19 LUGLIO 2017

Rimasto solo a governare il galeone degli Alestorm (dopo la dipartita di Dani Evans, ultimo compagno della formazione storica), Christopher Bowes con questo No Grave But The Sea ritorna sulla scena musicale dopo tre anni dal precedente Sunset Of The Golden Age. La formazione che accompagna il vecchio bucaniere è nella maggior parte recente, ma ciò non va a minare il tipico sound folk/power metal dai temi pirateschi tipici della band scozzese.
Dopo aver ascoltato il disco si percepisce come se si chiudesse un cerchio ma per chiarire il concetto bisogna andare un attimo indietro nel tempo. Con il passare degli anni gli Alestorm pur rimanendo nel genere, hanno cercato di rendere la loro proposta musicale più variegata inserendo qualche parte più oscura e meno scanzonata ma non sempre il coraggio paga. Sia Black Sails At Midnight, che Back Through Time vivevano di momenti senza mai riuscire a tenere alta l’attenzione causa forse una eccessiva serietà di fondo. Il successivo Sunset Of The Golden Age fu un maldestro tentativo di quadrare i conti cercando di recuperare il terreno perso facendo una sorta di best of. Ciò che rimaneva da fare era appunto ritornare all’esordio (abbastanza ignorato ed ingiustamente sottovalutato) recuperando quelle atmosfere scanzonate ed ignoranti di Captain’s Morgan Revenge. Nel nuovo disco ricompare la ricerca al ritornello immediato e caciarone, allegria e frizzantezza e tanto divertimento, ciò che gli scozzesi hanno sempre dimostrato di saper fare. Non tutto è riuscitissimo, in particolare per certe intrusioni estreme nel cantato (quasi metalcore) di “To the End of the World” (cupa ma poco ispirata) oppure in un eccessiva idiozia (l’esilarante “Fucked with an Anchor”) ma per il resto tutto è immediato, melodico e quadrato. Il folk piratesco è sempre epico, specie nei ritornelli coinvolgenti di “No Grave but the Sea”, la frizzante e solare “Mexico” o la danzereccia “Alestorm”. La parte prettamente metal è leggermente sottotono prediligendo invece un approccio più folkeggiante pieno di cori e divertimento (“Man the Pumps” o l’arrembante “Rage of the Pentahook”) andando a concludersi nel pathos piratesco della finale “Treasure Island”. Il risultato comunque è piacevole, ben prodotto e che punta finalmente alla semplicità e l’immediatezza con dei chorus meglio curati e subito assimilabili.
Per chi cerca allegria, divertimento ed orecchiabilità, il nuovo disco della ciurma del vecchio bucaniere Bowes, per quanto non sia originale o destinato a diventare leggenda, ristabilizza le quotazioni. Ora bisognerà capire quale sarà la prossima loro mossa per rinfrescare la proposta ma senza perdere il senso di goliardia.

 

Enzo”Falc”Prenotto
80/100