18 GIUGNO 2018

DOMANDE A CURA DI MELISSA GHEZZO

 

Benvenuti su IVL! Quando e come nascono i Built-In Obsolescence?

 

Ciao!!! I Built-In Obsolescence nascono precisamente a fine 2010 a Riccione da una idea di Paolo Sanchi (voce) e Alex Semprini (chitarra). I due avevano già suonato insieme ma mai in un progetto metal sperimentale. A seguire si aggiunsero Gianmarco Ciotti e Valerio Biagini rispettivamente alla chitarra e al basso e in ultima battuta Bruno Galli alla batteria. Chi più, chi meno, siamo tutti amici di vecchia data provenienti dalle esperienze musicali più varie: punk, folk, hardcore, crossover, rock n roll, nu-metal, prog, hard-rock.  L’idea era creare un gruppo di base metal aperto a sperimentazioni.

 

Ascoltando le vostre canzoni ho notato il cantato in madrelingua, per molti non è gradevole la lingua italiana su alcuni generi musicali distanti dal pop e mi incuriosisce sempre sapere le motivazioni che stanno alla base di tale scelta... forse per patriottismo o perché si sposa meglio con la vostra musica?

 

Le canzoni a cui ti riferisci sono “Sine Requie” e “Biotronic”. E’ nato tutto come sperimentazione: come per la musica provi a usare un effetto o una particolare armonia, con la voce abbiamo provato il cambio lingua. L’inglese è spigoloso e nel genere è preferibile, però per questi due pezzi abbiamo ricercato una sonorità più melodica e solenne; l’italiano esalta questi due aspetti ed il risultato ci è piaciuto. Con tutta sincerità ci siamo più volte chiesti se fosse la soluzione giusta e provammo anche a cantarle in inglese per uniformare il disco, ma il risultato non ci soddisfò e le lasciammo così. 

 

Nell' aprile 2018 esce il primo LP per voi, di cosa parla questo concept album?

 

Il termine INSTAR ha un doppio significato: è sia un gioco di parole tra “in” e “star”, sia uno stadio di evoluzione degli artropodi in cui abbandonano il loro esoscheletro, la loro protezione, per crescere e mutare forma. Il disco si muove attorno al concept della illusione e della (falsa?) speranza. Alterna momenti più astratti come “Dance of Falling Leaves” o “Ecdysis” a storie narrate come ad esempio “Project: Almaz”, “Wave” o “Shara”.  E’ un viaggio nello spazio e nel tempo dove l’uomo, come l’insetto, abbandona il suo guscio e si getta verso l’ignoto, spinto da un istinto ancestrale.

 

Si sentono molto le sonorità ispirate ai Tool, che cosa vi hanno trasmesso le band a cui fate riferimento e loro in particolare?

 

I Tool sono il nostro minimo comune multiplo, la band che ci mette tutti d’accordo: siamo cinque musicisti con ascolti e background molto differenti. Nel progressive/post metal e post rock abbiamo trovato una dimensione condivisa. Ci piace sempre ricordare uno spartiacque nella storia dei BIO: un concerto a Bologna nel 2015 di Mono, The Ocean e Solstafir a cui abbiamo assistito tutti e cinque. Tornammo a casa estasiati e sulla stessa onda e da lì a un anno INSTAR era scritto. Dai Tool e dalle altre band di genere amiamo la destrutturazione della forma canzone, i cambi di tempo e i suoni. Il progressive è questo: la progressione di idee e di strutture diverse per trasmettere emozioni complesse.

 

Nel 2014 pubblicate il primo EP “Abel” con cui muovete i primi passi. Quali erano le vostre intenzioni ed aspettative?

