8 SETTEMBRE 2017

Gli Unholy Baptism nascono nell’inverno del 2008, nei boschi dell'Arizona, Unholy Baptism è stato un progetto di black metal per chitarra/batteria. L'obiettivo era quello di fondere il nuovo black metal di metà 2000 con il tono torbido della scena norvegese. La band si è affermata e trasformata con l'ingresso di tre nuovi elementi, in quanto Moloch ha accettato di contribuire alla chitarra nel 2009. Un EP di cinque tracce “Unholy Baptism" è stato registrato all'inizio del 2010 e successivamente seguito da diversi spettacoli. Nel 2010 la band è andata in pausa, ma è stata riformata nel 2012. Mantus e Moloch hanno deciso che il nuovo album sarebbe stato registrato e hanno iniziato un difficile processo di rivalutazione sia del suond che dei testi. Il suono ha preso più strade, alla fine hanno deciso di fondere melodie ambient e sconvolgenti (comunemente presenti nel black metal e nel doom), mentre i riff ricordano la scena norvegese. “...On the Precipice of the Ancient Abyss”, album di debutto dei Unholy Baptism, è fortemente influenzato dalla scena norvegese degli anni '90. Anche se la band ha incorporato elementi di doom, depressive e ambient, questo lavoro è stato un omaggio ai pionieri di un genere (Mayhem, Burzum, Satyricon, Immortal) ed è stato scritto intenzionalmente. Il full-length include temi come il satanismo, H.P. Lovecraft, la depressione e la morte. La line-up comprende Moloch (chitarra, batteria e programmazioni) e Mantus (chitarra basso voce e batteria).

L’album è composto da 11 tracce con una durata di 1 ora, 11 minuti e 52 secondi. Ottimo lavoro se fosse uscito agli inizi degli anni '90 quando la scena black stava prendendo piede nell’universo del metal estremo. Questo full-length prende spunto dai grandi gruppi del passato e lo considero un lavoro ben fatto, anche se, essendo un debut album, ha qualche difetto all’interno. Le tracce scorrono lineari e sentiamo tutta la durezza e la violenza musicale in ogni singola canzone che compone questo full-length. L’artwork è sconvolgente, in bianco e nero, in fondo si vedono persone impiccate in un bosco morente in inverno. Questa copertina al primo sguardo fa subito capire che tipo di testi e di tematiche tratteranno le canzoni. Tracce molto lunghe e articolate in un sound molto oscuro decadente con tratti depressive/ambient che ti fanno immergere del mondo degli Unholy Baptism. L’album si apre con “Bitter Winds (So Cold)" intro con campionatura di vento gelido che soffia e subito entrano gli strumenti in un ritmo lento e cadenzato, con un riff atmospheric molto complesso e la voce acida (e apparentemente sofferente) di Mantus che immerge il malcapitato ascoltatore nel suo straziante dolore. Un aumento di velocità caratterizza il ritornello con blast beat fulminei e poi il ritmo torna cadenzato. Un rallentamento sostanziale lo sentiamo verso il finale della canzone e la cadenza è lenta. Si continua con “Wall of Silence": intro con tutti gli strumenti a ritmo velocissimo e senza fronzoli, con una strofa diretta e la voce sempre più marcia e aspra. La chitarra in primo piano nel ritornello e la batteria rallenta leggermente, i blast beat in questo tratto di canzone scompaiono ma riappaiono a velocità massima dopo pochi secondi. Un bridge strumentale ti fa entrare della seconda parte di canzone dove il ritmo viene abbassato leggermente e gli strumenti tengono un tono quasi di sottofondo per far sentire meglio la voce. La calma dura pochissimo e un assolo a celerità impressionante entra nelle orecchie con tale intensità da fondersi con la strofa della parte finale.

