23 LUGLIO 2018

Tempo di secondo album per i Wildime. Il quartetto palermitano, nato nel 2010, torna sulla scena nostrana con il nuovo Boaster Trauma uscito a pochi anni di distanza dal precedente Beams of Bones Walls. Nonostante l’artwork del disco possa richiamare fortemente la scena thrash metal (principalmente il periodo revival) tutto suona diversamente colpendo l’ascoltatore con un deciso e diretto southern metal che ricorda ovviamente bands del calibro di Pantera, Black Label Society più qualcosa degli Hellyeah. Partendo dal presupposto che dal genere in questione non ci si può aspettare chissà quale innovazione, bisogna concentrarsi quindi sulla bontà dei brani sul versante del puro intrattenimento. Forti di una produzione e missaggio che valorizza ottimamente ogni strumento, le tracce esplodono fiere e potenti. Dopo l’intro pomposa e dai toni battaglieri “Killer is Here” arriva la titletrack con i suoi riffs massicci di chitarra sorretti da una sezione ritmica devastante e da un cantato rabbioso ma mai eccessivamente violento. Le canzoni poi si susseguono senza sosta o intermezzi inutili come le micidiali “It’s Growing Inside” dall’ottimo groove come pure le ritmate “Here to Show the Way” e “Life’s Dying Fall” condite spesso da assolo fulminanti ma sempre eseguiti con gusto senza eccedere nella masturbazione tecnica. Per la prima metà del disco è un continuo fuoco e fiamme ma dal brano “All He Has” nonostante ci sia tanta energia, si sente una certa perdita di ispirazione. I brani cominciano ad assomigliarsi ed a perdere quel groove che contraddistingueva le prime tracce. Esempi come “Deny” o “I’m Alive” rappresentano al meglio tutto ciò contenendo deflagrazioni sonore folgoranti ma mancanti di quell’hook per farsi apprezzare fino in fondo. Un altro punto a sfavore sono i ritornelli che faticano a farsi ricordare se non dopo parecchi ascolti e questo non è un bene per un album che punta prima di tutto all’essenzialità come lo è il southern rock del resto. Fortunatamente la finale e convincente “Part of It” si dimostra come un deciso colpo di coda trasmettendo emozioni e splendendo di luce propria. Nulla da dire sul tasso tecnico e nemmeno sulle idee, l’unico neo è la scrittura che risulta ancora grezza e troppo ripetitiva che meriterebbe un minimo di sviluppo in più perché al momento è ancora troppo poco.

Una seconda prova sonora tutto sommato godibile e piacevole, che sazierà i patiti del rock/metal più verace e “rustico”, fatto di sostanza come spesso la musica si dimentica di esserlo. Le aspettative per un terzo album decisamente migliore sono alte. 

 

Enzo Prenotto

70/100