 

Abel è un disco importante se non importantissimo per noi. Abel è un esempio che amiamo sempre portare alle cronache quando ce lo chiedono. Il nostro primo EP è un lavoro che ha una sua dignità e di cui salviamo diverse idee, ma che, ad essere sinceri, nella sua interezza non ci soddisfa. Lo registrammo nell’autunno del 2013 e scoprimmo che eravamo cinque anime slegate: ci mancava una visione definita di ciò che volevamo. L’uscire verso il mondo “di fuori” e sentire i primi pareri esterni marcò ancora di più cosa di buono c’era e cosa di buono non c’era. Un consiglio che ci sentiamo di dare a chi vive in sala prove e se la suona e se la canta per troppo tempo, è di buttare tutto nero su bianco e fare un punto zero. INSTAR è un disco molto più maturo di cui andiamo fieri ed è figlio di un lavoro mirato e di scelte per noi azzeccate che, magari, senza Abel, non sarebbero arrivate. Di Abel abbiamo re-inciso “Biotronic” perché è stato il primo vero passo verso INSTAR e sicuramente lo completa!

 

Nel 2015 avete realizzato un tour europeo, che cosa vi ha insegnato la scena musicale fuori dall'Italia?

 

Viaggiare e suonare è la vittoria. Non importa se lo fai per hobby , se ci vai (un po’) in rimessa, se ti lavi in un lavandino, se dormi in posti casuali o mangi se e quando capita: è la vittoria per noi. Abbiamo conosciuto spettatori e musicisti e scambiato opinioni con persone da tutto il mondo che sentiamo tutt’ora. Abbiamo per esempio suonato a Vienna con una band messicana, attraversato interi stati e visto persone sconosciute partecipare attivamente al concerto in prima fila. Giri in una capitale europea e pensi “la musica mi ha portato qui”. Suonare in giro ci ha insegnato ad apprezzare ancora di più le piccole grandi cose.

 

Ho ascoltato maggiormente una delle vostre canzoni intitolata “Biotronic” ed ho immaginato di essere in uno spazio buio con in mano una sfera colma d'acqua dalla quale fuoriuscivano figure non troppo definite. Se doveste descrivere per immagini la vostra musica, quali forme prenderebbe l’elemento?

 

Ironicamente Biotronic è l’unico brano in cui il protagonista è un elemento naturale, ovvero il fuoco e il fumo che ne deriva. In genere plasmiamo la nostra musica in diverse forme per donare una esperienza poliedrica all'ascoltatore. Partiamo a flusso di coscienza: lo spazio sconfinato, la geometria, la matematica, la quiete prima e dopo la tempesta, l’introspezione, l’astratto, l’interpretabile, la speranza, l’etereo, il non ritorno, il sogno, la disperazione, il viaggio.

 

Ultima riflessione... Il vostro parere sulla scena metal nostrana.

 

In Italia le cose le sappiamo fare bene e nella musica non siamo da meno. Nella scena emergente ci sono band fantastiche che non hanno nulla da invidiare al mainstream e alle band estere. In Italia (ma non solo qui  e non solo nel metal) vacilla quella che si definisce “la scena”. In contesti locali ancora resiste un po’, ma siamo arrivati alla saturazione e al paradosso. Un tempo suonare non era per tutti, tanto meno registrare un disco. C’era un forte squilibrio tra quanti suonavano e quanti supportavano. Chi non imbracciava lo strumento sosteneva tutti i concerti che c’erano. Un tempo promuoversi era difficile, si copiavano le cassette o i cd e scaricare un disco era un’avventura che durava ore. Un tempo un disco nuovo lo mangiavi, lo consumavi. Oggi tutti hanno una band, tutti possono incidere un disco, si scaricano discografie in 10 minuti, siamo sommersi da streaming e ascolti distratti e hai il mondo a portata di click. Risultato: ognuno pensa al proprio orto, pochissimi all'agricoltura e la mole di informazione è così ampia, frenetica e veloce che è come se non ci fosse e spinge l’ascoltatore medio a rifugiarsi nel conosciuto (gruppi famosi, cover band,….)