Veri “Portatori di guerra” e caos, sorti in California dal 2004 – inizialmente come Onslaught – i Warbringer esordiscono nel mondo del metal con il loro riconoscibile thrash metal di matrice heavy metal. Nati da un’idea di John Kevill (voce) e Adam Carroll (batteria agli esordi; attualmente chitarre), nel 2005 e 2006 pubblicano rispettivamente il primo demo, “Born of the Ruins”, e il loro primo EP, “One by One, the Wicked Fall”. Essi saranno le basi per il loro primo album, pubblicato nel 2008, con titolo “War Without End” e rilasciato dalla Century Media Records (etichetta che li accompagnerà fino al penultimo album in discografia). Ecco il marchio di fabbrica della formazione californiana, una guerra senza fine e puro thrash metal old school. Il segno che darà inizio ad una lunga serie di successi, dove fra tutti spicca il Total War Live Wacken 2008. Nel 2009 i Warbringer decidono di fare come gli Slayer, abbassare di un semitono la tonalità dei loro pezzi, ed ecco che arriva “Waking into Nightmares”. L’inconfondibile voce di John Kevill si inserisce in una mischia thrash metal, garantita da riff di chitarra di base heavy metal, rullate dietro le pelli tipicamente speed metal, naturalmente rincorse da un percepibile basso che fa da palafitta a tutti i brani. Il 2011 e il 2013 vedono la pubblicazione di “World Torn Asunder” e il penultimo in discografia, “IV: Empires Collapse”, attorno i quali i Warbringer sperimentano riff ritmici e solistici di chitarra più melodici, non discostandosi di tanto da influenze quasi hardcore. Ne sono esempi tracce come “Wake Up… Destroy”, “Savagery” o “Leviathan”, con influenze che non tutto il pubblico abituato alle risonanze thrash metal old school, tipiche degli esordi, possa apprezzare.

