17 DICEMBRE 2017

Aprite gli occhi avventurieri, per un viaggio all’interno delle vostre menti e contemporaneamente all’esterno ed oltre, verso l’universo interiore ed esteriore. Arrivano dalla nostra capitale gli Otehi, trio di musicisti già noti alla scena musicale nostrana. “Garden Of God” è la loro ultima fatica compositiva, un album che non ammette vie di mezzo nella sua fruizione. Come il nome del gruppo lascia intendere, [“Otehi” è una parola originaria del linguaggio Lakota utilizzato da alcune tribù degli indiani d’America tra cui i Sioux, traducibile con “il contatto con l’universo e tutte le cose”, n.d.r.] l’anima del gruppo è assai radicata nella cultura musicale riflessiva, meditativa e psichedelica; questo lavoro ne è figlio legittimo e come tale va approcciato. Prima di partire con le sei tracce incise, fermiamoci ad osservare la cover art. Dal tratto forse più Zen che nativo americano, propone un disegna dai tratti semplici ma incisivi e certosini negli abbellimenti. I colori pergamenati ed i toni anticati e caldi non fanno altro che reiterare l’ideologia del naturale e del contatto meditativo che ci si aspetterebbe da questa band. Infine le due ignote figure, ridotte all’essenziale delle loro stesse ossa, sono riprese in un tocco gentile e sacrale. Una breve “Intro” ci introduce nel giardino curato e custodito dai nostri. Effetti psichedelici mixati con richiami di volatili creano il giusto preambolo al primo vero ascolto dell’album, la seguente “Naked God”. Un riff cadenzato e lento ci permette di entrare nel giusto groove, grazie ad una scelta compositiva assai adeguata, il beat e gli accenti del riff avranno come unico scopo di emulare una specie di estasi mistica. Difatti, quello che a primo acchito potrebbe apparire come un classico “già sentito”, nasconde una natura fortemente coercitiva che obbligherà l’ascoltatore a perdere l’uso del classico senso dell’udito. Ironicamente, proprio per il voler generare questo effetto, quella che ci si presenta come una composizione dedita al contatto con la natura, risulta essere molto tecnica e fortemente studiata nella sua composizione melodica. Questo brano, come gli altri, offre una composizione molto dilatata nel tempo (parliamo della decina di minuti ciascuno); un ampliamento necessario per arrivare, sempre all’interno dello stesso, alle prime linee vocali. Note lunghe, sostenute e equalizzate in modo da generare una commistione con gli strumenti spaesante. Le percussioni del brano si basano per la quasi totalità sull’utilizzo delle pelli, mente i cimbali viene assegnato il compito di riempire eventuali spazi, come una sorta di pioggia. Se si volesse descrivere metaforicamente l’andamento della canzone, la si potrebbe paragonare proprio ad un rito sciamanico attorno al fuoco di un accampamento. Siamo oramai trasportati fuori dal nostro io e proprio in questo abbandono dei sensi arriva “The Great Cold”. Le prime note del brano come la sua evoluzione appare inaspettata. Il beat è molto più sostenuto di quello che ci si aspetterebbe dopo i primi minuti di ascolto generale, ma si ritorna subito al consueto andamento sinusoidale. Anche in questa composizione l’uso dei riff chitarristici reiterati e sostenuti permette all’ascoltatore di non uscire dall’atmosfera creata. Appare sempre più chiaro che ci si trova davanti ad un lavoro molto concettuale, che vuole comunicare qualcosa che gli artisti hanno cercato di inserire nella sua amalgama generale. Per questo ed altri motivi, che andremo a dichiarare, il sottoscritto ne sconsiglia l’ascolto in situazioni estranee ai contesti richiesti dalla sua natura intrinseca. “Verbena” è finalmente la parte centrale e, forse, il momento clou del componimento intero. Memore delle proprietà pianta omonima, qui ci troviamo nel momento rilassante del sonno indotto. La chitarra basso ci cullerà, mentre la linea vocale sussurrata insinua, suggerisce e rivela gli oscuri segreti celati in questo giardino dei sensi. Il patto è svelato fuori dalle corde delle chitarre ma lo avevamo già capito: dobbiamo essere pronti all’abbandono per afferrare ciò che viene rivelato. In balia dei nostri sciamani arriviamo alla fine con “Purified”. Una voce sussurrata ci inizia all’ultimo rituale da percorrere, ci tende una mano ma non ci trascina, lascia piuttosto che sia il naturale corso degli eventi a portarci in là; passo dopo passo, nota dopo nota, fino all’abbandono finale. Percussioni dai beat dilatati e caldi, un mix attento tra i momenti di sogno ad occhi aperti e trance, ci abbandonano pian piano a noi stessi. L’”Outro”, come un richiamo alla realtà, ci riporta alle sonorità iniziali e di conseguenza ci accomiata dall’ascolto. Dopo un ascolto (più d’uno in verità) dell’album nella sua interezza se ne può parlare a mente fredda. Va anzitutto considerato che non è affatto facile constatare che ci troviamo di fronte ad un lavoro che ha unito la musica Rock a quella di carattere quasi New Age.L’uso delle percussioni in tutti i brani è ben strutturato e ne crea una perfetta impalcatura per le melodie. Queste ultime sono sempre molto dilatate e spesso monotematiche, scelta essenziale per permettere, forse un po' coercitivamente, all’ascoltatore di cadere facilmente nel mood richiesto dal disco. Per queste caratteristiche ci si sente in dovere di consigliarne l’ascolto programmato e non casuale. Uno studio del genere non può infatti essere fruito in situazioni ove non gli si possa concedere attenzione o come sottofondo di attività altre se non meditative. Constatando la giovane età della band appare assai degna di nota l’intenzione di imbarcarsi in un progetto così strutturato. Album di questo tipo sembrano non esistere solo come fini a sé stessi, bensì come ponte tra l’idea degli artisti coinvolti ed il fruitore finale; una sorta di comunicazione astrale per così dire. Per questi motivi non lo si può analizzare meramente dal punto di vista della forma esecutiva strumentale o compositiva e meno che meno lo si può ascoltare nella stessa ottica. La tecnica strumentale del disco è difatti essenzialmente elementare e non troveremo mai costrutti melodici o ritmici incomprensibili, decisione necessaria per permettere alle sue caratteristiche altre di potersi espletare. Questo non vuol dire però che si tratti di un lavoro di poco valore costruttivo, anzi. Il suo essere essenziale non fa che complicare il lavoro dei compositori che con pochi colori hanno saputo dipingere ed indirizzare le nostre emozioni; ed in questo non ci sono tecniche o strutture sintattiche che tengano. O lo si riesce a fare o no. Il mixing generale del disco, forse data la natura avveniristica di questa musica, non è ancora in grado di valorizzare al meglio il dualismo tra suoni fatti di distorsioni e strumenti tribali. Quest’ultima considerazione in virtù dei territori ancora inesplorati che un disco simile ci presenta e che sicuramente solleticherà la voglia di sperimentare dei più tecnici. Possiamo dire invece di aver ascoltato la canonizzazione di un genere, di aver percorso un viaggio già tracciato e strutturato dai compositori, prima come demiurghi poi come sciamani e nostri accompagnatori; regalandoci un senso di appagamento pari ad una nuova eccitante scoperta. 

 

Matteo Musolino

80/100