9 MARZO 2019

Il percorso musicale dei bolognesi EVA CAN'T è, per certi versi, accostabile a quello di altri acts italiano quali, ad esempio, Novembre o Deadly Carnage che, partiti su coordinate vicine al metal estremo, si sono evolute via via in band dal suono più dilatato e atmosferico, pregno di sentori dark e melodic doom, quando non vicini al post-rock e addirittura al mondo della musica cantautorale o pop (chi più, chi meno), perdendo buona parte delle primigenie asperità ma imboccando senza dubbio un interessante via personale che li ha portati a distillare una musica dai connotati assolutamente peculiari e distintivi. Nel caso della band emiliana parliamo di una parabola evolutiva che li ha visti passare dal death metal contaminato ad alto tasso tecnico degli esordi a un suono carezzevole ed avvolgente in cui sentori dark-wave, doom e gothic metal, unitamente a una forte caratterizzazione di stampo cantautorale data dall'uso dell'italiano e dal modo di costruire liriche e linee vocali (per non parlare di forti umori post-rock) convivono per dare vita a un melange altamente suggestivo e personale. Forti di una line-up che non ha mai subito variazioni fin dai tempi dell'esordio L'Enigma Delle Ombre (datato 2010) e che vede Simone Lanzoni alla voce e chitarra, Luigi Iacovitti all'altra chitarra, Andrea Maurizzi al basso e Diego Molina alla batteria, e forti degli ottimi responsi ottenuti con l'ultimo album da studio Gravatum, datato 2017 e foriero di un'evoluzione sostanziale nel sound dei nostri, gli Eva Can't ci danno in pasto questo ep intitolato FEBBRAIO (ideologico sigillo dei dieci anni di attività del progetto) continuando senza tentennamenti a seguire il solco tracciato dal precedente, rivoluzionario, lavoro (ep che viene licenziato nuovamente sotto l'ala dell'etichetta italiana My Kingdom Music). Non appena premuto il tasto “play”, facendo così partire la strumentale FEBRUUS, scelta come opener dell'ep, sono infatti fortissimi i rimandi al post rock malinconico (in questo caso vicini a sentori cari ai connazionali Klimt 1918, benchè l'approccio dei nostri sia più asciutto e meno stratificato) che aveva fortemente caratterizzato il succitato Gravatum, così come ancora fortemente caratterizzanti risultano essere alcuni passaggi vicini al melodic-doom, benchè anch'essi virati verso un'accezione moderna e “spleen-oriented” del termine, se mi è concessa questa definizione non esattamente tradizionale. Il brano, incentrato fortemente sullo sviluppo delle melodie e dell'atmosfera da esse generata, risulta vincente ed emozionante dalla prima all'ultima nota, avvolgente e gelido come le brume nebbiose che caratterizzano il mese scelto come titolo di questo ep. Si prosegue con il brano VERMIGLIA, fin da subito caratterizzato dalle medesime sensazioni del brano precedente ma implementate dall'atmosfera intima e delicata generata dalla voce di Simone, foriera di sentori tanto vicini alla musica d'autore quanto ai frangenti più raccolti ed emozionali dell'indie italiano anni 90, prima che il brano, inizialmente soffuso e dominato da suoni di chitarra puliti e da un groove rotondo e confortevole, subisca un'impennata elettrica portatrice di atmosfere e connotati stilistici che non possono non richiamare alla mente, oltre che i già citati Klimt 1918, anche gli ultimi Katatonia, così come i Novembre della seconda parte della loro carriera. Saranno proprio questi connotati stilistici a dominare il resto del brano, il cui sviluppo strutturale lineare e privo di asperità risulterà alla fine assolutamente vincente nel voler valorizzare l'atmosfera dello stesso al di sopra di ogni altra cosa. È proprio questo desiderio di mettere l'atmosfera dei brani (così come quella dell'intera opera, assemblata in modo che ogni brano confluisca nell'altro senza pause, andando così a creare un affresco unico e indissolubile la cui continuità atmosferica ed emotiva risulterà, tirando le somme, un valore aggiunto non secondario alla sua riuscita) al centro del progetto, assoggettandovi strutture e sviluppo dinamico al fine di ottenere la massima resa emotiva possibile, il tratto di discontinuità più marcato (benché questa affermazione vada presa con le pinze) rispetto all'ultima prova in studio della band che, se da un lato non lesinava sforzi in tal senso nemmeno in quell'occasione, dall'altro ci mostrava una maggior propensione a strutture più articolate e giochi di chiaro-scuro maggiormente in evidenza, laddove ora si prediligono flussi sonori uniformi e carezzevoli e la creazione di ambientazioni sonore più eteree e sfuggenti.

