10 LUGLIO 2017

L'aria partenopea è di nuovo protagonista nella scena Black Metal. A farsi strada questa volta sono i Terrorfront, nati nel 2012, il quartetto ci ricorda un po' gli svedesi Marduk, almeno per lo stile di copertina. Spesso si considera l'artwork una cosa di poco conto, io credo invece che sia un contorno importante nella realizzazione di un EP. Così come sono importanti i contenuti, anche l'estetica vuole il suo giusto spazio. Quello che ci regalano è un approccio che tra voce e musica bestiale è proprio la devastazione che ti rimane nel cuore e nella mente quando finisce un'amore. Quello vero eh, quello che ti fa perdere il sonno e la fame. Devastazione che si correla con l'immagine del carro armato in copertina del quale scrivevo poco sopra. Mai associazione fu più veritiera. Almeno per me, eterna sognatrice, è paragonato a questo. E i brani, veloci e letali come i proiettili, che distruggono ossa e lacerano le carni. Così come rimane un cuore ferito.

Suoni meccanici ma con un intro di apertura che potrebbe quasi essere definita la perfetta colonna sonora di un film Horror. Concetto di morte e devastazione fa da cardine a quasi tutti e quattro i pezzi, un po' di dubbi per la cover finale (Necroslut, noto pezzo dei Bestial Mochery) che secondo me si poteva evitare e per la produzione, che non rende giustizia alle capacità degli artisti.

Indubbiamente il pezzo che sento più mio è: Human Decline, la traccia numero due. Il titolo mi pare parli già chiaro. Riff mortale e violento, la batteria come un orologio che scandisce il tempo, inesorabile. La voce è la perfetta finitura di questo brano. Il tutto ci rimanda a come la devastazione intorno a noi stia prendendo piede, di come l'umanità sia quasi del tutto sparita dal circondario, di come non ci si periti più di ferire il prossimo, tutto per scontato, sentimenti inclusi. Ma lasciamo perdere i deliri quotidiani e concentriamoci invece su un altro pezzo dei nostri artisti: Voices. Rimarca ancora il concetto di morte, unanime a tutti i pezzi. La risata sadica è leggermente inquietante ma vuole rimarcare ancora di più il concetto citato. Ritrovato anche in "The sons of radiations" con qualche striatura di genere trash e un sound più veloce rispetto agli altri brani. 

In conclusione secondo me ci sono dei punti a sfavore, primo tra tutti la registrazione/produzione, va sicuramente a penalizzare le potenzialità degli artisti. Magari anche una leggera originalità non guasterebbe, mi rendo conto però che il genere impone quasi dei concetti specifici e ripetitivi. 

 

Noemi Di Marco

70/100