3 GENNAIO 2018


DOMANDE A CURA DI GIULIA DE ANTONIS

 

Per cominciare l’intervista, può illustrare dove affonda le proprie radici il progetto Visionoir? Racconti  la sua storia.

 

Visionoir è il nome che dal 1998 accompagna la mia attività musicale solista: si può dire che sia un mio vero e proprio alter ego. Dopo aver prodotto un primo demo nel 1998 dal titolo “Through the inner gate”, ben accolto dalla stampa metal, il progetto è rimasto dormiente essendomi unito a diverse band nel corso degli anni ( Blind Mirror, Magique Entropy Studio e altre). In realtà ho sempre continuato a comporre musica: è proprio dal materiale scritto nel corso degli anni che ha preso forma e vita l’album di debutto, dopo un intenso lavoro di cernita, rielaborazione  e arrangiamento di riff e idee archiviate nel tempo, arricchiti da improvvisazioni soprattutto tastieristiche realizzate in fase di registrazione.

 

Ci parli del genere musicale da lei praticato, come lo descriverebbe?

 

E’ difficile dare una etichetta alla propria musica, soprattutto quando si cerca di essere il più originali possibile:  in questo caso lavorare in solitudine certamente lascia una impronta molto personale. Partendo dai generi che più mi hanno influenzato, ovvero il doom metal, il progressive rock e il gothic-metal,  per i brani più complessi si potrebbe azzardare il termine “Progressive Doom”, mentre per alcune tracce strumentali piu’ brevi sarebbe più appropriato parlare di “Cosmic-Rock”, vista la predominanza di tastiere e synth  ( chi ha detto Goblin? )

 

Un misto di generi molto vario e armonioso, ci sono particolari difficoltà nel fonderli insieme? Come mai questa scelta?

 

Non è una vera scelta la mia, quanto piuttosto la naturale  conseguenza del lavorare senza dover rendere conto né a una casa discografica nè ad altri musicisti: ho scritto e suonato quello che mi piaceva in totale libertà e in momenti diversi evitando quindi la “mono-tonia” di cui soffrono molti album anche di band importanti, ovvero l’eccessiva uniformità dei brani in merito a struttura, sound e arrangiamento., una volta trovata la cosiddetta formula vincente.

 

Parlando di “The Waving Flame Of Oblivion” cosa può dirci a riguardo? Descriva lo stile compositivo di questa “creatura”.

 

Come ho gia anticipato il progressive rock è stato una forte influenza, pur non essendo il mio genere primario. Ho ascoltato anche molto progressive metal negli anni, ma ho presto capito che stava diventando un genere di “maniera” troppo infarcito di sterili tecnicismi …L’ uso dei tempi dispari, ad esempio, è presente in diversi dei miei brani, ma è sempre funzionale alla musica, mai fine a se stesso. Il brano “7even” ad esempio, strumentale, deve il suo nome proprio alla figura metrica principale…Uno dei miei riff preferiti, devo ammettere, direi forse ispirato inconsapevolmente ai Fates Warning, ma con una componente “orientale”.  Altri brani invece provengono dalla mia fase “pianistica” per cui sono stati scritti principalmente al piano invece che alla chitarra: in questo caso è più marcato l’aspetto sinfonico della musica, che però ho cercato di rendere più moderno grazie all’ uso di arpeggiatori e synth à la Orzic Tentacles (più che agli Ayreon, per intenderci)

 

C’è una novità riguardante la parte cantata che risulta essere molto curiosa, la descriva.

 

L’album in origine avrebbe dovuto essere interamente strumentale: ho imparato a suonare diversi strumenti, ma il canto non è una delle mie competenze, anche se sul demo del ‘98 mi ero avventurato anche in quello. Durante la fase di arrangiamento del disco ho sperimentato su “Electro-Choc” la sovrapposizione di una voce narrante, in particolare la voce malata e disturbata di Antonin Artaud: il risultato è stato per me una vera e propria illuminazione. Ho quindi riadattato i brani più lunghi dando spazio a questo nuovo elemento narrante che ritengo essere diventato uno dei miei marchi di fabbrica ( è gia pronto un nuovo brano con la voce di Charles Bukowski, ma per questo dovrete aspettare non poco mi sa ). Ho trovato in questo modo la componente “teatrale” che rende unici dischi come quelli dei Devil Doll, per citare una mia grande passione.

