20 DICEMBRE 2017

 

 

“Metalmorphosis” è allo stesso tempo il quarto e secondo full-lenght degli Athlantis. Registrato originariamente nel 2008, ma non pubblicato, la formazione genoana decide di tornare in studio nel 2017 con lo scopo di incidere nuovamente il vecchio materiale, completando così la tetralogia nel passato ottobre (ricordando che a marzo è uscito Chapter IV, il terzo\quarto lavoro della formazione; a completare la discografia il debut “Athlantis” (2003) e l’effettivo secondo lavoro pubblicato “Metal will never die” del 2012). 

Ciò che gli Athlantis hanno tirato fuori dallo studio Nadir è sicuramente un buon prodotto, un metal di stampo sinfonico che sfocia in terre heavy, rock e power, con evidenti venature prog. Si nota una certa cura nei dettagli ed una buona tecnica sia compositiva che esecutiva. L’album ha un’anima, non è semplice tecnica fine a se stessa, e la scaletta, nel complesso, ha i suoi buoni momenti.

Tra i pezzi degni di essere citati vi è sicuramente l’opener “Delian’s fool”, il cui inizio, per quanto nulla di particolarmente innovativo e dal sapore ottantiano, nella sua canonicità offre un buon impatto a livello strumentale, susseguito da alcuni versi narrati in italiano: 

 

“La luce, di cui nutrivo la mia speranza, si spense. 

E avvolto nelle sue ali, l’angelo nero, mi strappò dal mio piccolo cosmo.

Volai, tra i vari strati della mia coscienza, 

navigai tra i cieli oscuri del mio inconscio.

Ed, infine, naufragai su di una nuvola incontaminata.”

 

Cambi di ritmo, buone linee vocali, un passaggio di pianoforte d’un certo livello (3:27) volto ad anticipare un buon assolo e discreti riff, danno un piacevole benvenuto all’ascoltatore. Che difficilmente non sarà propenso a continuare la tracklist.

Il viaggio prosegue con altri ottimi pezzi, ma, egoisticamente, vorrei soffermarmi sulla terza traccia “Wasted love”. Un pezzo come tanti, forse il più debole del lotto, eppure quello che ha segnato di più il viaggio che “Metalmorphosis” mi ha proposto. Un attacco di chitarra semplice, un ritornello fatto per rimanere in testa e un continuo pedalare. Forse uno dei capitoli meno elaborati dell’album, ma nella sua semplicità si lascia accettare per quello che è, centrando un obiettivo non banale: divertire. 

Oggettivamente pezzi come le successive “Nightmare”(impreziosita dall’accompagnamento vocale di Travor(Roberto Traverso) dei Sadist) e “Devil’s temptation” sono di un altro livello compositivo, ma il bello è proprio questo. Ognuno vive il proprio viaggio, la propria metamorfosi, in maniera diversa.

Prima di analizzare l’ultima traccia, annoto la formazione composta dal fondatore Steve Vawanas al basso; Tommy Talamanca alle chitarre ritmica e solista, oltre che alle tastiere; Alessandro Bissa alla batteria; e Alessio Calandriello alla voce. Senza dimenticare molteplici guest, come Roberto Tiranti dei Labirinth nella conclusiva “Tragedy”(si, è una cover dei Bee Gees).

Ultimo pezzo messo sotto esame è il penultimo, ed ottavo, capitolo: “Resurrection”. Non ci fosse stata la semplicità di “Wasted love” questi sei minuti e tredici secondi avrebbero , per me, rappresentato il miglior frangente del full-lenght. 

 

“Un nuovo giorno accolse il mio risveglio.

In un alba color cremisi aprii gli occhi.

Il chiarore della luna fu una piccola candela,

se comparata a quella luce folgorante.

L’angelo nero, divenne un angelo dorato.”

 

Questi versi, accompagnati dall’ormai consueto pianoforte, aprono un percorso non particolarmente semplice da descrivere. Vi sono tutte le caratteristiche dell’album, e mai come in questo caso risplendono in un tripudio alla sinfonia, incidendo senza girare particolarmente a zonzo. Andando dritti al punto prendendosi i propri tempi. 

Un album di buon livello, senza dubbio, che qualche volta fatica ad incidere, perdendosi in spezzoni non particolarmente brillanti in quanto originalità. A volte le linee vocali di Calandriello, pur svolgendo il loro dovere ed a tratti anche di più, non restituiscono il giusto sapore. Forse è proprio la discontinuità con cui gli Athlantis hanno inciso in quest’uscita, almeno per me, ad impedirmi di dare un voto finale veramente elevato, fermandomi ad un semplice bel lavoro.

In conclusione un buon disco, ben prodotto, ottimamente composto e suonato, contenente molti buoni pezzi capaci di restituire più di qualcosa a chi li ascolta. E già quest’ultima annotazione vale più di innumerevoli commenti.

 

Jonathan Rossetto

78\100