Ad ulteriore riprova, ecco giungere la successiva CANDELE, con la sua introduzione giostrata sulle oscure trame di una chitarra molto effettata su cui si staglia malinconica una bella melodia di chitarra pulita che si riversa in una strofa ancora una volta fortemente caratterizzata da un approccio vicino a un cantautorato moderno e algido, preludio a sua volta a una esplosione elettrica stavolta più affilata e marcata, benché comunque, come sempre, pregna umori umbratili e delle atmosfere avvolgenti che marchiano a fuoco (ma forse sarebbe meglio dire “a gelo”) questo ep, supportata da ritmiche più incisive e quadrate rispetto a quanto finora sentito, con un bellissimo e perfettamente calzante frangente in tremolo picking centrale, benché accompagnato da ritmiche al solito rotonde e pulsanti lontane da qualunque tipo di rimando alla musica estrema, capace di dare quel qualcosa in più a livello di dinamica e suggellando il brano fin qui più vibrante e articolato dell'intero lotto. È un basso pulsante e slabbrato, accompagnato da una batteria tambureggiante, a sostenere la voce all'inizio della successiva traccia, la tiltle-track FEBBRAIO, con sentori non lontani dai primissimi Litfiba (quelli più vicini alla dark-wave anni 80), la band implementando ben presto l'incisività del pezzo con esplosioni elettriche di doom metal melodico e moderno che però non sembrano rifuggire anch'esse sentori dark wave piuttosto prominenti nel portamento melodico così come in quello ritmico, tranne quando i tempi si fanno più lenti e l'atmosfera più dilatata e umbratile. Un brano giocato tanto sui contrasti quanto sulla continuità atmosferica fra gli stessi, assolutamente riuscito e assolutamente in linea con il flusso generale dell'opera; opera che si conclude con la traccia FINALE, aperta da un riff ruvido dai toni hard-rock/blues, benché contraddistinto dall'inconfondibile marchio di fabbrica atmosferico della band, chiamato a fare da contraltare ai toni puliti e carezzevoli della strofa, ancora interpretata con pathos tangibile da un Simone Lanzoni assolutamente sugli scudi, ottimo anche nel growl che andrà a caratterizzare il bridge del brano, mentre a semplici quanto efficaci fraseggi solisti dal forte trasporto melodico ed emotivo viene affidata l'intera porzione centrale del brano, che andrà quindi a concludersi sull'onda di riff compatti, incisivi e ruvidi, splendidamente sottolineati da azzeccati arrangiamenti ritmici, consegnandoci proprio alla fine il brano più pesante e aggressivo dell'intero lotto, ottimo suggello a un ep che, oltre che ai fan della band, potrà piacere a chiunque ami le derive più contaminate, melodiche e atmosferiche del metal e del rock in generale. Un lavoro curato e ispirato, dove sono l'atmosfera e l'emozione a farla da padrone, ma senza rinunciare assolutamente al supporto di un sostrato musicale di livello assoluto, ottimamente cesellato ed arrangiato, in grado di garantire la massima resa in ogni frangente dell'opera.

Un lavoro algido e bellissimo come un sole pallido che sorge da eteree brume in un freddo mattino d'inverno. Intensi e capaci. Da ascoltare.