 

Ci sono altri tipi d’arte oltre alla musica per la quale ha sviluppato particolari passioni?

 

Mi occupo anche di fotografia, oltre alla musica, e infatti ho utilizzato per la copertina dell’album una delle immagini da me realizzate a nome Visionart, mio alter-ego artistico volutamente assonante a quello musicale Visionoir.

 

Tornando alla musica, c’è qualche emozione o sentimento in particolare che la spinge a creare cose nuove?

 

Quello che mi spinge è entrare nella mia “Room of Doom” con l’idea di dedicarmi completamente alla musica: poi, nel decidere tra esercitarmi con qualche strumento o ascoltare  qualche nuovo album, finisco quasi sempre ad improvvisare con la chitarra fino a far emergere qualche idea o riff nuovo, che poi suono in loop per moltissime volte per trovarne una versione definitiva che verrà usata in seguito per una nuovo brano.

 

Se possibile saperlo, come mai ha deciso di creare una one-man-band? E’ difficile gestire tutto da solo? 

 

Non è affatto facile, ma è una necessità. Non è stata a dire il vero una decisione, è semplicemente successo. Se hai tante idee e dimestichezza con diversi strumenti, l’idea di arrangiare e realizzare da solo della musica è abbastanza naturale direi. Una volta iniziato l’idea di coinvolgere altre persone mi è sembrata più una complicazione che una risorsa. Aggiungiamo anche una personalità forse spigolosa e poco disponibile alla mediazione e il gioco è fatto. L’unico rammarico è ovviamente l’ impossibilità di riprodurre Visionoir e il suo sound dal vivo.

 

Lei si occupa di molti strumenti musicali, si denota una forte passione dato che ha imparato da se a suonarli, come è nata la passione per la musica? Tra i tanti esiste uno strumento che in assoluto predilige?

 

Ho cominciato con lezioni di piano in età giovanissima, poi la scoperta del rock mi ha portato a suonare il basso per molti anni. Ma è avere in mano una chitarra elettrica che fa scoccare la scintilla del “Riff”, che ritengo essere ancora l’elemento fondante di tutto il rock e il metal. Il primo demo infatti aveva un carattere sinfonico perché composto soprattutto alle tastiere. Dal qualche anno quindi la chitarra è diventata lo strumento principe per la composizione. Ovviamente non disdegno di sfogarmi con la batteria, anche se a livello di registrazione mi affido alla batteria elettronica come necessario compromesso.

 

In musica preferisce l’innovazione o il vecchio stile? Ci sono in particolare degli “idoli a cui si ispira”?

 

Sicuramente l’ innovazione ! I miei tre capisaldi musicali formano una vera e propria trinità intoccabile: i Black Sabbath, i King Crimson e i Dead Can Dance. Guarda caso tutti e tre sono gruppi assolutamente innovatori, originali ed ineguagliati, nonostante i molteplici tentativi di imitazione, soprattutto dei primi ! Ovviamente anche il periodo d’oro anni ’90 della Century Media ( Tiamat, The gathering, Moonspell, Samael) ha avuto il suo peso nell’ influenzare quello che sarebbe stato il mio sound, soprattutto inizialmente. Avere “idoli” però, da ateo,  non è nelle mie corde: trovo la musica qualcosa di superiore all’ “individuo” che l’ha generata.

 

Per salutarla a lei uno spazio per riferire qualcosa di esclusivo.

 

Non troverete il mio album nei migliori né nei peggiori negozi di musica, sulle poche riviste di musica rock rimaste, ne in autoradio. Ma abbiamo tutti internet, per fortuna: basterà una pò di curiosità e strappare qualche minuto del vostro tempo ad altro per lasciarvi bruciare metaforicamente dalla “ondeggiante fiamma dell’ oblio” insieme a Visionoir!