6 DICEMBRE  2017

Il tanto atteso successore di The X Experiment (2013) si chiama Obscurity, quarta fatica discografica per lo storico quintetto romano dei DragonHammer (reso graficamente DragonhammeR). La quasi ventennale carriera della band capitolina prende avvio nel 1999, inizia a concretizzarsi nei due anni successivi grazie alla pubblicazione rispettivamente del demo Age of Glory e del full-lengh The Blood of the Dragon. Sull’onda dell’entusiasmo, Max Aguzzi, leader e cantante, conduce i suoi “Dragoni” nuovamente in studio per la registrazione di Time for Expiation. Lo storico delle pubblicazioni del gruppo, a questo punto, subisce un arresto quasi decennale, fino al 2013, anno in cui viene dato alla luce The X Experiment, di cui Obscurity è il seguito. Nel corso degli anni, la formazione dei capitolini è stata rimaneggiata, ma sempre guidata dai membri storici, quali il suddetto Max Aguzzi (chitarra e voce) e Gaetano Amodio (bassista), a cui, oggi, si aggiungono Andrea Gianangeli dietro le pelli, Giulio Cattivera alle tastiere e Flavio Cicconi alla chitarra. Entriamo nel merito del disco in analisi. 

Obscurity si apre con una intro strumentale, Darkness is Coming, dalle tinte vaghe e misticheggianti, che riflettono in pieno quello che è il titolo del brano, ma anche, soprattutto, il senso stesso dell’intero lavoro. Darkness is Coming lascia campo alla prima vera canzone del disco, Eye of the Storm, introdotta da una prepotente tastiera, accompagnata dal basso di Gaetano. Il tutto sfocia nell’orecchiabile e accattivante ritornello, condito dal tipico, graffiante timbro di Max Aguzzi. Nella parte finale del brano, la fanno da padroni tastiere e chitarre, che si destreggiano in assoli alternati, che pian piano lasciano spazio ad un ultimo, decisivo ritornello. Eye of the Storm è un’ottima scelta per aprire il disco: un brano incalzante, squisitamente power metal, ma soprattutto orecchiabile e godibile, che permette all’ascoltatore di passare, senza indugi, al brano successivo. 

Brother vs Brother, introdotta ora dal solo basso, perde, per quanto riguarda la voce, i tipici richiami al power metal, che si concentrano soprattutto nella sezione ritmica e negli assoli, laddove invece la linea vocale è più simile ad una parte “recitativa” piuttosto che cantata. Comunque un buon brano, anch’esso godibile, forse proprio perché non risulta stucchevole, in quanto non ricalca in pieno la linea tratteggiata dal pezzo precedente, ma se ne distacca, disegnandosi una propria identità. 

In Under The Vatican’s Ground decisivo è l’organo, strumento in grado di riportare in musica i temi trattatati dal brano stesso, e che accompagna la sezione strumentale nel solo ritornello, probabilmente il più orecchiabile finora, in grado di catturare in pieno l’attenzione dell’ascoltatore. Under The Vatican’s Ground si pone nell’interstizio aperto tra i due pezzi precedenti, prendendo le mosse dal più tipico power metal, distaccandosene però sotto alcuni degli aspetti più decisivi, in chiaro stile Dragonhammer. Ma sicuramente gli spettacolari assoli particolarmente tecnici sono una di quelle caratteristiche, tipiche del suddetto background musicale del gruppo, a cui i cinque romani non vogliono rinunciare: ne sono testimonianza i successivi The Game of Blood e The Tower of Evil (ma in realtà l’intero lavoro marcato Dragonhammer), molto vicini, in quanto a stile, tra loro e rispetto al pezzo che li precede. 

Children of the Sun, invece, riprende in pieno lo stile di Eye of the Storm, lasciando ampio spazio ai tecnicismi di Cattivera, che riesce ad esprimersi al meglio nell’intro e nei ritornelli, in cui, appunto, la tastiera la fa da padrona, con un riff non eccessivamente complicato, ma di ottima fattura, in grado di guidare il groove nel migliore dei modi. Non mancano certamente quegli assoli rapidi ed intrecciati, che giocano a “botta e risposta” tra chitarre e tastiere, diventati ormai un must nel corso del disco. La sezione strumentale, trova ampio spazio, concesso dalla voce di Max, che, naturalmente, non disdegna neanche qui quel timbro particolarmente “sporco” e graffiante che l’ha contraddistinta finora nel corso degli anni. 