 

Edoardo Goi

75/100


13 AGOSTO 2017

Nome: Eva Can’t

Genere: Dramatic Metal

Nazione: Italia (Bologna)

Formato: full-length

Ttitolo: Gravatum

 

Tracce:

1. L’Alba Ci Rubò Il Silenzio (11:02)

2. Apostasia Della Rovina (05:25)

3. La Ronda Di Ossa (07:45)

4. Oceano (06:20)

5. Terra (06:41)

6. Gravatum (08:40)

7. Pittori Del Fulgido Astratto (16:21)

 

Membri: 

• Simone Lanzoni (voce e chitarra)

• Luigi Iacovitti (chitarra)

• Andrea Maurizi (Basso)

• Diego Molina (batteria)

 

Il progetto italiano Dramatic Metal Eva Can’t nasce a bologna, nel 2009, contraddistinguendosi immediatamente dalla concorrenza per un sound pressoché mutevole e disancorato da un genere preciso e ciò rende la band originale e capace di incuriosire. L’attenzione per la band ad ogni minimo particolare emerge subito dal nome di essa stessa, che a quanto pare, indica un limite umano invalicabile: la morte. Nel “curriculum vitae” di Eva Can’t vi sono solo full-length per ora, il debut album ha come titolo “L’enigma Delle Ombre”, forgiato il 10 settembre 2010, si tratta di una raccolta di 10 tracce in grado di garantire un ascolto di ben 40:25 minuti. Solo un anno dopo, il 18 ottobre 2011 il progetto bolognese torna a stupire con un nuovo full-length intitolato “Inabisso”, una raccolta di sei tracce per una durata complessiva di 42:26 minuti. Dopo una relativa pausa, l’11 aprile 2014, Eva Can’t producono il terzo album, denominato “Hinthial”, lavoro avente in se dodici tracce che accompagnano l’ascoltatore per 38:56 minuti. Arriva poi il vero pezzo interessante tra tutti gli album creati dal progetto italiano: “Gravatum”, realizzato il 14 giugno 2017 risulta essere attualmente la creatura più prolissa di Eva Can’t, un’ora di puro delirio diviso in sole sette tracks. Prima cosa che assolutamente salta all’orecchio (e forse anche innegabile) é la particolare cura che la band ha messo nel creare le soluzioni evidentemente ricercate formando un particolare stile cupo, reso quasi funereo da alcuni toni se non fosse per la lieve luminosità che di tanto in tanto emerge da alcune note.  Il quarto full length di Eva Can’t risulta essere un armonico connubio tra musica teatrale e drammatica, adornata da atmosfere meste che trasmettono una dolce e pacata tristezza. Se nei due album precedenti si avevano toni ben più aggressivi tendenti al Melodic/Technical Death Metal, in quest’ultimo le melodie vengono smorzate ed i riff donano musicalità ben più pacate, tendenti all’Atmospheric e Progressive. Cambiamenti simili spesso portano a pensare che nelle menti dietro al progetto possa esserci confusione, ma questa é una di quelle novità che può piacere, poiché l’oscuro album che si presenta cala i sipari di una tenebra mentale per far poi uscire l’ascoltatore da un luminoso tunnel e subito lo spinge violentemente rigettandolo nel profondo baratro della disperazione. Cosa da ammettere ed inaspettata é che nelle tracks create dal quartetto italiano la nostrana lingua si abbina veramente bene e fornisce ad esse una sorta di grazia poetica che non tutti i progetti sanno far emergere, facendo dalla musica un’apprezzabile liricità migliorata ovviamente dal cantato di Simone Lanzoni. Unica osservazione é che tutta la grazia dei malinconici riff viene offuscata da una parte recitata non molto gradevole poiché non si addice particolarmente alla maestosità delle soluzioni, sembra troppo “moderna”. Il difetto tuttavia non conta molto dato che non da tutti sarà considerato tale ed oltretutto é coperto da una minuziosa ricercatezza compositiva ed attenta e da un buon lavoro di mix e mastering, mediante la quale si ha un’eccellente risoluzione audio e strumenti ben equilibrati tra loro. Un famoso detto dice: ”Chi ben comincia é a metà dell’opera” difatti Eva Can’t sono a buon punto nella scalata al vero successo, che é quello interiore, dato dall’apprezzamento dei brani da parte del pubblico. L’apparente stato di tristezza iniziale viene colmato alla conclusione di “Gravatum”  da un forte senso di appagamento per aver ascoltato qualcosa di buono e non aver sprecato tempo. Eva Can’t sta percorrendo bene un sentiero fatto di dossi e di ostacoli.

 

Giulia De Antonis

79/100