4 APRILE 2018

Noi della redazione non sempre trattiamo lavori incisi da band con formazioni solide, complete e già consolidate; ciò non significa che tutti i progetti solisti o duo-band abbiano fatto cilecca, anzi, talvolta abbiamo riscontrato dei risultati di spessore e bellezza non indifferente! Un po' come la situazione vissuta dal progetto duo “Code Noir” i quali, nonostante l’attuale mancanza di un batterista hanno comunque saputo reagire alle incertezze ed alle insicurezze che la vita musicale a volte riserva per i musicisti. Il progetto Hard’n’Heavy nasce nel 2015 da 4 membri provenienti dalla Grecia e dalla Svezia, tra cui il chitarrista/cantante Michael T, il chitarrista Moth, il bassista Adam Chapman ed il batterista Vaart Pilgrem. Nel corso della loro vita musicale i Code Noir hanno voluto spaziare notevolmente a livello di genere, sia in fase compositiva che in fase live. Successivamente, grazie ad un accordo con l’etichetta Metal Scrap Records i ragazzi entrano in studio per registrare il loro album di debutto, ma è in quel momento che Moth e Pilgrem lasciano la band per motivi personali, lasciando quindi Michael T e Chapman come membri attivi. Tuttavia, i due non si perdono d’animo e decidono comunque di registrare e godere dei frutti dei loro lavori, partorendo cosi, “Burn Card” rilasciato in formato digitale il 21 Dicembre del 2017. Senza troppi intoppi l’album mostra ben pochi compromessi e, grazie a “Mine Forever”, la band sfoggia un stile inconfondibile, caratterizzato da un Hard Rock bello deciso e di piacevole ascolto, il quale si consuma in breve tempo, lasciando spazio alla successiva “Crime In a Line”, traccia non molto lunga e decisamente diretta, in cui possiamo scorgere una genuina modernità non solo in fase compositiva, ma soprattutto in fase di recording e mixing di “Burn Card”: ogni strumento è ben presente, con equalizzazioni adatte al genere e senza sotterrare le sezioni ritmiche.  Anche la voce di stampo nitido e pulito di Michael T risulta ben bilanciata in fatto di volume e mixaggio, anche se nel brano “The Things That You Hated” le linee di voce stesse tendono un po' a “perdersi” assumendo una dinamica piuttosto piatta e di poco effetto carismatico, nonostante il pezzo a livello ritmico e melodico sia ben strutturato. Il brano “Nowhere” arriva ai nostri timpani come una bomba, una bella scossa a base di buon Hard Rock, costituita da uno sfizioso groove di chitarra e di basso assolutamente niente male, donando al pezzo la carica che merita, il tutto sormontato dalla linea vocale, la quale in questo caso risulta più grezza e sporca, ma, a nostro avviso, sapientemente inserita all’interno della porzione ritmica. Veniamo travolti da un’ulteriore carica elettrica caratterizzata, con assoluta ed inaspettata sorpresa, da un’ondata di Punk Rock del brano “Make it Happen”, il quale si discosta un poco dallo stile preciso e metodico dei pezzi precedenti, per lasciare spazio alle schitarrate ed all’energia di sezioni ritmiche più orientate verso un Metal-Punk piuttosto che Thrash, addirittura. Insomma, niente male, non ce l’aspettavamo! Veniamo ulteriormente dal carattere della successiva “Under The August Sun”, traccia che delizia l’ascolto con un Rock molto classico e tranquillo, senza troppe ritmiche a velocità eccessivamente spinte. La settima traccia è semplicemente una cover dei Ramones, uno dei grandi successi della storica band statunitense, nonché “I Wanna be Sedated”, ed ovviamente, i Code Noir mettono ancora in mostra i muscoli in fatto di puro Punk Rock, questo è alquanto chiaro. L’album finisce con un’ultima cover, “Sanctuary”, in cui, a differenza dell’originale pezzo degli Iron Maiden, la dual-band ha voluto rendere il pezzo un pelo più orientato verso un stile Groove Metal, abbassando l’accordatura degli strumenti ed aumentando un poco la velocità dell’esecuzione del pezzo stesso. Dunque, i Code Noir ci sono risultati di piacevole e gradevole ascolto, mostrandosi a noi con un semplice album di 8 tracce le quali possono essere un ottimo tramite con un pubblico di ascoltatori e rockers divoratori di musica che non hanno troppe pretese. “Burn Card”, è sì la prima tappa bruciata dalla band, ma è anche un punto fondamentale da cui i ragazzi possono partire per costituire quello che è (o diventerà) il loro stile compositivo ed esecutivo della band. Sia chiaro, non abbiamo avuto a che fare con un album di un genere diverso dal solito o di carattere trascendentale, ma a noi è piaciuta la curata semplicità con la quale i due ragazzi si propongono al popolo underground e la grande volontà, nonostante la situazione della line-up non completa, nel rincorrere i loro obiettivi. Ovviamente, questo lavoro, noi della redazione speriamo sia solo un assaggio di quello che ha da offrirci la casa “Code Noir”, dato che riponiamo fiducia in un’ulteriore integrazione di elementi che vadano a costituire un ipotetico lavoro, ancora più bello e carico, e, se possiamo permetterci, senza cover.

 

Simone Zamproni

78/100