15 GIUGNO 2017

Dopo 12 anni di attesa, i Life of Agony sono tornati con desiderio di rivalsa su tutti questi anni in cui sono stati fuori dalla scena musicale Hard’n’heavy.
Si parla di un grande ritorno da parte di uno dei gruppi più amati, venerati e emotivamente intensi che emersero negli anni '90 - con Keith Caputo come voce principale, Joey Zampella alla chitarra, Alan Robert al basso e Sal Abruscato alla batteria – facendosi spazio nella scena musicale hardcore di Brooklyn con il loro disco di debutto del 1993 “River Runs Red” – che fu prodotto da Josh Silver, tastierista dei Type O Negative - che è considerato ormai un classico. A partire da lì, infine, hanno continuato a vendere oltre un milione di dischi nel corso della loro carriera, e a condividere palchi con artisti come Metallica, Black Sabbath e Foo Fighters.
Grazie ai dischi usciti successivemente come “Ugly” nel 1995 e “Soul Searching Sun” nel 1997, hanno rafforzato la loro reputazione come una band per la quale l'arte e la vera vita rappresenta tutto e sono aspetti indivisibili - i loro testi raccontano in modo dettagliato delle loro esperienze profondamente personali con depressione, alcolismo, abusi, traumi familiari e dolore.
Dopo vari periodi di inattività esce nel 2005 “Broken Valley”, che si colloca in un momento tortuoso nella vita del cantante Keith Caputo. Un periodo nel quale avvertiva un grande disagio esistenziale in preda a desideri suicidi.
Dopo un lungo percorso introspettivo e sperimentale, nel 2011 Keith Caputo trova il suo equilibrio decidendo di intraprendere la sua fase di transizione dall’ identità maschile di “Keith” verso la sua nuova identità di donna transgender come “Mina”.
La band si riunisce nel 2014 per alcuni live e la Napalm Records si interessa alla band per l’eventuale pubblicazione di un nuovo disco. Così il 28 aprile è uscito il loro quinto album intitolato “A Place Where There’s No More Pain” sotto la Napalm Records.
“Meet My Maker” è la traccia che apre l’album.
I riff proposti da Joey Zampella, ben scanditi dall’eccellente ritmica di Sal Abruscato offrono un songwriting semplice e di grande impatto che fanno scuotere la testa fin dai primi secondi.
I riff sono abbastanza aggressivi e con un’atmosfera inquieta nelle strofe, mentre nel ritornello si addolciscono decisamente e anche il cantato presenta delle melodie più spensierate.
Tutto quanto raccoglie l’essenza più pura dei Life of Agony sulla quale il bassista Alan dichiara: “Questa band è conosciuta per i riff di chitarra pesanti, il groove, la melodia e l'intensità, così come la sensibilità”.
Ovviamente la timbrica vocale è stata anche influenzata dalla trasformazione di “Keith” in “Mina” risultando nettamente cambiata dall’album di debutto “River Runs Red” del 1993 - che vedeva un cantato più baritonale influenzato da Danzig dei Misfits e da Peter Steele dei Type O Negative - ; ma al di là di ciò, la proposta vocale è decisamente ottima e si amalgama in maniera eccellente ai suoni.
Sotto altri aspetti si avverte anche una grande differenza dai primi lavori a livello di produzione sonora. Sicuramente i primi due dischi avevano un’equalizzazione che esaltava molto l’aggressività della batteria e delle chitarre. Ma probabilmente è anche un discorso legato alle mode degli anni 90 e, ad ogni modo, questo disco si rivela comunque ottimo pur avendo una produzione sonora diversa.
Segue “Right This Wrong”, che si dimostra una canzone esplosiva e carica di rabbia in forma sonora altamente influenzata dagli Alice in Chains sia a livello strumentale, che a livello di cantato.
Dopo il bridge segue un assolo di chitarra e successivamente un secondo che si alterna ai ritornelli vocali di Mina Caputo, dove Il chitarrista Joey Zampella si sbizzarrisce nella solistica anche creando dissonanze.
Questa canzone è stata ispirata dalla storia di un amico stretto di Alan che aveva sofferto di abuso fisico, ma trae allo stesso tempo ispirazione per il testo dal romanzo post-apocalittico del 2006 “The Road” di Cormac McCarthy nella sua allusione di portare «la fiamma».
La terza traccia è la title-track “A Place Where There’s No More Pain” che si mostra molto variegata a livello ritmico e con riff carichi di una buona dose di groove.
Ottimo songwriting che non può lasciare facilmente la testa dell’ascoltatore del disco.
Il bassista Alan racconta di come questa traccia per lui rappresenti il rapporto di reciprocità catartica che traspare tra la band e i propri fan alle esibizioni dei Life of Agony.
Allo stesso tempo, per Mina la canzone assume un significato più personale manifestando il fatto che non si possa scappare da sé stessi e di come si raggiunga una zona di comfort nel momento in cui sai che non esisterà mai per te.
