13 MAGGIO 2019

Trattare dei milanesi CROWN OF AUTUMN significa addentrarsi in una delle realtà più di culto dell'intera scena estrema italiana;

saliti alla ribalta con il clamoroso demo Ruins del 1996, portatore di un sound unico a metà strada fra il black metal sinfonico, il death metal melodico e reminescenze folk medioevaleggianti dall'impatto atmosferico assolutamente unico e personalissimo, e autori, per chi scrive, del più bel disco metal con influenze medioevaleggianti di tutti i tempi con il debutto sulla lunga distanza del 1997 The Treasures Arcane, i Crown Of Autumn erano poi scomparsi per lungo tempo dalla scena, salvo ritornare nel 2011 con l'ottimo Splendours From The Dark forti di un sound rinnovato che vedeva la band abbandonare molti dei contrasti che avevano reso unico il disco d'esordio in favore di un approccio più elegante, levigato e calibrato, per poi cadere nuovamente nel limbo di una carriera che definire “discontinua” suona quantomeno eufemistico.

Negli anni successivi le voci relative a un prossimo come-back discografico si sono susseguite sena soluzione di continuità, fra conferme e rinvii, sicché sono dovuti passare ben otto anni prima di poter stringere fra le mani il tanto atteso terzo album, intitolato BYZANTINE HORIZONS e pubblicato sotto l'egida della nostrana My Kingdom Music.

Inutile dire come l'attesa attorno a questo output, da parte di fan e addetti ai lavori, fosse davvero alta, vista la difficile e lunga gestazione dello stesso,e la band (capitanata come sempre dal mastermind Emanuele Rastelli, che nell'album si è occupato, oltre che del songwriting in toto, di chitarre, basso, tastiere e voci scream, coadiuvato dal fido Mattia Stancioiu, che molti ricorderanno dietro al drumkit dei Labyrinth nel loro momento di maggior fulgore, alla batteria e percussioni, oltre che dal cantante Gianluigi Girardi, già presente sul precedente lavoro, ad occuparsi delle voci maschili pulite e dalla nuova entrata Milena Saracino ad occuparsi delle voci femminili) non ha certo lesinato energie nel tentativo di confezionare il lavoro più curato e ispirato possibile, dando vita a un album che prosegue il percorso già avviato col full-lenght precedente, amplificandone veppiù la componente maggiormente levigata e avvolgente e innestandola su un costrutto compositivo decisamente più snello rispetto al passato, benchè non manchino i tredmark distintivi del sound “storico” che ha reso i Crown Of Autumn una delle band più personali e riconoscibili dell'intero panorama musicale, italiano e non solo.

Basta infatti far partire l'opener A MOSAIC WITHIN per rendersi conto di quanto il sound del gruppo lombardo risulti evoluto e al contempo fortemente debitore dell'intero suo percorso musicale, col suo inizio dai toni puliti evocativo e arcano a fare da preludio a un'esplosione elettrica elegantemente epica che non può non riportare alla mente all'istante lo straordinario debutto della band, seppur rivisto in un'ottica decisamente più attuale.

La voce scream di Emanuele sottolinea i momenti più crudi del brano, mentre alle voci di Gianluigi e Milena è demandato il compito, svolto peraltro in modo impeccabile, di sottolinearne i passaggi, rispettivamente, più classicamente heavy e quelli più vicini a un certo gothic metal, mentre deliziosa è la vena sottilmente progressiva che fa capolino in talune soluzioni, donando al pezzo una dinamica efficace e di gran pregio, perfetta legatura di un brano multiforme e sfaccettato che sembra davvero contenere in se tutte le anime musicali degli attuali Crown Of Autumn.

Davvero un ottimo inizio.

La successiva DHUL-QARNAYN si assesta invece fin dall'inizio su coordinate meno estreme rispetto al brano precedente, con ampie porzioni ancora una volta vicine a un gothic metal elegante ed evocativo, sottolineato dalle voci pulite femminili e maschili abilmente intrecciate, benché non privo di esplosioni elettriche potenti e trascinanti in grado di conferire al brano profondità e multidimensionalità grazie a scelte vincenti in fase di arrangiamento, aspetto che risulta nuovamente la carta in più della band milanese grazie alla cura in esso investita.

Si torna a picchiare a picchiare duro con la successiva SCEPTER AND SOIL, altro brano che, nelle sue parti più dure, ci rimanda al primo periodo della band, grazie a un mid-tempo roccioso e incisivo cui parti nuovamente avvolgenti, melodicamente riuscitissime, fanno da contrasto, rese ancor più accattivanti da rimandi nuovamente, deliziosamente, progressivi, con fraseggi non lontani da un certo death metal melodico d'annata a fare da classica ciliegina sulla torta per una composizione al contempo snella, fluida ma anche raffinata e intrigante.

E' il gioco di contrasti fra momenti più luminosi e altri più cupi e rendere vincente il brano seguente, intitolato CYCLOPEAN, costruito su un groove accattivante e su parti di chitarra molto incisive, il tutto innestato su una struttura decisamente diretta e impattante e non a caso scelto come singolo per l'intero lavoro.

La relativa semplicità espositiva del pezzo permette alle voci di Milena, Gianluigi ed Emanuele di prendersi uno spazio ancor più rilevante all'interno dello stesso, e il loro intrecciarsi risulta decisivo per la resa finale assolutamente splendida dell'intera composizione.

