8 MARZO 2018

Eccoci di nuovo qui avventurieri, pronti per un nuovo viaggio che ci porterà a scalare addirittura il monte Olimpo! Ad accompagnarci saranno le note del nuovo lavoro di Gabriels; compositore Italiano che, sicuramente, sarà già conosciuto ai più per i suoi lavori di musica Classica e Power Metal, oltre che per alcune apparizioni in alcune edizioni di musical di successo (dove lo abbiamo sentito interpretare ruoli di rilievo, stavolta come cantante n.d.r.). Questo nuovo lavoro, “Over the Olympus” si presenta, nella sua concezione ed idealizzazione di base, come un’idea assolutamente entusiasmante. Si tratta, infatti, di un concerto strumentale vero e proprio, eseguito e composto per un ensemble orchestrale affiancato all’utilizzo del Synth, uno dei simboli della modernità musicale. Non si può che fare un plauso a priori, prima ancora di sentire il disco, solo per aver tentato una simile ed ardita commistione. Sarà riuscita? Per rispondere avventuriamoci dunque in questo disco. Come consueto partiamo dalla presentazione. Il concetto di base si poggia sulla cultura classica, ed il fatto stesso che si tratti di un’opera ambientata nella cultura del mito greco ne è una forte componente. Da Gluck  a Beethoven, fino ad arrivare a Liszt, la musica inquadrata in questo arco temporale ha sempre attinto con cupidigia ai miti greci per la stesura dei libretti operistici e questo album ammicca fortemente a questo stile. La Cover Art ci lascia un po’ sgomenti. Ritrae si una sorta di monte Olimpo che emerge dalle acque, con tanto di colonnato in stile “Simil-Ionico”, ma appare una rappresentazione assai grossolana generata con un C.A.D. di grafica 3d che appare assai vintage, per così dire. Pure il logo ed il titolo appaiono sovraimpressi in malo modo, ricordando le prime copertine computerizzate degli anni novanta. Potrebbe essere una scelta stilistica precisa (effettivamente di primo acchito richiama proprio quei lavori Power Metal di trent’anni fa), ma appare agli occhi moderni come una composizione poco curata. Andiamo allora a schiacciare il tasto play. “Tempe Valley (Andante)” è la prima traccia e fortunatamente è inversamente proporzionale all’impressione che ci aveva fatto la copertina. È un lavoro curato e presenta da subito l’intenzione del compositore di sfondare le eventuali barriere compositive poste dall’utilizzo del sintetizzatore. Il suono scelto per quest’ultimo è un tono solitamente utilizzato per le armonie Lead; scelta che permette di seguire con facilità tutti i fraseggi principali e che genera, tuttavia, l’effetto di essere presenti ad un concerto dove l’orchestra stia effettivamente accompagnando la parte di Synth più che una amalgama generale delle parti. Ad ulteriore sorpresa, la composizione che era iniziata seguendo strettamente le regole compositive classiche, pian piano sfocia in una più moderna scrittura musicale che arriva quasi a ricordare i lavori pionieristici di altri grandi gruppi italiani (ad esempio il famosissimo “Concerto grosso” dei New Trolls). “By the Giant’s eyes (Moderato)” segue questa scia ma stavolta si strizza notevolmente l’occhio alla scrittura più settecentesca, con dei semplici contrappunti che però indirizzano l’attenzione dell’ascoltatore, portando in primo piano sempre le parti di sintetizzatore, protagonista assoluto del pezzo. “Titans versus Giants (Andante con moto)” è invece di natura più briosa e qui il sintetizzatore presenta dei toni più distorti e dai toni elaborati in un modo che ricordi una sorta di clavicembalo. Come per le composizioni precedenti il brano si poggia su un’idea di base che viene rielaborata all’ interno del brano stesso. Comincia tuttavia a sentirsi una certa caratteristica dell’ impianto di registrazione e di mixing che è figlio della presa diretta, prettamente live, delle parti orchestrali. I suoni scelti spesso però distruggono le dinamiche degli strumenti che non sempre riescono ad amalgamarsi al meglio, sopratutto con le percussioni, generando dei buchi notevoli in alcune parti dello spettro sonoro. L’ascoltatore dall’orecchio attento non potrà evitare di far caso a queste zone d’ombra sonore. L’effetto generato è, insomma, di sentire in alcuni punti quasi degli strumenti virtuali anche nelle parti d’orchestra, che sta invece eseguendo i brani dal vivo. ”Through White Clouds (Moderato)” è la naturale evoluzione del precedente