12 SETTEMBRE 2018

The Voices è un progetto italiano di Experimental Avantgarde a cappella di Paolo Ferrante, che con i suoi numerosissimi brani intrisi di una musica molto criptica e particolare, va molto al di là dell’immaginazione del pubblico ordinario, non è consigliata ai seguaci dei vari clichèe che vivono senza rendersi conto che il mondo sta cambiando e sta evolvendo, e la scena musicale pure. Infatti dopo il debutto strano ma originale, The Voices ci deliziano con un nuovo gioiello caratterizzato da una strana originalità, ironia, creatività ed un fulcro di malsana fantasia, mancanza di schemi e regole. Sicuramente non potrà essere citato nelle liste dei lavori “già visti” o “già sentiti”, ne viaggerà sui binari della monotonia o della banalità perchè è un lavoro veramente autentico e futuristico, inoltre le straordinarie partecipazioni di altri musicisti, tra cui anche Matteo Antonelli con la sua arida ma potente voce, non fanno che aumentare in maniera esponenziale il valore di questa uscita. Infatti, in “Light and Weirdness”, che ha visto la luce nel 2018, prodotto dalla label Masked Dead Records troviamo un’ottima produzione ed un sound molto tenebroso ed introverso, molto potente e dissonante, che spinge l’orecchio non soltanto verso l’Avantgarde o Experimental, ma anche in direzione di una molteplicità di altri stili contrastanti che stranamente si combinano molto bene fra di loro, dal luminoso e dinamico Jazz o musica ethnica e Fusion fino all’oscurita del Drone, del Noise e del Dark Ambient. Tutto rigorosamente fatto con la voce, senza nessun filtro o sovrapposizione, apparte il mix ed il mastering ovviamente. L’intro “strumentale” rappresenta da per sè una provocazione ed un invito a fare un viaggio dentro la luce, omnipresente sia intorno a noi che dentro la nostra anima, capace di svelare i misteri della vita e dell’esistenza o al contrario ci può accecare e farci sprofondare per sempre nel buio eterno e nel baratro esistenziale. Bella l’idea generale dell’album ed espressive le sonorità scelte, così come lo sono anche i testi. Magari un pò più attenzione sui passaggi e sui vari cambi ed attacchi di melodia a livello di songwriting per renderli meno bruschi, ma tutto sommato l’album è un vero gioiello in materia di innovazione, perchè pochi si sarebbero avventurati con il canto a cappella in uno stile così. Tra i brani che colpiscono di più nell’album troviamo Alien Galaxies ed Ashen Clouds, dove Paolo Ferrante ci delizia, insieme a Matteo Antonelli, con dei cori gregoriani dominati da un basso profondo in stile Vladimir Miller, oltre che ad uno scream molto graffiante del titolare della Masked Dead, oppure Under The Rays of the Moon, dove troviamo Rugeria Galizzi con la sua voce piena di sfummature orientali, o ancora The Rays of the Sun , con gli incantesimi corali in stile Gospel/Blues di Ramona Galizzi, ed infine Dies Reversurus, una traccia molto solenne con una cornice classicante, ma dove si nota pure un contorno gregoriano molto denso ed un finale folkeggiante molto fresco, dove le nuanze in contralto di Lucia Valensisi rende l’atmosfera ancora più magica. Ma soprattutto il brano di chiusura, Light-Devouring Anomaly, molto occulta e tenebrosa, come una preghiera rituale verso quello strano fenomeno che ha creato la vita in questo universo, ma che lo può anche togliere in ogni momento, chiamato Luce, spesso associato alla vita stessa ed al nostro Creatore supremo. Insomma, è tutto fatto molto bene, e viaggiando tra le canzoni non si rischia mai di andare sul banale o sul monotono o noioso, nonostante la voce di Ferrante è presente sempre, ma grazie alle sue idee vincenti ed agli ospiti veramente graditi che hanno dato veramente il meglio di se, nonostante non gioissero precedentemente di una grande fama e notorietà, hanno creato tutti insieme un album veramente inedito e speciale, lontano dai schemi e dai clichèe del metal o rock ordinario, ma vicino ai cuori degli ascoltatori buongustai che non disdegnano una sana innovazione ogni tanto per allargare i propri orizzonti musicali e di avere nella loro collezione un gioiello raro ed autentico.

