10 GIUGNO 2019

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Intervista Alla Thrash Death Metal Band Italiana Nerobove

A Cura Di Melissa Ghezzo

Benvenuti su IVL, chi sono i Nerobove?

Quattro persone che non avevano niente di meglio da fare. Ma proprio in senso letterale: non pensiamo ci possa essere qualcosa di meglio da fare che mettere su una band e dare forma a un’idea, renderla concreta, farla sentire in giro. Specialmente se lo fai con gli amici di una vita. Ecco sì, fondamentalmente siamo quattro amici che hanno iniziato a suonare insieme da adolescenti e non hanno più smesso, cambiando stile, forma, obbiettivi, persino il nome, ma continuando sempre con la stessa perseveranza. Abbiamo suonato dovunque, dai concorsi alle feste di paese, spesso fuori contesto, sempre fuori luogo, ma questo ci ha formati meglio di ogni altra gavetta. Nel 2018 abbiamo pubblicato il nostro album di debutto Monuments to Our Failure, che è un sunto di quanto fatto prima, con brani scritti in un arco di tempo abbastanza lungo, potremmo dire in una vita musicale precedente.

 

 

Lo scorso giugno è uscito il vostro album di debutto! “Monuments to Our Failure”... di cosa parla questo primo lavoro?

Parla, manco a dirlo, di fallimenti. Di chi li rappresenta e li veicola, e di chi li subisce. Il tema è affrontato dal punto di vista generazionale, quell’incontro-scontro con i padri e con gli avi, in un contesto artistico e sociale. Insomma, noi siamo quattro giovani con tanta voglia di fare e di essere, in un luogo e in un momento in cui troppa gente ti dice che non puoi fare e che non puoi essere, che sei troppo giovane per capire, che anche io alla tua età pensavo così, dicevo questo, ascoltavo questo, ma sai, poi si cresce. Però, allo stesso tempo, da chi vuoi prendere esempio, se non da chi sta lì da prima di te? Ed è proprio vero che questi esempi sono sempre negativi? Non lo sappiamo, ci poniamo questa domanda senza sperare di trovare una risposta, ma descrivendo, nei testi, delle situazioni che richiamano il rapporto conflittuale col passato, con l’eredità e i suoi fardelli. L’album non è esattamente un concept ma c’è un fil rouge che lega i brani ed è proprio questo.

 


Riconducendomi al titolo del disco, in cosa pensate di aver fallito durate la vostra vita musicale?



Aver preso gli strumenti in mano è stato il primo fallimento. Chiunque sceglie di fare musica oggi lo sa, ma se vedi che intorno a te diventano tutti notai, imprenditori e chirurghi e tu sei comunque lì a scervellarti in sala prove perché questo brano non spinge, perché questo riff non ci sta, perché dobbiamo suonare al meglio ché poi c’è la serata, allora hai vinto. La nostra non è una visione negativa, anzi è l’accettazione che non c’è nulla da perdere, peggio di così non può andare, tanto vale provarci. “Bisogna andare avanti anche se avanti non c’è niente” dicono i Marnero. Sapere di aver fallito non è un buon motivo per gettare l’ancora, anzi ti lascia una libertà che forse prima non c’era, ti spinge a guadagnarti ogni pacca sulle spalle, ogni applauso, ogni sorriso con il massimo sforzo, e ti insegna a prendere tutto questo come un successo già di per sé. Tutto quello che viene dopo è un più, un più che cercheremo di acchiappare. Ma non esiste soddisfazione più grande di una persona che viene a dirti che ciò che fai spacca, specialmente in un momento storico in cui pare che non freghi nulla a nessuno.

 


Cosa unisce il vostro EP “Back to Aleph” e “Monuments to Our Failure”?

Poco, a dire la verità, anche se non c’è molta distanza tra i pezzi in termini cronologici. “Samekh”, primo brano dell’EP, è stato scritto dopo alcuni brani dell’album, e in effetti non avrebbe sfigurato all’interno di quest’ultimo. Forse nel disco abbiamo tralasciato qualche ingenuità che nell’EP, per forza di cose, c’era, d’altronde è stato il nostro assoluto debutto. In generale sono state due esperienze molto significative, perché per tutti noi erano le prime volte in uno studio, e sentiamo di aver identificato, a posteriori e in base agli errori fatti, quali sono i modi di comporre e registrare più adatti a noi.

Cosa vi ha ispitaro nello scegliere il tema delle opere letterarie all'interno di alcuni brani?

