan”, chiusura del disco, che si rivela ben fatto a livello compositivo, sia dal punto di vista strutturale che dal punto di vista della scelta degli accordi. Troverete una fredda componente sinfonica all’ascolto, senza uso di synth o simili, ma  all’interno un piacevole susseguirsi di melodie che non potranno che giovarvi, specie se siete degli assetati alla ricerca xi tematiche ed atmosfere Dark/Ambient.

Tirando le somme, quindi? Diciamo, senza fronzoli, che ci troviamo davanti ad uno dei milioni o miliardi dei prodotti di stampo Black Metal, sfornati al giorno di oggi, il quale dovrà fare breccia in maniera più che incisiva, data la colossale concorrenza che sussiste. Tuttavia, noi della redazione, abbiamo trovato “Volume I, The Bonds of Servitude” un lavoro più che buono, nulla di trascendentale forse, ma gli Unholy Baptism hanno saputo mettere a punto una buonissima e solida base su cui costruire il loro stile ed il loro carattere, soprattutto verso un pubblico di nicchia che segue per certo il genere da loro preposto e che, per certo, seguirà le loro prossime uscite, e magari, speranzosi in un ulteriore rinnovo stilistico.

 

Simone Zamproni

72/100