12 LUGLIO 2017

Nati nel 2009, grazie alla sexy e procace Brittany "Kobra" Paige, i Kobra And The Lotus si sono affermati sempre di più nella scena musicale americana (e non) sia grazie all’immagine (si noti il massiccio uso di inquadrature delle grazie della cantante nei videoclip) sia per una notevole spinta data da Gene Simmons che permise alla band di firmare un contratto con l’enorme Universal. Questo è il quarto album, intitolato Prevail I, che sarà seguito da una seconda parte ad ottobre. Sul lato musicale per coloro che non avessero mai ascoltato il gruppo ci si trova nel classico calderone rock/metal moderno che furbamente attinge dal metalcore nell’ambito strumentale per compiacere il pubblico più giovane.
Andando subito diritti al punto senza troppi giri di parole il disco è di una piattezza davvero imbarazzante, un concentrato di cliché, tipici delle bands americane, tale da far rimpiangere la scena new metal degli anni 90’ che dalla sua aveva almeno il suo essere volutamente easy. Nei meandri del lavoro si nota già un deciso abbassamento di voce della cantante, un cantato banale ed insapore che manca di quell’energia che servirebbe in generi come questo. Per ovviare a questo limite viene fatto un massiccio uso di backing vocals, specie nei ritornelli, che sono talmente pompati e gonfiati da essere quasi una parodia di loro stessi (“Gotham”, “TriggerPulse” o “Manifest Destiny”) mentre i versi in generale sono davvero fiacchi e privi di idee. Alcuni brani invece, come “You Don’t Know” (zuccherosa fin troppo ed adatta ai teenager in cerca di emozioni forti) ricordano i sopravvalutati Evanescence, sempre alla ricerca della melodia facilona ed immediata. Ma forse il difetto peggiore dell’album è il suo essere vuoto e mancante di consistenza con dei riffs chitarristici tutti uguali, compressi e sparati a tutto volume ma poverissimi di contenuti, un riflesso di quanto si cerchi di nascondere la scarsa qualità compositiva in favore di potenza deflagrante ed innocua. 
“Specimen X (Mortal Chamber)”, “Victim”, “Hell on Earth” e la discreta “Prevail” sono il classico esempio di cosa significhi essere un musicista e suonare a comando senza dimostrare le proprie qualità in quanto tutto è statico e noioso senza la benché minima voglia di osare adagiandosi su chorus da scuola elementare. 
Purtroppo non è finita qui perché a completare il quadro c’è, prima la ballad “Light Me Up” (dalle melodie sentite e risentite “n” volte) e poi l’agghiacciante strumentale “Check the Phyrg” dal tocco neoclassico alla Malmsteen volto solo a far vedere la bravura tecnica dei musicisti coinvolti in quanto se no sarebbero sempre rimasti al di fuori dei riflettori senza la possibilità di dire la propria.
Sapere che ci sarà un seguito lascia un senso di ansia mista a paura, ma con una piccola speranza che ci sia qualcosa da salvare. In questo caso, tralasciando l’ottima produzione e qualche sporadica parte riuscita, la sensazione oramai confermata è quella che la band sia un mero risultato commerciale. Si passi pure oltre per favore e coloro avessero il coraggio di affrontare l’ascolto poi non dicano che non erano stati avvisati. I più giovani forse lo apprezzeranno ma chi ha un minimo di cultura musicale lo ignori senza rimorso.

 

Enzo "Falc" Prenotto
50/100