21 NOVEMBRE 2018

Dietro al curioso moniker FELIS CATUS (letteralmente, gatto domestico) si cela una personalità piuttosto nota nel circuito underground estremo italico che risponde al nome di Francesco Cucinotta, polistrumentista catanese salito negli ultimi anni agli onori della cronaca in quanto partecipe della resurrezione degli storici doom/black metallers Sinoath (con i quali ha realizzato l'ep “Meanders Of Doom” del 2015 e il full-lenght “Anamnesis” del 2018) e anche per aver suonato le tastiere negli ultimi lavori degli astri nascenti Malauriu (in particolare, sullo split condiviso con gli storici conterranei Heretical “Iam Mors Regnant” del 2017 e il recente ep “Morte” del 2017), ma attivo fin dal 2010 col suo progetto personale, progetto identificato col suo stesso nome d'arte e nel quale Francesco si occupa di tutto, dagli strumenti alle voci. Un progetto molto particolare, che nel corso delle numerose pubblicazioni (spesso avvenute attraverso il canale web personale dell'artista) ha eletto l'eterogeneità della proposta a suo vessillo, passando con nonchalance dal black metal a tinte sinfoniche alla psichedelia, dalla musica elettronica all'ambient, dal doom allo stoner, talvolta soffermandosi sui singoli aspetti ma più spesso mescolandoli tutti per dare vita a una produzione cangiante e variopinta magari spiazzante per gli ascoltatori, ma sicuramente contrassegnata da un approccio libero e viscerale alla composizione che sembra essere elemento vitale per la creatività e la produttività del suo mastermind.Non fa eccezione questo nuovo ep, intitolato BANQUET ON THE MOON, pubblicato dalla Masqued Dead Records, registrato negli studi Fonoputia di Letojanni e contrassegnato da un sound nuovamente sperimentale, frutto di una delizioso melange fra stoner rock, accenni estremi (riscontrabili principalmente nell'impostazione vocale di Felis nonché degli ospiti chiamati a dare il loro contributo alle varie tracce), forti rimandi alla psichedelia e curatissimi arrangiamenti di tastiera ed elettronica per un prodotto finale che non potrà non incontrare i favori degli ascoltatori avvezzi ai generi succitati maggiormente open-minded. Si comincia con la title track BANQUET ON THE MOON, introdotta da suoni elettronici dai tratti siderali subito implementati da voci sinistre e disturbanti distorsioni, mentre a un arpeggio pulito e dilatato è affidato il compito di completare l'ambientazione sonora in cui l'ascoltatore si ritrova immediatamente calato, prima che un riff dai connotati prepotentemente stoner irrompa a dare il via definitivamente alle danze, splendidamente supportato da una efficacissima ed evocativa linea di moog a creare un binomio chitarra-tastiere di grande impatto emotivo in grado di dare quasi vita alla splendida immagine di copertina, tratta dal film The Faboulos Baron Munchausen diretto dal regista cecoslovacco Karel Zeman nel 1961 e perfetta rappresentazione grafica per la musica contenuta in questo ep. Il lavoro di tastiere risulta fin da subito elemento centrale della proposta in esame, curatissimo, sapientemente stratificato e funzionalmente concepito e arrangiato, sicchè non v'è un anfratto dell'opera che ne risulti privo, si tratti di trame sontuose e destinate al proscenio o di fraseggi e architetture più oscuri e sottotraccia, fondamentali per non fare mai mancare ai vari pezzi la necessaria coerenza musicale e capaci di donare così all'intero lavoro una compattezza di fondo assolutamente invidiabile. Non fa ovviamente eccezione questa traccia, giocata su tempi medio-bassi ma piuttosto dinamici e profondamente permeata da sentori heavy-stoner magnificamente arricchiti da trame psichedeliche e da arrangiamenti di tastiera dal grande potere evocativo. L'ingresso della voce, impostata su uno scream di derivazione inequivocabilmente black metal ad opera dello stesso Francesco (mentre le backing vocals saranno a pannaggio di un non meglio identificato Slim), crea un contrasto molto spinto, benchè di grande efficacia, col tappeto musicale e contribuisce a donare all'intero brano un'atmosfera ancor più aliena e siderale, quasi come se la narrazione arrivasse all'ascoltatore dalle insondabili profondità cosmiche. Molto belli gli stacchi dal tono psych-ambient che costellano la composizione, così come