14 APRILE 2018

Ben ritrovati amici avventurieri tra queste pagine, stavolta ad accompagnarci sarà la musica dei Liguri “V-8 Compressor” e del loro nuovo lavoro: “Don’t Break My Fuzz”. La band, alle prese con la sua prima uscita discografica, ci propone uno Stoner Metal dalle tinte Southern interpretato da un tre musicisti; un “Power Trio” insomma (come è uso definire solitamente queste formazioni). Come suggeriscono la copertina ed il titolo, traducibile come “non rompete il mio Fuzz” [il Fuzz è un pedale di distorsione per chitarre e basso e non solo, dal caratteristico suono distorto e spesso usato con toni ovattati e mediosi n.d.r.]; l’intenzione di questo primo lavoro è di presentare una precisa identità musicale fin dal principio. Ci saranno riusciti? Andiamo a scoprirlo! La copertina si presenta con una bella illustrazione nello stile tipico del tratto moderno del graffitismo americano, dallo stile fumettoso e diretto come il titolo già ci prognosticava. Un essere umanoide e dai tratti leggermente Steampunk, su uno sfondo piatto e monocromo, si ciba proprio del pedale sopracitato. Curiosa la scelta di utilizzare dei toni e dei colori così freddi che, solitamente, non sono associati all’immagine tipica dei gruppi di questo genere, ma forse proprio per questo risulta molto convincente. “Don' T Break My Fuzz” ci fa da apripista ed è immediata e va subito al punto. I suoni scelti sono appunto quelli tipici di queste distorsioni e da subito si intuisce l’intenzione dei nostri di dare all’album un sapore molto “Live”, se così si può dire. I suoni non puntano tanto sulla potenza fine a sé stessa ma sulla presenza, con pochi alti e bassi molto dosati. Il riff principale è convincente, ben eseguito e composto. Anche la voce di Pixo [voce e chitarre basso n.d.r.] ci convince fin dalle prime note. Assolutamente adatta al genere ed anche molto persuasiva. Immediatamente non si può non ricollegare lo stile adottato a band d’oltreoceano (a ovest ovviamente). La composizione è semplice ma ben congeniata; un ottimo pezzo Hard Rock che, se non fosse per quanto detto prima, sarebbe interessante sentire con dei suoni un po’ fuori genere con più bassi e più corpo. Non si fa a tempo a sorridere piacevolmente per questa intro che parte “Stray Hound Dogs” ed il sottoscritto sfida chiunque a non rimanere un po’stupito per la scelta vocale della Lead Voice. Il pezzo è furioso, la voce è al limite della distorsione, urlata e sporca nei toni bassi. Il riff delle chitarre stavolta è sicuramente meno caratteristico rispetto alla precedente ma questa scelta nelle armonie della voce rende il pezzo assolutamente più originale. Una bella trovata che induce a pensare che il disco sia molto più ragionato di quello che appare, nonostante gli effetti di sporcatura e ritorno audio inseriti per dargli un tono più rozzo e arrugginito. “No Sissies” ritorna prepotentemente sulla strada più Southern; nei toni e nei testi. Il pezzo ha un bel ritorno ed anche le armonie sono ben congeniate e gradevoli. I suoni scelti per le batterie cominciano a farsi sentire più presenti nell’idea che la band ha voluto dare al lavoro in toto. Il rullante in particolare è essenziale nel voler evitare, dove si può, i colpi in Rimshot e le classiche pacche, sostituiti da dei colpi volutamente più scanzonati. “Loud Knocks” segue a ruota e, a differenza degli altri pezzi più diretti, si prende del tempo per partire a pieno regime, senza però perdere mai d’intensità. I temi principali qui inizialmente tenderanno a non apparire magari troppo incisivi, ma l’effetto è comunque molto gradevole. Subito dopo una partenza comoda il trio si prende, all’interno del pezzo stesso, un momento per sporcarci le orecchie con un intermezzo semi-psichedelico (a modo loro ovviamente, sporco e rugginoso). Siamo a “Sgrunt Cow” ed ancora il livello sia produttivo che musicale compositivo non è calato. Questo pezzo strumentale appare più come una intro che come un pezzo a sé stante ma, le chitarre pulite ed effettate ed il riff che evoca un vento molto ad ovest da qui, gli danno un tocco ed un sapore particolare, tanto che potrebbe sembrare di stare ascoltando un qualche estratto di colonna sonora, tipica delle pellicole Americane. Un bel regalo da includere in un album del genere. Ed infatti arriviamo ad “Aniridia”, naturale proseguo della precedente. I ragazzi qui convincono particolarmente nelle scelte melodiche. Come prima non si parla di melodie particolarmente estrose, ma il lavoro di produzione stesso le rendono accattivanti ed assai fruibili.  È un brano che sembra fatto apposta per mostrare le capacità vocali del cantante a cui viene affidato il traino di tutta il brano; una scelta che in questo caso non possiamo neppure più definire coraggiosa, proprio perché è oramai palese che si tratta di un talento chiaro ed inoppugnabile. “Snake Charmer” ci accompagna verso le battute finali, con un carico di violenza assai rimarcato dalla contrapposizione con il brano precedente. I suoni cambiano molto nei toni e nella composizione scelta. Dalle voci in distorsione bassa ai mini inserti effettati. Stilisticamente è molto convincente la decisione di inserire melodie a tempo spezzato su ritmi decisamente andanti. La penultima traccia è “Grey City” che , a giudizio del sottoscritto, non rende però giustizia alle precedenti. Risulta un brano molto meno curato nella composizione e negli arrangiamenti. Forse si tratta di una volontà stilistica dei nostri ma alle orecchie dei più potrebbe non reggere il confronto in un album dalla scaletta così coesa come questa. Bisogna comunque ammettere che è difficoltoso tenere teso un filo così pesante e comunque i tre, fin qui, ci sono riusciti benissimo. Con “Appaloosa” i V-8 Compressor si congedano dall’ascolto e presentano un brano feroce ed intenso. Il finale è decisamente “tagliato di netto” e questo non fa che rimarcarne l’identità sopra descritta. Le sensazioni evocate sono quelle del gran finale di una lunga corsa che li ha portati a presentarsi all’ascoltatore in modo diretto e senza fronzoli. Il messaggio è arrivato forte e chiaro. L’intero album ha forse gli unici grandi difetti di basarsi forse troppo sulla grande abilità e talento vocale del cantante (che la fa da padrone per tutto il lavoro presentato) e sulla decisione di mantenere la composizione musicale un po’ nel riserbo e nei canoni più recitativi del caso; immaginiamo proprio per lasciare grande libertà alla voce. Questo ha fatto sì che da un lato non si possono assolutamente notare sfumature degne di nota e contemporaneamente neanche sbavature. Ad ogni modo questo è un esordio decisamente ben riuscito e si può tranquillamente consigliare a tutti i presenti di tenere le orecchie aperte e di seguire gli sviluppi futuri di questo Power trio che, dopo questo ascolto, si fatica quasi a credere di origine nostrana per lo stile presentato. Procuratevi un paio di stivali, un buon cavallo ed una lunga strada da percorrere e saltate in sella con questa colonna sonora, non ne rimarrete delusi. 

 

Matteo Musolino

80/100