Giungiamo quasi all’epilogo dell’opera, e ci imbattiamo in Fighting The Beast, il cui rilascio ha anticipato l’uscita di Obscurity. Se il lettore si aspettasse un brano tipicamente power soltanto leggendo il titolo, non sarebbe in errore: i Dragonhammer convogliano tutte le caratteristiche che hanno da sempre contraddistinto questo sottogenere, in un brano introdotto dalla cavalcante presenza di tutti gli strumenti, scanditi da una potente doppia cassa, che confluisce in un ritornello di classica ispirazione “rhapsodiana”, così come anche gli assoli successivi, sia per quanto riguarda la tecnica che il sound. Un brano non eccessivamente originale, ma di grande impatto, coinvolgente, potente, sicuro. Sicuramente la miglior scelta per dare un assaggio al pubblico di quello che sarebbe stato Obscurity. 

La penultima traccia è Remember My Name, l’unica ballad del disco. Un delicato riff di chitarra ci introduce nel brano, fino al momento in cui è Max Aguzzi a prendere le redini del pezzo, con la sua voce sempre graffiante, ma più pulita, che si mantiene su tonalità più basse. In sottofondo un potente basso si sposa con i profondi accordi di tastiera. Gianangeli riesce a trattenere la sua foga, dando mostra di essere in grado di “giocare” anche su tempi decisamente più rallentati. Uno special verso la fine è guidato da un riff di chitarra e dalla voce di Max che azzarda delle note più alte. Il tutto lascia spazio ad un bellissimo assolo, anche questo più moderato del solito. Forse è stato un rischio porre una ballad quasi in conclusione del disco, proprio per il pericolo di stancare l’orecchio dell’ascoltatore a causa di un eccessivo numero di brani veloci e potenti in sequenza. Ma, come abbiamo dimostrato, la pluridecennale carriera della band capitolina si fa sentire, perché nessun brano somiglia eccessivamente al precedente o al successivo, il che permette un tale azzardo.

Remember My Name lascia presto spazio al brano di chiusura, la title track Obscurity, dai toni più cupi e, appunto, oscuri. Resta, però in sottofondo, quella tastiera che aveva permesso l’atmosfera del pezzo precedente, accompagnata, nel ritornello, da una sezione corale che gioca a duetto con la voce principale di Max. Obscurity è un finale dissolto, dissolvente. Il disco si chiude con un brano che sembra lasciare punti interrogativi, che riporta all’”oscurità”, riuscendo perciò a restituire l’atmosfera stessa dell’album. È quindi del tutto sensata la scelta di rendere proprio questo pezzo la title track del lavoro, in quanto riesce a riassumerne tutte le linee guida, tutti i temi toccati da ogni singola canzone che lo compone. 

Insomma, Obscurity non delude le aspettative. Seppur con una rinnovata formazione, Max Aguzzi riesce a condurre i suoi nel migliore dei modi, realizzando il degno successore di The X Experiment, tenendo alta l’asticella posta dal predecessore nonostante i quasi dieci anni di silenzio. Obscurity è un album ancora più cupo, sia per quanto riguarda il sound che per i temi trattati, ma non aggiunge nulla di innovativo, di nuovo, a quanto abbiamo sentito. Resta comunque un album di pregevole fattura, ma da questo punto di vista, chi scrive non aveva dubbi neanche prima di approcciarsi all’ascolto, visti gli anni di attività della band, ormai navigata. Personalmente, apprezzo la convivenza pacifica tra gli aspetti più giovanili, portati dai nuovi arrivati, e quelli più “anziani”, come la stessa voce del leader, Max, che risente del trascorrere del tempo. Ma non me ne voglia il “dragone”: infatti, sì, gli anni hanno lasciato il segno sulle sue corde vocali, ma hanno reso la sua voce ancor più graffiante, ancor più tipica, ancor più marchio di fabbrica di una band che ha firmato la storia dell’underground metal romano, sia vent’anni fa che oggi, con il loro ritorno, con il loro Obscurity. 

 

Claudio Causio

88/100