Qualcuno ha mai sentito parlare di John Garcia? Ma certo che ne avete sentito parlare, come non conoscere il componente e fondatore di gruppi storici come i Slo Burn e i Kyuss, che con quest’ultimi (insieme a Josh Homme) ha dato vita allo Stoner Rock. Dopo varie collaborazioni, John intraprende la carriera da solista incidendo l’eponimo album “John Garcia” nel 2014, e dopo quasi tre anni di attesa torna con il suo ultimo “The Coyote Who Spoke In Tongues”: un disco completamente acustico, con rivisitazioni di tracce composte con i suoi precedenti gruppi, che acquieta l’animo dell’ascoltatore permettendogli di sognare accompagnato dalle idilliache note della sua chitarra acustica. 

Il viaggio in questa notte stellata inizia con “Kylie”: una frenetica acustica prepara i bagagli per accompagnarci attraverso una psichedelica galassia, composta da romantiche sonorità.

Ci si distende sul leggiadro manto di “Green Machine”, che con la sua morbidezza riesce ad accarezzare l’animo umano, mentre le note composte da sentimenti mostrano un universo afrodisiaco in cui immergersi.

I pensieri svaniscono e la mente respira alle prime note di “Give Me 250ML”, che con la sua corposità alimenta il fuoco della passione e la voglia di muoversi sotto questo panorama sonoro.

Un mare di emozioni si dipinge davanti agli occhi dell’ascoltatore, invogliandolo a tuffarsi tenendo per mano“The Hollingsworth Session”: un pezzo fresco, con una struttura acustica da pelle d’oca, a tratti accompagnata dalle note di un piano che illumina l’oscurità con la sua lucente eleganza.

Uscendo dall’acqua, le leggere gocce di “Space Cadet” scivolano sulla pelle, massaggiando ed ammorbidendo ogni singolo muscolo, portando l’ascoltatore in un profondo stato d’enfasi, nel contempo in cui la profonda voce di John contorna l’intero scenario.

Guardando il cielo ci si accorge che le stelle non sono mai state così vicine, quasi da poterle toccare: è “Gardenia” che con le sue note ci accompagna attraverso tali luminosità, dando modo all’anima di illuminarsi in questo universo musicale.

Si ritorna sulla terra ferma con la cupa intro di “El Rodeo”, che con la sua ‘caliente’ energia culla l’ascoltatore, per poi essere adagiato da un basso acustico su di un letto sonoro, mentre l’eccellente dote vocale di Garcia tiene alto il nome di uno stoner acustico privo di eguali.

I sogni prendono forma con “Argleben II”, che con la sua sobrietà e la sua purezza trasforma la musica in materia, dando all’ascoltatore un cimelio da poggiare nella teca del cuore, in bella mostra per un anima sonora.

La notte si spegne, mentre l’alba di “Court Order” inizia a mostrarsi con i suoi leggiadri arpeggi, incorniciando un viaggio strumentale degno di esser vissuto e concludendo un sogno meraviglioso.

Con “The Coyote Who Spoke In Tongues”, Garcia dimostra di avere un ottima professionalità e soprattutto un inventiva priva di eguali sotto ogni aspetto. Questo album non ha eguali, è un tuffo nell' universo della musica, una passeggiata nei giardini dell’anima, un percorso ben delineato dalle note di un eccellente acustica. Questo disco non ha età, non è materia, è puro spirito capace di entrare in ognuno di noi e renderlo schiavo del suo paradisiaco suono.

 

 

Marco Durst

85/100