2 NOVEMBRE 2017

Le derive moderne del metal, specie se comportano rivisitazioni di generi di culto come il thrash metal, sono spesso diprezzate dai vecchi nostalgici, ma in verità, spesso, la proposta musicale è tutt’altro che pessima. E’ il caso dei greci Desert near the End, da Atene, dediti ad un thrash-death metal dalle tinte molto moderne, per l’appunto, nonostante i membri della band non siano propriamente dei novellini. I nostri (attualmente troviamo Akis Prasinikas al basso, Alexandros Papandreou alla voce e Thanos Shaffer alla chitarra) partono, seppur con una line-up diversa, sotto il moniker Stormbringer, nel lontano 1997, per poi cambiare nome in The Eventide nel 2001, e realizzando una demo nel 2006 ed un album completo autoprodotto nel 2007. L’heavy-power metal tradizionale proposto dagli Eventide prosegue poi, in vesti più aggressive, tramite una nuova realtà, nata a seguito di un nuovo cambio di nome nel 2010. Gli attuali Desert near the End hanno realizzato fino al 2016 due album completi (“A Crimson Dawn” nel 2011 e “Hunt for the Sun” nel 2014), ma il power –thrash simil-Iced Earth proposto si è velocemente trasformato in qualcosa di sempre più violento, fino al thrash-death melodico proposto nel terzo full-lenght “Theater of War”. L’album in questione è stato pubblicato dalla label ucraina Total Metal records, una buona etichetta emergente che conta già nel suo roaster ottime bands come Divine Weep e Sunlight.

Passiamo all’analisi delle tracce, otto, che compongono il full-lenght della band greca. Il brano di apertura è “Ashes Descent”, ed è un avvio a dir poco micidiale: l’influenza del death metal di scuola americana non è affatto secondario nelle ritmiche, ma non mancano melodie chitarristiche e calvalcate che esaltano la vecchia anima power-thrash della band. La drum (presumibilmente programmata) è forse troppo in primo piano, ma contribuisce a rendere il brano esplosivo e coinvolgente. Le vocals del singer Papandreou, tutt’altro che gutturali, smorzano l’avanzata furibonda di una song che, a tratti, pare essere uscita dalla mente dei fratelli Hoffman (ex Deicide). La chicca di un brano pressochè perfetto è il doppio solo centrale, che vede le chitarre duellare e rincorrersi furiosamente sul tappeto sonoro creato da un furioso blast-beat. Nonostante il genere proposto sia lontano anni luce dal power degli esordi, in realtà, grazie ad indicate e non invadenti melodie, l’epicità della proposta non è affatto irrilevante. Il secondo brano, “Faces in the Dark” è, se possibile, ancor più aggressivo del precedente, ma oltre al death metal vi è qui anche una buona dose di thrash, ottimamente realizzato. Fanno persino capolino elementi NY-hardcore nell’avvio di “Point of No return”, che tuttavia sono solo il contorno di un pezzo che si muove su salde coordinate thrash-death da manuale. Il proverbio recita “non c’è due senza tre”, ma in realtà anche il quarto brano “Under blackened skies” si apre con le mitragliate ritmiche di una drum forsennata; ma la monotonia non è di casa con i Desert near the end: il muro sonoro della prima metà lascia a poco a poco spazio ad un inserto melodico e molto cadenzato, prima che una nuova sfuriata concluda il brano. Varcando la soglia del quarto brano, la seconda metà dell’album vede una band sì compatta ed aggressiva, ma dal sound più ragionato e variopinto. “A Martyr’s Birth” soprende con il suo oscuro ed orientaleggiante arpeggio, che accompagna un singer il quale, senza infamia e senza lode, mostra delle buone qualità anche in clean. Più cavalcate e meno blast-beat: è questo il mood che accompagna anche la successiva “Season of the Sun”, nonché la titletrack, penultima del lotto, che dopo un breve intermezzo recitato sfocia in un nuovo brano thrash metal, che consente, giunti quasi al termine, di delineare definitivamente il songwriting statico ma efficace dei musicisti greci. “Theater of war”, album godibile e ben prodotto, si conclude con la semi-ballad “At the Shores”: prevedibili suoni campionati si fondono con sognanti melodie chitarristiche, che cozzano con le sporche vocals del singer, molto più consone al metal proposto nella parte finale del brano.

I Desert near the End sono una realtà che potrebbe avere non poche difficoltà ad emergere in un panorama metal come quello odierno, ed i frequenti cambi di moniker e line-up non hanno aiutato i nostri a rimanere saldamente nella testa dei metalheads. E’ pur vero, tuttavia, che la qualità per fare il grande salto c’è tutta, e questo “Theater of War” ne è la dimostrazione lampante. Con l’innesto di un drummer “reale” in formazione, e spendendo tempo ed energie in tour, le soddisfazioni per i ragazzi di Atene non mancheranno.

 

Luigi Scopece

85/100