Aggiunge anche che, in un certo senso, questa condizione valga anche per lei, in quanto la sua vita era e sempre sarà, ora più che mai, completamente fuori dalla scatola.
“Dead Speak Kindly” si presenta come una traccia più lenta e l’atmosfera diventa di nuovo tenebrosa.
I riff ci mostrano una struttura che è particolarmente influenzata dal Doom Metal e che trascina le note in una maniera che lascia trasparire una certa sofferenza tradotta in atmosfera sonora.
Anche qui le influenze degli Alice in Chains sono molto presenti sia sulle chitarre, che anche sullo stile vocale.
Inoltre, Alan racconta di quanto questo pezzo sia stato ispirato da un’altra storia che lo ha segnato particolarmente che vede la perdita di una sua parente che è morta in seguito a due anni di battaglia contro il cancro.
L’album procede con “A New Low”, che vede anche il contributo del batterista Sal Abruscato anche nella scrittura dei riff di chitarra.
Il brano musicale riprende in parte le strutture lente del pezzo precedente, alternandole a parti dove i ritmi si fanno più serrati.
“World Gone Mad” inizia già con riff aggressivi. In prossimità dei ritornelli la seconda chitarra segue una linea melodica che arricchisce la struttura compositiva.
Le linee vocali di Mina Caputo, in alcune parti, ricordano un po’ lo stile di Dave Grohl usato nei Foo Fighters - vedere “Breakout” - senza però suonare come un plagio e mantenendo ad ogni modo una propria identità nel contesto dei Life of Agony.
La settima traccia è l’eccellente “Bag Of Bones”, la quale inizia con un intro “fuzzed-out” e con uno stile musicale che vuole dichiaratamente ricordare il sound dei Type O Negative, di quale lo stesso batterista Sal Abruscato è stato il primo batterista.
Il bassista Joey Zampella - che è stato anche compagno di band con Peter Steele nei Carnivore – racconta di come, mentre erano in studio a lavorare al brano insieme al produttore Matt Brown (il quale è stato molto amico anche dei Type O Negative), pensò subito che questo pezzo sarebbe dovuto essere un’ode a Peter Steele.
Alan, a proposito di questa traccia, spiega che la tematica si basa sul fatto di come l’alcool influenzi chiunque si trovi attorno a chi ha problemi di alcoolismo.
“Walking Catastrophe” presenta una straordinaria alchimia tra riff, ritmica e voce.
I riff, tra vari stop and go, si incastrano perfettamente con le ritmiche di batteria che offrono già grande impatto alla dinamicità della struttura compositiva.
Anche qui non mancano influenze stilistiche dei Type O Negative su alcuni riff che fanno da ponte verso il ritornello.
La performance vocale di Mina Caputo si rivela eccellente. Le linee vocali riescono a sorprendere positivamente con la loro ricercatezza melodica e con la passione malinconica che riescono a trasmettere nell’ascolto. Verso la fine dell’assolo di chitarra, inoltre, Mina ci mostra tutta la sua potenza vocale esasperata dai suoi acuti.
Il penultimo pezzo è “Song For The Abused”, che inizia con la voce di Mina compagnata dalle linee di basso di Alan. Si accorda alle linee di basso una linea melodica proveniente dalla chitarra di Joey, la quale offre un impatto significativo con i suoi riff violenti e carichi di distorsione. Nel bridge, ci sono dei momenti in cui Sal ci mostra le sue abilità con doppio colpo di cassa e in cui Mina da prova di un buon falsetto.
Il disco si conclude con la canzone “Little Spots of You”, una ballad tristissima dove Mina Caputo suona il pianoforte.
La canzone rappresenta un viaggio attraverso la memoria di Mina, che nei suoi anni di giovinezza era incline all’autolesionismo.
L’effetto scelto per la voce accentua l’atmosfera lugubre del brano musicale e il testo presenta diverse sospensioni testuali che vengono enfatizzate anche a livello strumentale dal pianoforte con delle pause che vogliono dare un senso di addio. Le interruzioni testuali più significanti possono trovarsi nella prima strofa il testo che recita: “C’è una solitudine… / ….Nella sua stanza”, ed anche nell’ultima strofa che recita: “C'è una solitudine così grande… / ….In questo mondo”.
Anche se l’ultimo brano da un senso di addio, la band non lascia soli i suoi fans.
Infatti Mina dice che: “qualunque sia il vostro genere sessuale, la vostra sessualità, nel caso abbiate problemi di violenza domestica, di droghe... Riguardo qualunque cosa per cui si possa soffrire, noi non lasciamo fuori l'ascoltatore. In ogni linea c’è qualcosa per qualcuno”.
I Life Of Agony si dimostrano perciò una band onesta verso sé stessa e verso i propri ascoltatori, con un legame tra i componenti della band che risulta essere più forte che mai e che, a livello musicale, nonostante le varie avversità avute nel corso degli anni, riesce ancora ad essere sorprendente ed autentica.

 

Daniele “Nadhrak” Parisi
 90/100