2 NOVEMBRE 2017

Dalle menti dei tre produttori Hardy Krech, Mark Nissen e Hannes Braun nasce il progetto Exit Eden, nel tentativo di riprodurre celebri brani pop in chiave squisitamente power metal dalle ascendenze sinfoniche, il tutto condotto dal quartetto vocale composto dall’ormai nota statunitense Amanda Somerville, già ospite speciale negli Avantasia di Sammet, dalla brasiliana Marina La Torraca dei Phantom Elite, dalla francese Clèmentine Delauney dei Visions of Atlantis, ed infine dall’esordiente tedesca Anna Brunner, precedentemente segretaria della Frontier Records, voluta fortemente dalla stessa Somerville dopo che quest’ultima ha avuto modo di ascoltare dei demo registrati negli studios tedeschi dalla Brunner. Insomma, un interessante supergruppo tutto al femminile, ma soprattutto dal sapore internazionale. Non mancano però ulteriori nomi importanti, come Sascha Paeth, veterano del power metal, incaricato della registrazione delle chitarre, e Simone Simons degli Epica, presente nel disco in qualità di special guest. Il risultato finale è un masterpiece condito dai nomi importanti che ne hanno preso parte, ribattezzato definitivamente con l’emblematico titolo di “Rhapsodies in Black”. 

A Question of Time, originariamente dei Depeche Mode, parte quasi in sordina, per poi esplodere fin da subito. I synth, presenti in maniera preponderante nella versione del gruppo inglese, qui diventano orchestrazioni, accompagnate da chitarre distorte che certo non fanno dimenticare le linee di Martin Gore, ma se ne distaccano particolarmente, ricoprendo piuttosto il ruolo di accompagnamento, in un progetto che, sia ricordato, dovrebbe mettere più in luce le quattro voci. Quindi, ecco che nelle parti cantate, l’accompagnamento per lo più si riduce, il solo di chitarra, non presente nell’originale, non copre più di qualche secondo, lasciando nuovamente lo spazio all’armonia delle ragazze dietro i microfoni. Il risultato finale è un brano non dissimile dalla versione “depechemodiana”, ma comunque unico. 

La seconda traccia è una versione in stile Nightwish di Unfaithful di Rihanna. Anche qui, ottimo lavoro nel ripensare un brano pop in chiave metal. Introdotto dagli archi, è trascinato dall’armonia delle diverse voci che si intersecano e dall’incalzare dei riff di chitarra e tastiere. A chi non conoscesse questo brano potrebbe sembrare che inizialmente fosse stato composto proprio in chiave metal, tanto è stato certosino il lavoro di riarrangiamento eseguito dalla squadra di produttori. 

Segue una versione avantasiana della celebre Incomplete dei Backstreet Boys. Una intro che ricorda la Farewell del sopracitato supergruppo tedesco getta l’ascoltatore in un’atmosfera quasi surreale, dove a farla da padroni sono gli archi, le tastiere e, naturalmente le voci, laddove invece batteria e chitarra entrano in sordina in un secondo momento, la prima che si limita all’aspetto ritmico, la seconda espressa quasi solo nella tecnica del palm-muting, concedendosi anche un breve assolo. I fiati, già presenti nell’introduzione, ritornano nella chiusura struggente di questo bellissimo brano, eseguito in una maniera altrettanto pregevole. 

Sulla scia dei primi due pezzi, segue Impossible di Shontelle, ancora una volta presentato nello stile “epicheggiante” e imponente tipico di gruppi come i già citati Nightwish, così come per quanto riguarda la successiva Frozen (Madonna). Insomma, risultano facilmente individuabili le linee guida su cui si muove la squadra di produttori, cantanti e musicisti che lavora sotto l’egida di Exit Eden, che comunque stupisce di volta in volta con il trascorrere del minutaggio del disco. Basti pensare ad Heaven, che segue il già citato brano il di Madonna: la versione metal del noto lavoro di Bryan Adams infatti restituisce spolvero e apprezzabilità a quella canzone che già dimostrava qualità e pregevolezza nella sua versione originale. 

Altri chiari esempi dell’imponente lavoro dietro a Rhapsodies in Black sono le successive Firework, che aveva reso ancor più celebre Katy Perry non molti anni fa, e Skyfall, colonna sonora dell’omonimo film della saga di 007: in entrambi i casi, i nostri non tentano di distaccarsi dalle versioni originali, anzi, recuperano da quelle elementi che le caratterizzavano, rielaborando però il tutto sotto la bandiera del power metal sinfonico, riuscendo nel difficile tentativo di vedere i “marchi di fabbrica” del pop moderno con l’occhio di chi ha contribuito in maniera preponderante all’evoluzione del metal. 

La successiva Total Eclipse of the Heart non si discosta molto dai primi pezzi. Giungiamo quindi alla conclusione, con Paparazzi, di Lady Gaga, Fade to Grey, di Visage, due dei brani più potenti del disco, in particolare quest’ultimo, introdotto da crude distorsioni e trascinato da effetti vocali e dalle profonde chitarre che qui trovano finalmente più spazio. 

Un progetto originale, quello di riunire alcune delle più importanti voci femminili di quattro nazioni differenti, non altrettanto originale l’idea di riarrangiare in chiave power metal dei brani provenienti dalla cultura pop, una mossa non poco frequente. Insomma, un progetto interessante, un disco d’esordio per un gruppo che già non deve dimostrare nulla: è il risultato di un esperimento, azzardiamo a dire, ben riuscito, che in realtà risente soltanto della monotonia dello stile ingaggiato e della non-originalità nell’idea di fondo di eseguire delle “metal cover”. Ma sicuramente, dire la propria nella scena metal mondiale, non era l’obiettivo principale dei nostri, vista la caratura dei nomi. 

 

Claudio Causio

90/100