Tuttavia, è proprio quando i Warbringer sembrino aver preso un nuovo corso che esce “Woe to the Vanquished” (2017). Rilasciato il 31 marzo attraverso la Napalm Records, la formazione di Ventura – già cambiata e svariate volte a partire dal 2006 fino al 2016 – lascia percepire nei nuovi brani una decisione di ripresa delle influenze thrash metal degli esordi, ma modificandole in riff melodici più frequenti, affini all’epic metal, e caratteristiche tecniche di batteria che richiamano il black/thrash metal sullo stile dei più ignoti Lord Almighty a quello dei più conosciuti Deströyer 666, Skeletonwitch o Toxic Holocaust. L’album si apre con “Silhouettes” (di cui è uscito anche un videoclip sul canale YouTube ufficiale della band), annunciato da un marciante ritmo thrash metal in batteria, shred chitarristici tipici del genere musicale e urlo acuto di battaglia in lontananza di John Nevill. In questo brano, la prima novità sono appunto riff e shred di chitarra rifacentisi ad uno stile contaminato di epic e power metal (si ricordano alle chitarre Adam Carroll, con approccio più classico e meno tecnico, e Chase Becker, con approccio più tecnico), naturalmente oltre al già citato ritorno ad un thrash metal affine alle origini. “Silhouettes” è seguita da “Woe to the Vanquished”, aperta da un effetto whispers quasi spettrale, il quale introduce la seconda novità stilistica adoperata dai Warbringer, ossia una ritmica di batteria richiamante il black/thrash metal (ricordando dietro le pelli Carlos Cruz). Il brano non è fra i più veloci dell’album, ma presentano tuttavia una certa rapidità ritmica d’esecuzione chitarre e basso nel ritornello (si ricorda al basso Jessie Sanchez, membro live session dei Fear Factory). In seguito alla title track, le varie novità vengono fuse assieme nelle tracce successive, “Remain Violent” (anche secondo videoclip ufficiale del gruppo), “Shellfire” (il più veloce, in campo di ritmica, del disco) e “Descending Blade”, per poi arrivare a “Spectral Asylum”. Il brano si apre con effetto “ghost voices” di voci casuali, per poi dedicarsi ad un marciante blackened thrash metal, lento e violento. Qui a spiccare sono lyrics rievocanti la malata follia del serial killer, oltre ad immagini quasi occulte di scenari oscuri, claustrofobici e sfuggenti del “manicomio spettrale”. Segue al primo capolavoro il penultimo brano, “Divinity of Flesh”, che rappresenta un po’ il sunto generale dei nuovi approcci al thrash metal d’esordio dei Warbringer, ma i riflettori non cadono tanto su questo brano quanto sull’ultimo, “When the Guns Fell Silent”. Il brano può considerarsi anticipato dalla futuristica copertina dell’album, rappresentante una rievocazione di Roma (distinguibili i cavalli nel tetto del Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II) in una Piazza Venezia futuristica, schierata in guerra (come si nota chiaramente da obici che puntano in alto, verso il cielo coperto), prima di un’incombente tempesta. Il brano è diviso in cinque atti, il che lo rende una vera e propria opera. Il primo atto, “Prelude: The Troops” (00:00-01:33), viene introdotta dall’appropinquarsi di arpeggi di chitarra, in acoustic, contornata da effetti speciali tipicamente epic metal, e accompagnato dall’interpretazione di un poema di Siegfried Sassoon, Prelude: The Troops, da parte di John Kevill. Il secondo atto, “Attrition” (01:34-04:28), rappresenta quanto ci si sarebbe aspettato dal preludio, ovvero una ritmica thrash metal rievocante la tipica marcia dei soldati verso il fronte verso Verdun (come viene citato nel testo), piazzaforte importante e simbolica durante la prima battaglia della Marne (1914). Qui, l’inconfondibile scream di Kevill si staglia in un quasi leggendario thrash metal, fra arpeggi acustici ed elettrici a riecheggiare l’epic metal. L’atto terzo, “Voie Sacrée (The Sacred Way)” (04:29-06:29), rappresenta idealmente l’incombente prima dichiarazione d’attacco aereo, su arpeggi di basso perfettamente distinguibili e riff di chitarra in shred melodici, alla cui risposta parlano le armi dell’atto quarto, “The Voice of the Guns” (06:30-08:57). Con lyrics ispirate dal poema epico di Gilbert Frankau, The Voice of the Guns, si rientra in un aggressivo thrash metal, tipico della loro discografia, decorato da impietosi assoli duellanti di chitarra e concluso da una graduale moderatezza della ritmica. Il quinto atto, “All Quiet…” (08:58-11:11), rappresenta le ultime descrizioni dello scenario bellico, silente nella morte di tutte le vite umane, dopo la battaglia. Termina, così, il nuovo album dei Warbringer, in infiniti arpeggi di morte, distruzione e nulla.

In breve, “Woe to the Vanquished” non ha nulla di cui essere criticato in quanto abbia notevolmente superato le sperimentazioni melodiche – di cui ricordiamo “World Torn Asunder” (2011) e “IV: Empires Collapse” (2013), con risultati poco convincenti perché troppo affini a riff più metalcore che epic –, maturandole appositamente per riprendere il cammino verso stili che profumano di esordi, rivisitare il passato con gli occhi del presente. Questo fa di “Woe” [almeno fino ad aprile] uno fra i migliori prodotti thrash metal del 2017. Nonostante non raggiunga l’assoluta perfezione, ci si aspetterà senza ombra di dubbio lavori elaborati e puntigliosamente elaborati come questo dei Warbringer, senza alcun grave punto debole da riuscire a distinguere anche solo provandolo a ricercare. Per giunta, si può dire di “Woe to the Vanquished” che sia il lavoro più eccellente di tutta la discografia della band californiana, che neanche un “Hell Awaits”, un “Reign in Blood” o un “South of Heaven” degli Slayer possa riuscire minimamente a “scalfirlo”.

 

 

Alexander Daniel

95/100