30 DICEMBRE 2018

Artista: Self Disgrace

Album: Partner in Crime

Etichetta: MASD Records

Data rilascio: Giugno 2018

 

Tracklist:

1- Sinner’s Island

2- Partner in crime

3- Throw it out

4- Schizophrenia

5- Rotten Revenge

6- Increasing erection

7- Forest of fear

 

La figura del ribelle è spesso presente nei testi e nell’iconografia del rock ed, in genere, in tutto il contesto della musica estrema. La corretta interpretazione di questa mitologica immagine è poi essenza medesima di una filosofia ed uno stile di vita, che certo non è un insieme di cliché o un concentrato di aggressività: il “rock’n’roll rebel” non è colui che attraverso la violenza o azioni sconsiderate impone la sua inutile personalità, quanto piuttosto chi afferma se stesso nella società usando la propria testa, colui che sviluppa il proprio senso critico senza seguire le masse ad ogni costo, che forma il proprio pensiero senza bisogno di etichettare o additare e sempre con il rispetto del contorno (beh si…al netto delle provocazioni ovviamente!). 

Chiaramente, una sì ingombrante personalità non può rimanere confinata entro il piccolo involucro della matrice umana e si propaga sotto forma di aura – oppure olezzo, se la precedente immagine dovesse risultare troppo metafisica – rendendo il soggetto riconoscibile tra mille per chi è dotato della necessaria sensibilità (od olfatto).

Non può dunque passare inosservata ai metalheads, una figura come quella di Isabella Fronzoni, in arte Isa Brutal, chitarrista e mastermind dei brianzoli Self Disgrace. Musicista che vede la sua iniziale formazione nella Milano thrash di metà/fine anni ottanta, girando poi l’Europa nella fase successiva alla maggiore età come chitarrista del gruppo svedese Ice Age. Ella ha modo, dunque, di entrare in contatto con i grossi calibri della scena, sia a livello locale (i maestri Bulldozer, tanto per fare un nome), che internazionale, con contatti testimoniati con membri di Nuclear Assault, Overkill, Slayer, Metallica, ecc… Una formazione che si fa sentire nelle note della sua 6 corde, anche perché probabilmente, con l’aggiunta di un condimento a base di personalità ed attitudine, questo è il riffing che le scorre nelle vene.

Vorrei sottolineare, a scanso di equivoci e per evitare che la presente recensione si tramuti in apologia del personaggio, che i medesimi attributi sono propri del gruppo tutto, pur essendo quest’ultimo caratterizzato da una grande varietà per ciò che concerne lo sviluppo musicale dei singoli. 

Infatti, eccezion fatta per il bassista Overteo Businaro, che vive pressappoco il medesimo contesto musicale di Isabella, il resto della band è costituito dal batterista di origine Svizzera Remo Monforte, che sviluppa il suo stile negli anni ’90 e quindi in quella che è la seconda ondata del thrash ed infine, dalla talentuosa cantante Dielle Green, che affonda le sue radici musicali nei più recenti anni di fine novanta/ primi duemila. E forse, leggendola bene bene, proprio la poco scontata coesione tra i membri di un gruppo così eterogeneo, potrebbe essere l’ingrediente che rende la loro proposta molto personale, pur muovendosi su territori ben noti.

Inevitabilmente, lo strumento del maggior compositore è quello che più emerge e questo capita proprio a tutti i livelli: vale per Steve Harris nei Maiden, per Gary Holt negli Exodus, per Lars nei ‘Tallica (ah no, per fortuna no!) e nei gruppi locali di amici bassisti, che costringono i poveri axemen di turno ad alzare il volume a palla per farsi sentire. Quindi, in questo caso, è la chitarra a farla da padrone e delineare la struttura e la linea melodica dei pezzi. 

Infatti, dopo un minuto circa di un intro cupa ed enigmatica, caratterizzata da versi che sono un perfetto mix tra il pianto di un neonato, urla stridule ed il belato di una capretta sodomita, fanno capolini i primi arpeggi di sei corde, che deflagrano poco dopo abrasivi e pachidermici, facendoci accomodare sulla vecchia poltrona del barbiere, mentre tutto il resto del gruppo ci mette il panno caldo, stende la crema e apparecchia per la rasatura. 

Le peculiarità dell’album emergono fin dalle iniziali Sinner’s Island e Partner in crime: ritmiche serrate di stampo Exodus/ Nuclear Assault, sostenute dal bassismo tecnico e sempre presente (ma mai invadente) di Overteo, dalla doppia cassa e dal martellare incessante e preciso (giusto per non sfatare il luogo comune sull’origine svizzera del batterista) di Remo ed accompagnate dallo slendido cantato di Dielle, che meriterà una nota a parte. Il varietà prosegue con il mid-tempo di Throw it out (“Don’t confuse your fear with fragility” cit.), che ci fa tirare il fiato e dolere la cervicale, mentre Schizophrenia e Rotten Revenge, caratterizzate tra l’altro da break centrali spaccaossa, ci donano la freschezza della modernità abbinata a riff che richiamano certi Kreator o persino sentori dei primi Voivod.

Infine, con Increasing Erection arriva per le donzelle il momento di tirarsela un po’ e con Forest of  Fear si chiude l’album, sciorinando ritmiche che paiono tirate fuori direttamente dal cilindro della Bay Area degli eighties, per due dei momenti più alti del disco.

Si noti, per rafforzare la tesi iniziale, come in un contesto chitarristico personle ma di derivazione ottantiana, si innestino ritmiche di batteria che invece talvolta richiamano i gruppi che hanno fatto la fortuna del genere degli anni novanta e dei vocalizzi che ci avvicinano ulteriormente nel tempo. 

Nel particolare, Dielle Green passa con naturalezza disarmante dalla modalità Strega di Blair ad Amy Winehouse – e pazienza se i puristi del partito “Mai le corna con tre dita, tre!” troveranno la cosa poco metal – alternando uno screaming acido assolutamente non forzato, ad una teatralità melodica e maligna, che rappresenta certamente una marcia in più per l’album. 

Il concept che si muove lungo i testi poi, è legato al concetto di violenza psico – fisica – sessuale, anche e soprattutto con la condanna degli abusi verso quello che, a torto, è considerato il sesso debole (e risulta quasi naturale in un gruppo formato al 50% da donne). Traspare però l’esortazione a fare ricorso ad una risorsa fondamentale nell’economia della persona: l’amor proprio personificato nell’IO, che diventa il vero e proprio “Partner in Crime” del singolo.

Completamente anacronistico sarebbe dunque il dilungarsi oltre in un noioso track-by-track: è un album fresco, vario e divertente, da ascoltare in loop; piacevole come quattro chiacchiere con un buon amico!

Fossimo negli anni in cui le etichette discografiche andavano a vedere i gruppi e ci investivano, certamente in un breve lasso di tempo parleremmo di acquisita fortuna per gruppi come i nostrani Self Disgrace. Prendendo atto che oggigiorno non è più così, spetta a noi il compito del supporto: indubbiamente non sarà un sacrificio andare a vedere i live, acquistare cd e magliette di artisti che propongono musica propria (no cover band!!!) e lo fanno con questa passione. 

Ventisette minuti scarsi di pura goduria!

 

Dario Carneletto

83/100