La terza traccia è "Descent of Eternal Sorrow": intro lenta di chitarra e batteria, la voce entra piano piano quasi sussurrata, il ritmo è ambient con un aumento della rapidità. La voce è praticamente in primo piano e la cadenza quasi marziale, lascia spazio a una furia con aumento di velocità. Il ritmo poi torna quello bellico dell’inizio e questi rallentamenti quasi doom immergono l'ascoltatore sempre più nella disperazione. Un assolo veloce di chitarra distorta fa da tappeto a un aumento di sveltezza sostanziale di tutti gli strumenti. Nella parte finale della canzone troviamo rallentamenti e accelerazioni continue con un effetto sfumato. La quarta traccia si intitola “Staring Into the Black": intro veloce e martellante di tutti gli strumenti, poi il ritmo aumenta sostanzialmente e le chitarre distorte mitragliano note a una velocità inumana. La voce è sempre più aspra con uno “screaming" allucinante. Una canzone che non lascia scampo, ma un rallentamento sostanziale fa respirare l'ascoltatore e i rallentamenti in stile doom cadono in punti nevralgici della traccia senza snaturare la violenza della canzone. Un assolo di chitarra ben studiato fa da sottofondo ai lamenti del cantante. Il ritmo lento compare per tutta la seconda parte della canzone e, con i suoi passaggi ed il bridge lenti, trasporta l'ascoltatore verso la fine del brano. La quinta traccia è “Bathed in the Unholy Fire": intro di batteria, chitarra e basso; dopo entra la voce, il ritmo è un abient/doom con bassa rapidità. Il ritmo cadenzato rende questa canzone calma e quasi rilassate rispetto alle tracce precedenti. La pace dura poco e il ritmo aumenta con una violenza che ricopre le tracce e che fa sentire sempre più il malcapitato ascoltatore spaesato e in balia di questo sound opprimente. Un rallentamento riporta il brano sui binari dell’intro e della parte iniziale. Il finale strumentale e lento degli ultimi momenti di canzone ed un urlo straziante chiudono la traccia con la chitarra avente effetto feedback; La seconda parte dell’album si apre con “Return to the Fields of Eternity": intro con versi di corvi seguiti dagli strumenti a un ritmo medio alto e la voce sempre più straziante entra subito. Il riff di chitarra di sottofondo fa da tappeto agli altri strumenti. il ritmo è ben cadenzato, con un aumento di velocità non troppo repentino, fino a quando il batterista pesta di brutto sui tamburi e la celerità aumenta esponenzialmente. L'assolo che fa da collante alle due parti della canzone. Il ritmo scorre molto veloce con un rallentamento dove viene messa in primo piano la voce che ti porta verso il finale. La settima traccia è “For the Glory of Satan" ed è la traccia più lunga dell’album con o suoi 8 minuti e 4 secondi. Abbiamo una intro lenta e cadenzata, la voce entra subito senza dare scampo all'ascoltatore. Il ritmo si mantiene ben cadenzato con un leggero aumento della rapidità nel ritornello. Il bridge di basso è ben presente e la velocità aumenta leggermente. Il sound dell’intro sembra un bridge lento che spaventa l'ascoltatore. Verso la parte finale si viene immersi sempre più in un vortice di disperazione; L'ottava traccia è “Four Lords": intro veloce con tutti gli strumenti e la voce che si amalgamano perfettamente. La voce sofferente mette ansia all’ascoltatore e l’aumento della batteria martellante fa sì che la traccia risulti opprimente. Un aumento sostanziale della velocità e le chitarre distorte che mitragliano rapidamente trasformano i riff in lame taglienti. Il ritmo e la velocità si abbassano bruscamente e immergono ascoltatore in un’atmosfera cupa e opprimente, che lo porta verso il finale della canzone. La terzultima traccia è “Shadow of Death": intro a velocità medio bassa con tutti gli strumenti amalgamati e la voce. La traccia prosegue in maniera lineare senza troppi e considerevoli cambi di tempo. La chitarra si distorce e la velocità aumenta vertiginosamente, poi rallenta molto bruscamente e la batteria cupa rende la canzone opprimente ed atmosferica. Il finale tirato a un ritmo fulminate. La penultima traccia è “Upon the Shadow Throne": intro cadenzata con chitarra distorta, prestezza alta senza virtuosismi e ritmo tirato al massimo senza lasciar respiro all’ascoltatore. La violenza musicale che c’è in questa traccia lascia chi ascolta a bocca aperta e se non fosse per la durata sembrerebbe quasi una canzone grind da quanto è veloce. La traccia scorre normalmente senza rallentamenti o cambi di rapidità rivelanti, i blast beat martellanti e ossessivi. Verso il finale troviamo un rallentamento che porta verso la chiusura della canzone. L'album si chiude con “Outro: The Oceans are Never Silent": traccia tutta strumentale (è anche la più corta dell’album), intro di tamburi e dei versi che aprono e chiudono la traccia.

Album godibile in tutte le sue sfaccettature e in tutte le sue tracce; essendo il loro album di debutto dovrebbero migliorare alcuni aspetti tecnici (ad esempio in alcune tracce i rallentamenti stile doom stonano un po').

La registrazione e troppo pulita se fosse stata più sporca sarebbe diventato un ottimo album, a parte questo ci troviamo di fronte ad un ottimo album di puro black con influenze doom. Come ho scritto all’inizio se fosse uscito agli inizi degli anni 90 sarebbe stata una vera pietra miliare del suo genere. Tecnicamente sono musicisti preparati.

 

Daniele Blandino

85/100