e ci regala un attimo di pausa dai precedenti classicismi, con un fraseggio di pianoforte e sintetizzatore di scrittura stilistica più moderna e dalle arie sognanti che però esplodono in una conclusione più potente ed accattivante. “The Magical Castle (Adagio)” ha al suo interno una bella composizione di pianoforte che però, a giudizio di chi scrive, viene ingiustamente soppiantata dalle orchestrazioni scelte. Il Synth qui rischia davvero di essere di troppo o comunque usato prepotentemente, nell’accezione negativa del termine. Appare infatti in questo brano come un sostituto di una parte prettamente chitarristica. Interessante, ma non riuscito. A ciò si aggiunga che questo brano non pare essere scritto in modo da reggersi da solo e sembrerebbe sentire la mancanza, per come è scritto, di una parte vocale. “Gods (Allegretto con fuoco)” gioca su una melodia divertente ed è caratterizzato da un ritmo sostenuto e da una scrittura che ritorna ad uno stile più gotico. Siamo ad “Immortals (Epico)”, brano dal carattere forte ed imperioso che sa ritagliarsi uno spazio più romantico e melanconico. La composizione di quest’ultimo ricorda molto gli stilemi musicali dei più moderni Musical. È un peccato che proprio in questo brano si senta fortemente (e pesantemente) la scelta fatta per ciò che riguarda il mixaggio del disco, con delle percussioni che non riescono a compiere il loro dovere nell’uscita corretta, risultando sempre molto poco amalgamate. Gradevolissimo invece il gioco armonico tra piano, arpa e Synth. “Thunderbolts (Moderato)” ci accopagna verso l’ uscita del disco ed è un brano fatto di dinamiche e  scale armoniche che hanno come unico scopo di introdurre una parte chitarristica (elettrica) frenetica nel suo duettare con il Synth. Purtroppo è questa una scelta rischiosissima, poiché effettivamente il ruolo dei due è fortemente intercambiabile, tanto che ci si chiederà se era effettivamente necessario, a questo punto, inserire una parte simile. Siamo In vetta, ”Over the Olympus (Maestoso) ” chiude il disco.   È una summa di quanto detto finora. Il brano racchiude un connubio di stilemi classici e moderni ed è uno dei pezzi migliori del disco. Anche se al sottoscritto ha un po’ stupito la  scelta fatta per la chiusa, è un ottimo modo di ultimare l’ascolto di questo concerto . L’album preso in esame ha poi al suo interno una bonus track con una revisione dell’ultima traccia che però, in effetti, presenta nella totalità la medesima composizione. Questo lavoro di Gabriels ha luci ed ombre, non si riesce a non ascoltarlo senza pensare che, alle volte, l’uso del synth è (volutamente?) forzato. Ma, aldilà di questioni puramente filosofiche sull’uso dello strumento accostato all’orchestra (esperimento tentato anche da altri cantautori nostrani come ad esempio Max Gazzè n.d.r.), la cosa che più colpisce dell’ album e dei suoi brani è la mancanza di temi centrali ben scindibili. Purtroppo quasi tutta l’ interezza delle composizioni, pur se basandosi su una buona idea di base, finiscono col diventare degli accompagnamenti per quelli che appaiono fondamentalmente come dei soli di sintetizzatore. Alle orecchie di chi scrive non è sembrato di individuare delle idee musicali e delle armonie che potessero essere dei temi degni di memoria. La totalità delle scritture sembrano essere quasi degli esercizi compositivi, basati su strutture molto rigide, che per loro natura non permettono la nascita di idee musicali sulle quali dovrebbero costruirsi poi le fondamenta dei brani ma senza penalizzare i temi centrali. L’esperimento della fusione dei due mondi è quindi riuscito nella sua componente più materialistica, ma non in quella più idealista. Le parti del synth sono spesso davvero troppo prepotenti e in tutto questo è opinabile la scelta del singolo tono dello strumento in questione. Va detto che, in alcuni momenti, complice forse proprio il suono scelto, l’album trasmette quella sensazione che si prova ad ascoltare la colonna sonora di un vecchio videogame, dove i compositori spesso e non a caso di estrazione classica, erano soliti comporre semplici melodie basate proprio sulle caratteristiche delle onde sintetizzate. Concediamo al disco, quindi, il beneficio  del dubbio, della ricerca e della sperimentazione; attendendo le nuove composizioni che questo lavoro potrebbe ispirare nei tempi a venire.

 

Matteo Musolino

75/100