 

Dmitriy Palamariuc

85/100


11 GIUGNO 2017

Dura la vita del recensore, sempre con il dito puntato contro per qualsiasi cosa esso scriva. Sarebbe da aggiungere anche l’aggettivo impossibile alla lunga via che il sopra citato personaggio deve compiere durante l’esistenza. Tale concetto viene ben espresso quando ci si trova ad ascoltare materiale di questo tipo ossia l’EP chiamato “A Glimpse into the Absurd” a cura principalmente di una persona (Paolo Ferrante) che si nasconde sotto il monicker The Voices. Il dischetto in questione segue il disco di debutto “Oneiric Anthem” proponendo nuovamente sonorità totalmente vocali senza nessun ausilio strumentale. In questo caso viene meno la componente più grottesca e parodistica per dar vita a qualcosa di più serio e curato.
Avvalendosi di numerosi ospiti (tra tenori, voci femminili ed addetti a vocalizzi più estremi), il buon Paolo tenta la strada della sperimentazione avanguardistica con cinque brani, come già detto interamente cantati senza nessuno strumento di accompagnamento, o meglio, la stessa voce viene usata in vari modi per dare sia il ritmo che la melodia. Per fare ciò, ogni traccia prevede l’uso combinato di parecchie linee vocali combinate tra loro che però si assestano, per la maggior parte, su una linea invisibile fin troppo marcata. Una linea composta da cori, melodie e cantati a cappella che inneggiano armonie quasi liturgiche (molto usato il cantato lirico) inserendoci in taluni casi anche growl vocals (“The Beast Inside”), oppure anche lo scream (“A Glimpse Into The Absurd” dove alcune voci ricordano lo strumento a fiato didgeridoo ed altre strumenti ad arco). Ciò che in primis non funziona del tutto nelle canzoni è la troppa similitudine in quanto troppi passaggi si assomigliano e dopo qualche minuto, la noia non tarda ad arrivare risultando difficili da digerire. Stesso discorso vale per “La Notte si Accendono”, dove c’è un continuo mescolamento di cori e voci tra la musica classica/lirica e qualche punta sperimentale, che però non riescono a tenere attento l’ascoltatore causa forse ad una mancanza visiva. E’ un modo di fare musica che forse si adatta ad un qualche tipo di colonna sonora e che preveda un qualche tipo di supporto che sostenga quello audio.
Le rimanenti tracce “Sap Of The Oasis Of Life” (con vocalizzi che cercano di riproporre il suono delle chitarre e di un certo tipo di percussioni) e “Spiritual Guide” (con un mix di atmosfere orientali di meditazione combinate a strofe più crude e talvolta melodiche), sono gli esempi più fulgidi di una certa inventiva più interessante e stimolante. In qualche modo si pensi all’opera come un ibrido tra i Van Canto, meno ignoranti e più colti, che contenga al suo interno anche una visione più personale che ricorda qualcosa dell’istrionismo vocale già operato negli anni 70’, da cantanti jazz come Meredit Monk. Non è un idea totalmente originale, però allo stesso tempo, ci sono diverse idee che meritano di essere sviluppate.
Genio o pazzo? Disco capolavoro o ciofeca? Ogni ascoltatore ci troverà qualcosa di diverso ma oggettivamente parlando c’è ancora molto da fare. Un’opera interessante ma che a causa di alcuni problemi non riesce a farsi ascoltare senza distrarsi. Buon lavoro e buon ascolto!

 

Enzo 'Falc' Prenotto
 65/100