La successiva LO SPOSO DELL'ORIZZONTE, cantata quasi interamente in italiano da Milena, autrice qui di una prestazione assolutamente grandiosa sia per pulizia che per pathos, è uno dei brani più particolari dell'intero album, giocato su fraseggi acustici e orchestrali supportati per l'intero dipanarsi del pezzo da costruzioni percussive in cui fanno capolino anche suoni sintetici, con rimandi pop dai toni arcani nemmeno tanto velati in grado di conferire al pezzo un'eleganza unica, oltre che una fruibilità spiccata, perfettamente inserito nell'atmosfera levigata e avvolgente che contraddistingue l'intero album.

A fare da contraltare al brano sicuramente più delicato dell'intera tracklist ecco giungere la potentissima EVERYTHING EVOKES, col suo riffing ai limiti del thrash metal e i suoi stacchi in odore di death metal melodico e metal classico, il tutto permeato dall'onnipresente sapore arcano delle soluzioni atmosferiche e in cui al solo, melodicissimo, ritornello, affidato alla voce di Milena, viene demandato il compito di smussare il tiro di un brano costruito per impattare duramente con l'apparato uditivo dell'ascoltatore;

compito che il pezzo svolge egregiamente.

La band riporta l'album su territori più carezzevoli e avvolgenti con la successiva WALLS OF STONE, TAPESTRIES OF LIGHT, altro brano in cui fanno capolino nuovamente delle soluzioni care a un certo pop “di livello” sia a livello di costruzioni sonore che di soluzioni ritmiche, cui ottime aperture elettriche, a tratti anche decisamente estreme dal punto di vista stilistico, donano varietà e impatto, per uno dei pezzi più vari dell'intero lotto, graziato nuovamente da un costrutto melodico di prim'ordine e da interpretazioni vocali di livello assoluto.

Ancora una volta è il sostrato deliziosamente progressivo caratterizzante l'intero lavoro a fornire al brano la proverbiale marcia in più in grado di renderlo uno dei più riusciti e accattivanti del lotto, grazie anche alla maestria nuovamente palesata dalla band in fase di arrangiamento.

E' un attacco molto cupo, dai toni quasi dark, ad aprire le danze della successiva WHORES FOR ELEUSIS, mid tempo roccioso dai rimandi gothic che ricorda in alcuni momenti certi Moonspell del periodo Irreligious.

Il pezzo è diretto e fluido, e si assesta su un mid-tempo di sicura presa reso ancor più efficace dalla cura posta in fase di composizione nella creazione di linee vocali immediate quanto curatissime e magistralmente interpretate.

Un pezzo che risulta semplice e godibile all'ascolto, piazzato strategicamente a questo punto della scaletta, dopo una serie di brani decisamente più impegnativi e multiformi nelle influenze e nelle soluzioni adottate.

A dare una nuova sferzata di energia, ecco giungere LORICA, col suo attacco in odore nuovamente di death metal melodico, presto smussato da un'apertura celestiale affidata alla voce di Milena, mentre a Gianluigi è affidato il compito di marcare a fuoco un refrain robustamente gothic, trascinante ed evocativo al punto giusto.

Splendidi i fraseggi chitarristici in twin guitar, richiamanti tanto il metal classico quanto il death metal melodico dei primi anni 90, che tanto tributo pagava proprio a tali sonorità, splendido suggello di un pezzo tanto diretto nel risultato quanto atmosfericamente variegato e appagante.

La successiva ROMAN DIARY è invece uno dei pezzi più osati dell'intero lavoro, in quanto a influenze stilistiche e cambi di atmosfera, fra passaggi in odore di dark-gothic, momenti robustamente elettrici e sfuriate in blast beat al limite del black metal, frangenti resi davvero splendidi e particolari dall'interpretazione in voce pulita di Gianluigi.

La band dimostra qui un controllo totale dei propri mezzi, confezionando un brano riuscitissimo ed estremamente focalizzato, a dispetto della varietà di soluzioni messa in campo, vincendo nuovamente la sfida con una facilità disarmante.

A concludere l'album troviamo la melodica, benché trascinante, semi-balladOUR WITHERING WILL , brano vicinissimo al metal classico di stampo U.S.A. (il riff del ritornello non può non richiamare alla mente i Savatage di Gutter Ballet).

La struttura, ampiamente collaudata, che contraddistingue il dipanarsi del brano non ne intacca minimamente la raffinata ricercatezza, e il finale, caratterizzato da cori monastici, dona al tutto l'atmosfera arcana che è tratto distintivo imprescindibile per la musica dei nostri.

Si conclude così un album assolutamente curatissimo, manifesto di una band che ha avuto il coraggio di evolversi senza rinunciare a nulla del suo passato e puntando sempre e comunque sulla qualità della proposta.

Senza dubbio, chi ha conosciuto e amato i Crown Of Autumn con il demo e il primo album potrebbe rimanere parzialmente spiazzato dal melange musicale cui la band è approdata,come già avveniva ai tempi del precedente lavoro, ma questo nulla toglie alla qualità di un album ispiratissimo e privo del benché minimo calo di tensione lungo l'intero suo sviluppo, che potrebbe convincere tanto i vecchi fan della band quanto nuovi ascoltatori alla ricerca di un suono attuale, levigato ma al contempo profondo ed estremamente evocativo, spogliato in modo piuttosto netto dall'arcana cripticità del passato, ma non per questo meno affascinante o incisivo.

Nota finale per la produzione, realizzata come sempre agli Elnor Studios da Mattia Stancioiu, levigata, potente e curatissima, in grado di conferire il giusto suono alle architetture sonore della band, mettendo così in mano all'ascoltatore un pacchetto complessivo privo della benché minima pecca o sbavatura.

Un album assolutamente da ascoltare.

Un'eccellenza della scena italiana in grado di competere ad armi pari con qualunque contendente sulla scena.

Bentornati, Crown Of Autumn.

 

VOTO: 80/100

EDOARDO GOI