18 APRILE 2018

Dall’Ucraina arriva una nuova band. Nati verso la fine del 2013 il quartetto chiamato Penetrum comincia fin da subito a mettersi all’opera soprattutto in sede live finché nel 2017 entra in studio di registrazione per registrare il disco di debutto senza l’ausilio di EP o demo. Nei primi mesi del 2018 arriva sugli scaffali dei negozi (a volte ci si chiede se esistano ancora…) Instrument of Delusion, primo lavoro del collettivo dell’est Europa. Musicalmente la band può attirare diverse tipologie di pubblico ovvero chi apprezza il death metal melodico ma anche il black/pagan/viking metal.  Forti di una discreta produzione/mixing (anche se a volte i suoni di batteria sono davvero pessimi) i nostri partono a raffica con “Amok” dove emerge subito l’amore per il death melodico alla Children of Bodom con un mix di metal anche classico, parti tecniche (assoli decisamente da shredder) ed intermezzi epic/folk discreti. Della stessa natura è la strumentale e neo classica “Caprice of Delusion” che nonostante sia ripetitiva contiene delle interessanti dinamiche nelle ritmiche. Il resto dell’album tranne una cover ed un paio di pezzi mal riusciti (l’ingessata “Into the Blizzard” o la fin troppo banale e violenta “Winter Breath”) vertono sul pagan/viking metal ma se da un lato possono risultare piacevoli dall’altra soffrono della mancanza di tecnica sia strumentale che vocale. Le melodie spesso sono intriganti e gonfiate da sezioni di cori che gonfiano le composizioni rendendole evocative (“Blazing Souls”, la folkeggiante “Crimson Forest” o la massiccia “Blood Tastes Like Lead”) o anche battagliere come in “Crash Syndrome” forte di un buon groove nella sei corde. Purtroppo però è tutto fin troppo banale e pieno di cliché con una presenza ingombrante di clean vocals poco intonate che sfiorano la stonatura diverse volte. Più che altro ci si chiede come mai dopo quasi 5 anni di vita non si riesca a trovare un minimo di personalità nelle composizioni non solo della band in questione ma in generale. Di positivo è che difficilmente le loro sonorità annoiano e riescono quasi sempre a tenere l’ascoltatore sul pezzo senza che gli venga la voglia di pigiare il tasto skip o stop. Ma ciò non è esattamente abbastanza per far sì che si venga ricordati.  In fin dei conti il mix sonoro proposto dai Penetrum può intrigare più che altro i fanatici dei generi descritti in precedenza ma finisce lì. Bisogna entrare nell’ordine di idee che il mercato è saturo di tutto quindi o ci si presenta con un debutto esplosivo oppure bisogna renderlo diverso per emergere altrimenti si rischia di essere dimenticati. Un album sufficiente che però avrebbe potuto essere più curato dati i non pochi anni di esperienza dei 4 musicisti.

 

 Enzo Prenotto

60/100