la coda della stessa, coda in cui le chitarre si fanno definitivamente da parte per lasciare interamente la scena a deliziose trame di synth e elettronica, per un brano dallo sviluppo piuttosto lineare ed efficace (memore anche della lezione trip-hop dei Massive Attack più oscuri e mantrici) che fa della capacità evocativa il suo indubbio punto di forza. Davvero uno splendido inizio. La successiva CYDONIA parte sull'aria di un arpeggio dai palesi rimandi mediorientali per essere subito straziata da un pesantissimo riff stoner-doom e da linee di tastiera tanto evocative quanto spettrali, sostrato perfetto per le vocals dell'ospite Gray Ravenmoon, alias Matteo Antonelli, cantante di Hateful Desolation e Deviate Damaen, semplicemente perfetto, col suo scream aspro e disperato, nel completare il quadro di ineluttabile desolazione tratteggiato dal tappeto sonoro del brano, che si trascina greve e lento attraverso porzioni elettriche di grande impatto ed altre in cui sono gli arrangiamenti di tastiera a prendere il sopravvento, coadiuvati di volta in volta da dilatati arpeggi puliti di grande presa emotiva e da voci sussurrate in grado di donare alle suddette porzioni, e con esse all'intero brano, grande dinamicità e respiro. Semplicemente straordinari gli squarci aperti nel tessuto sonoro dalle porzioni fortemente psichedeliche chiamate a guidare il brano verso la sua conclusione (oltre che a sottolinearne qua e la lo sviluppo), con interventi in grado di mozzare letteralmente il fiato, tale è il pathos da essi generato. Si prosegue con l'intensa strumentale BARON MUNCHAUSEN che, introdotta da un sample recitato estratto dalla versione originale del già citato film The Faboulos Baron Munchausen, si dipana inizialmente su dilatati tappeti di tastiera e synth dal forte sapore psichedelico, coadiuvati inizialmente da arpeggi puliti sottolineanti i medesimi sentori e poi da una base ritmica dal sapore trip-hop/jungle ben presto implementata da uno splendido riff distorto ancora una volta intriso di richiami mediorientali (richiami che verranno poi sottolineati anche da riusciti vocalizzi dello stesso tenore nel prosieguo del brano). Il pezzo si rivela essere un entusiasmante excursus in territorio psych-doom ancora una volta ammantato dagli immancabili, deliziosi toni siderali, reso maggiormente dinamico da una porzione centrale dominata da splendidi fraseggi di synth su un sostrato ritmico incalzante e travolgente, prima che siano nuovamente i tempi cadenzati ad impossessarsi del pezzo guidandolo allo sfumato finale. L'ultimo pezzo dell'ep si intitola ETERNITY (THE NOTHINGNESS) si rivela fin da subito come il più pesante e crudo dell'intero lavoro, introdotto e guidato da un riff doom monolitico che non può non richiamare alla mente l'operato dei primissimi Death SS e con essi, giocoforza, quello del primo Paul Chain solista. Sarà questo il brano in cui l'elettronica e le tastiere, pur presenti, avranno meno peso rispetto agli altri pezzi di questo lavoro, risultando comunque fondamentali per completarne il disegno sonoro e donargli la giusta atmosfera, qui meno siderale e più terrosa. Bellissime le vocals, qui lasciate all'ospite Alessandro Riva, lancinanti e dai toni post-hardcore, non lontane da quelle di Scott Kelly e dei suoi Neurosis, altra influenza che emerge tra i solchi di questo brano sofferente e straziante, in cui l'anima più vicina al dark sound nostrano convive con le sfaccettature più moderne del sound di Felis Catus in modo perfetto, senza rinunciare a sparuti quanto riusciti sconfinamenti in territorio psichedelico, per un risultato finale di grande intensità, perfetto suggello di un ep tanto variopinto e multisfaccettato quanto coeso ed entusiasmante, dallo sviluppo dinamico ed emotivo curatissimo e riuscitissimo e che piacerà senza dubbio agli ascoltatori più smaliziati e maggiormente favorevoli all'abbattimento delle barriere fra i vari generi musicali, se fatto in nome della creatività ed eseguito col buon gusto e le indubbie capacità, oltre che con la perfetta conoscenza e rispetto della materia trattata, qui palesati. Un lavoro consigliatissimo, il cui unico difetto sta nella durata limitata;una volta entrati nel mondo di Banquet On The Moon, se ne vorrebbe uscire il più tardi possibile. Ammaliante.

