Blasphemous Godhead è l’ultima fatica degli Escatology, band italiana fondata a Pomezia nel 2012 dal cantante Luis Maggio e dal chitarrista Giuseppe Ciurleo. Si tratta del primo lavoro in studio di un gruppo che ama definirsi death/groove metal. 

Dall’ascolto ne abbiamo la conferma, con qualche inaspettata sorpresa.

L’intro di tastiera offre all’ascoltatore l’idea di avventurarsi in un viaggio che appare soave e sognante, ma si comprende già bene quanto ciò lasci presagire elementi di maggiore oscurità. Dopo un inizio rilassante, l’orecchio è pronto per accogliere l’urlo che realmente apre questa scaletta musicale: Killing progress, che segue l’intro, è un vero urlo: in senso stretto, dato dal growl intenso e sferzante, e in senso lato, come metafora dei suoni veloci e calzanti che caratterizzano questo brano. Non si fa in tempo ad abituarsi al carico growl, che il pezzo lascia il posto ad uno scream che colpisce come una lama: le due tecniche si alternano per dar vita ad un brano che non annoia, ma affascina nei tratti speed e nell’assolo deciso.

Il misto di growl e scream si incontra in maniera più incisiva anche nel secondo brano, Scraps of society, rendendo il risultato pienamente death, con ispirazioni che vanno dagli omonimi Death, passando per i Carcass, senza rinunciare ad elementi di libera ispirazione, che non ricordano alcun gruppo in particolare. La band sembra voler ricercare una sua propria identità, sebbene questo sia piuttosto complicato nel genere di cui si parla.

Questa ricerca si rinviene nello scontro/fusione tra il principale ricordo death, e singoli sprazzi di black che si avvertono non raramente, dando vita ad un risultato deciso e piacevole per gli appassionati del genere.

L’intro di Cataclysmic wave è un vortice di tormento, aperto da un urlo che sembra ingoiare la musica in un buco nero da cui, nonostante la profondità, si espande la sensazione di vera distruzione di massa. L’immagine che appare alla mente è oscura, non molto chiara, ma ci si entra dentro con estrema facilità. Il riff di chitarra che precede il cantato growl circola nelle vene come sangue bollente. L’orecchio umano non fa in tempo ad abituarsi alla voce growl, che subito ti ritrovi a cantare in scream, creando un’opposizione di sensazioni che si alterna velocemente durante tutto il brano. 

Giunti al quinto brano, ci saluta un suono spettrale, oscuro, incerto, con voci lontane in sottofondo. La campana che suona non fa presagire niente che non sia nero, sofferente, labile, fragile, lacrimoso e piangente. Credi che sia l’inizio di una storia, ma la storia è proprio quella, in quanto il brano termina con queste sensazioni di paura, lasciando l’ascoltatore nel dubbio che tali “anime” abbiano smesso di soffrire: così come ci comunica il titolo di questo brano di passaggio, di veloce riposo che, certamente, non vuole essere un riposo tranquillo: “March and suffering souls”.

Il seguito del disco si sviluppa su questa intenzione: alternare ad un misto di voci differenti  un classico death metal che, grazie ai piacevoli e numerosi riff di chitarra, si avvicina al melodic death, diventando a tratti leggermente più lieve, senza però mai abbandonare l’estremità tendente al brutale.

Insomma, un gruppo da continuare a seguire.

 

 

Pas

60/100