Nicole Clark:

Avete background musicali simili o differenti?

 

Più o meno abbiamo tutti dei background musicali differenti. Infatti questo ci ha permesso di creare musica non etichettabile sotto un unico genere. C'è chi viene dal punk, chi dal jazz, chi dall'indie rock.

 

Karen:

Avete un progetto in particolare come obiettivo? Qual è la vostra massima aspirazione? Come vi vedete da qui a qualche anno?

 

Il nostro obiettivo principale per il futuro è sicuramente quello di far arrivare la nostra musica a più persone possibili e  magari avere la possibilità di suonare anche in palchi stranieri. Guardando al futuro ci vediamo non molto diversi da ora, sicuramente ancora a far musica indipendentemente dai risultati.

 

Silvia Agnoloni:

In che modo vi aspettate di trovare supporto proponendovi in Italia?

 

Partendo dal presupposto che attualmente in Italia il panorama musicale non è dei più accoglienti, sopratutto per chi come noi compone musica in inglese, la nostra "strategia" è quella di proporci a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco e collaborare, in maniera tale da unire le forze. Finora abbiamo avuto la fortuna di avere accanto persone che credono in noi, a cominciare dal produttore del nostro album, Maurizio Sellani, senza il quale non avremmo mai realizzato tutto ciò e Camilla, la nostra booking agent, che si batte quotidianamente per promuovere la nostra musica. A livello di contatto con il nostro pubblico, ci affidiamo all'uso dei social e cerchiamo di interagire il più possibile con chi viene ad ascoltarci ai live. 

 

Barabba:

Che effetti usate quando suonate? Sono gli stessi che poi utilizzate per registrare?

 

Per noi la ricerca del sound perfetto per ogni canzone è fondamentale ed è alla base di ogni pezzo che scriviamo. Amiamo usare vari pedali come chorus, delay, flanger e tremoli, amalgamandoli insieme per cercare di ottenere suoni nuovi e ricercati. Generalmente i pedali che usiamo in studio sono gli stessi che usiamo anche in live.

 

Falc.:  

1)Si nota da molti anni un notevole abbassamento di pubblico ai concerti, siano essi semplici appassionati che musicisti veri e propri. Perché con il tempo è venuto a mancare "l'andare ai concerti" che una volta invece era così forte?

2)Di questi tempi, vale ancora la pena incidere dischi? Oramai se ne vendono sempre meno. Vedo spesso Bands costrette ad indebitarsi per registrare. Voi come la vedete?

 

1) Se parliamo di mercato italiano uno dei motivi potrebbe essere che la nostra musica mainstream non è musica da live. Per intenderci ciò che "va" in Italia passa o per la discoteca o per la tv, sono pochi gli artisti che propongono uno SPETTACOLO e non della semplice musica dal vivo. Inoltre qui in Italia non abbiamo ancora trovato un festival di musica rock/pop moderna che riesca effettivamente ad attirare pubblico: ci sono stati tentativi di creare una realtà simile al T in the Park scozzese o al Glastonbury inglese, ma la settimana di musica in tenda non è ciò che attira il pubblico italiano. Non bisogna incolpare nessuno per questo, quando riusciremo a trovare un contesto live che attiri pubblico nostrano la "crisi" che hanno i live in Italia finirà. Ci arriveremo anche noi. Con calma come al solito.

 

2)Ora come ora, la copia fisica ha una valenza più simbolica: dalla band più sconosciute alla band più famosa sceglie di fare la copia fisica più per se stessi o per una nicchia di pubblico che per l'effettivo guadagno che se ne trae. Lo streaming online è oggettivamente una risorsa fantastica ed è, secondo noi, un processo di evoluzione musicale sano, dove in una piattaforma come Spotify, per esempio, riesci non solo ad ascoltare un disco, ma ad ampliare facilmente il tuo ascolto anche ad altri gruppi o generi. Ciò che capiamo meno è la copia digitale, acquistare un disco da iTunes per intenderci: all'incirca per la stessa cifra di una copia fisica ti perdi la bellezza dell'artwork, del formato audio nativo e tutto quello che gira intorno alla grafica del disco. Molte più cose di quelle che si pensa.

Sulla registrazione delle tracce, invece, bisogna investirci a prescindere: avendo una buona qualità audio di partenza anche pubblicando in digitale si ha la sicurezza di far arrivare un buon prodotto alle orecchie altrui, che dovrebbe essere l'obbiettivo primario di ogni gruppo.

 

Igor Gazza:

L'artwork di un album è molto importante, forse il primo approccio per un futuro nuovo fan. Voi con il vostro cosa volete trasmettere? 

 

Il nostro artwork è piuttosto basic ma allo stesso tempo studiato. Abbiamo lavorato molto, insieme al nostro grafico Federico Cesaroni, per trovare qualcosa che racchiudesse il concetto generale del nostro album: rammendare ciò che è rotto e valorizzarlo trasformandolo in un'esperienza catartica. Per questo ci siamo ispirati alla filosofia giapponese del Kintsugi (titolo dell'ultima traccia dell'album) secondo la quale, le crepe di oggetti rotti vengono riempite con l'oro, da qui la scelta dei colori e dei soggetti presenti nell'artwork. 

 

Belgrator:  

Quale, tra le vostre pubblicazioni, é quella più sentita? A quale periodo della vostra vita lo collegate?

 

La nostra pubblicazione più sentita è probabilmente The Quay, non tanto per la musica in sé ma per il testo, che parla del nostro rapporto d'amicizia e di come questo ci ha aiutati ad uscire dai momenti più difficili. 

 

Led Green:

Con chi vi piacerebbe andare in Tour?

 

Ci piacerebbe girare insieme ad artisti come Arctic Monkeys, Ed Sheeran, Bruno Mars, Paolo Nutini, Biffy Clyro, Kasabian, Foals, Muse e Twenty One Pilots, grandi intrattenitori dalle sonorità particolari, proprio come piacciono a noi.

 

Sandro Accardi:

Vivete grazie alla vostra musica? Se non è così, che mestiere fate?

 

Purtroppo sono pochi i ragazzi, come noi, che possono vivere grazie alla loro musica. Per ora stiamo investendo sul progetto. Nel frattempo Giorgia studia Lingue, Matteo e Omar studiano Economia, Alessio studia per rimanere nella musica così come Diego, anche se con modalità differenti.