 

Edoardo Goi

90/100


Avete voglia di deliziarvi con un po’ di black metal senza barriere e con sonorità cupe e ben delineate? Felis Catus è ciò che state cercando! Dal 2010 il cuore, l’anima e la mente di questo solo project è Francesco Cucinotta, che negli anni ha già ammaliato l’udito dei suoi fan con lavori come il primo “Dirty Tricks”, il successivo “Answers to Human Hipocrisy”, il primo EP “When if not Now” e l’ultimo lavoro “Transition” nel 2013. Ma durante questo arco di tempo non è rimasto con le mani in mano, collaborando con svariati artisti e divenendo il frontman degli Sinoath nel 2015.

Oggi Felis Catus ricompare con il suo EP “Megapophasis”, un disco contenente quattro tracce di puro black capace di creare un atmosfera dark unica nel suo genere. Uscito nel 2011, l’EP verrà stampato a dicembre e distribuito da Masked Dead Records in venticinque copie numerate.

La prima track dell’EP è “Beyond The Veil”, che spalanca i cancelli dell’oscuro mondo di Megapophasis. Un ritmo energetico ci accompagna verso l’oscurità di queste profonde sonorità. La scarica adrenalinica viene emanata dai primi riff di chitarra molto heavy, un inizio epilettico carica a dovere l’ascoltatore per poi farlo placare nella metà del pezzo, quando marcate sonorità goth/black si mostrano con leggiadri veli di emotività per aprire gli animi dell’uditore. L’etere sonoro finisce negli ultimi istanti del pezzo, quando la scarica sonora riprende di nuovo il timone per chiudere la track in bellezza. Il disegno di un paesaggio desolato, che descrive una pesante brezza accompagnata da ululati lontani apre “The Melancholy Remains”. Un ambient ad effetto crea un atmosfera decisamente oscura prima che venga introdotto un riff profondamente black, non molto veloce ma soavemente distorto, accompagnato da una trasportante percussione ritmica ed effetti sonori melanconici, mentre un graffiante cantato in growl riecheggia in questa oscura caverna d’emozioni. A metà pezzo cala la notte, le tenebre prendono il sopravvento con un altro ambient dolcemente tetro, che spalanca di nuovo le porte al cantilenante riff di chitarra per pochi secondi. Nella seconda metà della track torna la quiete per qualche secondo, prima che il sonoro growl del degno frontman accompagni un solo di una bellezza unica, dolcemente caliginoso, che rende degna fine al pezzo. Ecco che si riapre la ‘danse macabre’ con “Holycaust”. Un ritmo molto più spinto crea il giusto equilibrio tra corpo e anima.  Lo spirito dell’ headbang possiede l’ascoltatore per oltre un minuto, senza poter essere esorcizzato. Il ritmo della batteria rimane invariato e senza scambi ritmici, ma chitarra e basso si attenuano per dar spazio ad un piccolo ‘discorso’, pochissimi secondi prima che un energico scream lo interrompa per dar spazio a riff seriamente aggressivi senza sosta. Cupe sonorità black miscelate ad un pesante heavy danno vita a sei minuti di pura aggressività. Nell’intera track non esiste cantato, ma solamente un paio di scream ben adattati che sanno riempire in maniera idilliaca l’intero pezzo, completamente strumentale. Le note corte e massicce di una chitarra ben distorta aprono la strada a “Psalm of Solemn Wrath”. L’intro è composto da un cupo riff ed un synth che sa come centrarsi. L’intera track è decisamente più lenta delle altre, ma sa come entrare dentro e scavare nel cuore dell’uditore. Un imponente e maledettamente mostruoso growl si fa sentire verso la metà del pezzo, mentre l’ambient black rimane lungo i bordi della traccia, mostrandosi di tanto in tanto in maniera divina. La track scorre lentamente fino alla fine, al contrario delle emozioni che si scatenano nell’animo dell’ascoltatore. Ed è così che si spengono le candele poste sul candelabro di questo album.

Un lugubre ritorno per Felis Catus con il suo “Megapophasis”, che anche questa volta ha saputo unire i pezzi di un puzzle sonoro in maniera estremamente perfetta, dando vita ad un quadro musicale di una bellezza unica. L’album si chiude e le porte di questo castello colmo di sensazioni si accostano, il sole comincia a sorgere lentamente, mentre la magia di queste sonorità notturne va man mano scemando, attendendo il nuovo inizio di un leggiadro tramonto e creando il principio di un nuovo scenario, che Felis Catus saprà darci.

 

Marco Durst

80/100