Collegandoci a quanto dicevamo prima circa i temi dell’album, lo stesso ricorrere alla letteratura come ispirazione per i testi dei brani è un modo per confrontarsi con il passato. Io (Francesco), che suono la batteria ma mi occupo anche dei testi, sono un appassionato di letteratura e amo quando la musica fa riferimento ad altre arti, dunque questo mi è parso un modo ideale di far combaciare un artificio che ci piace con il concetto dietro l’album.
Nei testi ci siamo ispirati direttamente ad opere di autori e periodi molto diversi, da Lucano a Zola passando per Stevie Smith. I poemi, i romanzi o le poesie a cui ci riferiamo hanno in comune l’idea di conflitto con il passato: il protagonista de “La Bete humaine” è un brav’uomo che però soffre di raptus omicidi, retaggio dei suoi trisavoli ubriaconi. In “Nekyomanteia” riprendiamo un passo dei Pharsalia di Lucano che descrive la negromanzia di un soldato morto, allo scopo di ricevere una profezia per il futuro della guerra. Non è pazzesco? Chiedere aiuto al passato, con un atto tremendo e contro ogni natura, per conoscere il futuro. Troviamo che sia un concetto che fa riflettere.
Poi, andando più terra terra, c’è da dire che il riprendere opere già scritte dà sicuramente una mano in fase di scrittura. Sinceramente, riscontro delle difficoltà nell’ideare un tema da zero e preferisco un appoggio sicuro. In più ho sempre apprezzato le band che utilizzano riferimenti letterari, e ho cercato, un po’ per sana imitazione, di fare lo stesso.

 


Questa intervista verrà sicuramente pubblicata dopo il vostro live insieme ai Cripple Bastards, vi chiedo che cosa vi ha donato questa esperinza con questa storica band attiva dal 1988?

Chi doveva dirlo mai che ci saremmo ritrovati a suonare in un contesto come quello? Per noi è stata una soddisfazione enorme poter condividere il palco con Cripple Bastards e Schizo, parliamo di due band storiche e fondamentali per la scena italiana ed europea. Quando ci hanno contattato mi mancavano pure le parole, non ci credevo. Tra l’altro, volendo proprio esser pesanti, è pazzesco come anche questo confronto rientri con la dinamica di rapporto con il passato a cui abbiamo dedicato l’album. Coincidenze parecchio significative.
In ogni caso, i Cripple Bastards sono stati una vera mitragliata, uno dei concerti più intensi a cui abbiamo mai assistito. Un vero esempio di ferocia e di attitudine, ma anche di cordialità e serenità fuori dal palco. A testa bassa come chi sa di avere qualcosa di concreto da dire e da fare.

 


Siete siciliani e mi vengono in mente molte band dal black al doom, dal death al thrash come gli Eversin, Schizo oppure i più giovani Fordomth... Queste bands hanno in qualche modo influito sulla vostra crescita artistica?

Quando si parla di metal in Sicilia viene sempre fuori, giustamente, il nome degli Schizo. Già è difficile suonare musica estrema in Italia senza avere come riferimento Main Frame Collapse, figuriamoci in Sicilia e a Catania. Gli Schizo sono stati degli antesignani assoluti e sì, in maniera indiretta la loro è un’influenza, anche se – e qui scatta un’opinione impopolare da denuncia – non amiamo quel disco storico, pur riconoscendone il ruolo fondamentale che riveste nella discografia estrema mondiale. Se pensiamo agli Schizo preferiamo prendere come esempio Rotten Spiral, un lavoro validissimo che abbiamo ascoltato allo sfinimento. Per noi è un ottimo esempio di come si possa suonare thrash metal oggi senza essere banali, con molte idee e con una qualità di scrittura decisamente sopra la media.
Per il resto, la Sicilia non è mai stata avida di ottime band. Penso alla Scena Mediterranea, anche se distante da noi, o a band di assoluto rilievo come Bunker 66 o Cadaver Mutilator, che hanno un peso anche fuori dall’isola. Ora i Fordomth, che sono dei nostri cari amici e il cui vocalist Gabriele abbiamo ospitato in alcuni brani dell’album tra cui la “sua” “Diluvio”, stanno ottenendo un ottimo feedback e non possiamo che esserne felicissimi. C’è sicuramente da imparare da tutte queste esperienze, ma non parlerei di influenza diretta a livello di sound. Se invece ci riferiamo ad attitudine e carisma sicuramente citeremmo i nostri fratelli maggiori None Of Us e Rhino, che nonostante la differenza di genere ci hanno insegnato parecchio circa come si sta su un palco.

 


In che modo pensate possa essere trasformata la nostra delicata scena musicale?

Se ti riferisci a come poter svoltare le situazioni poco piacevoli e stimolati che vediamo tutti i giorni, la risposta è solo una: fare squadra. Se non hai le spalle coperte o una discreta botta di culo, da solo non vai da nessuna parte. Qui a Catania fino a un anno e mezzo fa l’atmosfera era disastrosa, non c’erano quasi più concerti, molte band si andavano sciogliendo o comunque si trovavano in stasi, noi stessi non abbiamo suonato live per due anni. Quindi abbiamo deciso di unire le forze e gli intenti con alcuni ragazzi di altre band locali (Torpore, Gangrenectomy, gli stessi Fordomth) o comunque che vivevano e avevano a cuore la scena, e abbiamo creato Tifone Crew, un collettivo che organizza concerti, si occupa di distro e produzioni. Ora tutti ci sentiamo parte di qualcosa e ci sbattiamo per un obbiettivo comune: il successo del singolo è anche il successo dell’insieme. Se fomenti la guerra tra poveri e coltivi il tuo orticello senza pensare a cosa ti circonda sì che sei un fallito. Se dalle tue parti non si suona, non ci sono locali, non c’è pubblico, non c’è la scena, prendi in mano la situazione e creati i locali, creati il pubblico e creati la scena. A noi questo discorso sta particolarmente a cuore e ci sentiamo di promuoverlo senza remore. Divisi si sogna di meno.