Parlando di tecnica e mostruosità possiamo benissimo citare gli Unison theory e il loro nuovo album, Arctos.

Il gruppo death metal di Roma compone Arctos ispirandosi al libro di James Rollins ‘’ice hunt’’ e ne delineano l’atmosfera cupa con un unione di death e symphonic metal.

Questi brani ricchi di tempi dispari, ritmiche sincopate e di accordi con 5° aumentata esternano di colpo la buona tecnica del gruppo e l’ottima capacità compositiva, ci mostrano spesso passaggi collegati in modo molto pulito e soprattutto con uno stile originale.

Anche semplici cambi come il raddoppiare dei colpi della grancassa su una stessa strofa da un effetto di linearità e di dinamica costantemente attiva. Altri dettagli non sono tra i migliori, capita spesso di ascoltare parti esageratamente spezzate dai tempi dispari che possono piacere particolarmente solo a veri appassionati.

Entrando nello specifico del loro lavoro:

 

L’album si apre con una breve intro strumentale con suoni campionati all’inizio per poi passare ad un pianoforte che esegue una melodia in gran parte malinconica, ma con passaggi che trasmettono una finta innocenza il quale da ancor più evidenza all’attacco del secondo brano.

Omega ha una partenza molto decisa e pesante accompagnata da melodie molto accattivanti, la fine dell’assolo porta ad un cambio troppo netto di ‘’colore della scena’’ diversamente dall’ intro con la strofa e dall’attacco dello special a 3.30 che hanno invece un collegamento fluido.

Poi Arrigecth, brano che fa sentire carichi tutti i suoi 200 bpm, mantiene un dinamismo continuo anche nel ritornello dove il chitarrista inserisce arpeggi ben inseriti nella ritmica molto veloce del pezzo. L’unico dettagli che spezza un po questa fluidita è il ponte a fine special verso i 3:15 minuti. E’ ottima la scelta di una chiusura in dissolvenza.

Buona partenza con uno scream con dissolvenza in entrata in Project Shockwave che parte come il brano precedente per il tempo sincopato, ma a differenza dell’altro questo riprende gli accenti dell’intro anche in altre parti. Anche qui ascoltiamo un ottimo groove, ma sempre rotto da qualcosa... in questo caso ‘mettono un growl rapido che segue lo strumentale che non mantiene la carica del resto per via dell’altezza e dello stile di canto, in pezzi così è sempre più indicato abbassare la tonalità per dare maggiore compattezza alla linea. Il cambio ritmico del ritornello è si fa senteìire molto, ma non crea problemi, anzi da un buon sviluppo al pezzo e si distingue bene prendendosi la giusta attenzione nell’ascolto.

Grendel parte con uno strumentale che ci crea attorno un campo di battaglia e una volta partita la linea vocale inizia la battaglia, gli Unison si caratterizzano un sacco nel saper usare ritmiche toste dagli accenti sincopati fusi a melodie e arpeggi sinfonici creando così un’ ottima armonia e questo brano ne è un’ esempio.

Segue un pezzo dal titolo che richiama l’ambiente videoludico, In Level IV partiamo con questa melodia spezzata poi dall’entrata della voce il tuo poi ricollegato da una successiva melodia dissonante. Il brano ha vari cambi di cadenze che come in Project Shockwave da buon sviluppo al brano. Le ritmiche delineano una bella cattiveria per i tempi più cadenzati mentre in quelli più dritti si percepisce una carica di energia che si andrà poi a sfogare sulla precedente, ma perde questa caratteristica data la chisura con il tempo dritto lasciandoci così una carica non sfogata.

Tuttavia ascoltando l’album in ordine Polar Sentinel ci permette di scaricarla in maniera bella tosta con lo strumentale d’apertura. Il colore del brano è evidenziato parecchio da quei tratti colmati da voci corali, dandogli un’atmosfera di epicità.

Purtroppo qui la sofferenza dell’atmosfera che viene rotta dal cambio sbagliato si sente parecchio: a 3:17 con una crescenza il brano sembra stia passando ad uno dei loro special ricco di energia, ma sarebbe stato così solo se non ci fosse stato di mezzo quel cambio basato esclusivamente sul ritmo e su una poco evidente cattiveria della linea cantata che spezza quell’aria epica per una quindicina di secondi.

Per il resto il pezzo è chiuso bene con cadenze pensanti.

La chisura di Arctos è assegnata a The Price Of Eternity.

La band qui fa un ottimo lavoro che ci offre quel piacere esclusivo della musica, un piacere che tutti noi ascoltatori cerchiamo. Il brano ben composto, ma soprattutto molto equilibrato, raccoglie tutti i pregi che ho descritto precedentemente per gli altri pezzi ,ne scarta i difetti e nasce un brano che mostra le piene potenzialità degli Unison Theory. 

Aprono con un frammento di elettronico che da forte supporto poi all’intro (stranamente dritto) strumentale di arpeggi melodici diviso con la strofa da un accordo tenuto che ci permette di prendere fiato prima di scatenarci. Questa scelta forse è più adatta ad un live che ad una registrazione, è importante conoscere le differenze dei due tipi di ascolto. 

Ho poco da dire sul brano: i pezzi son tutti collegati perfettamente, ci sono molti cambi di cadenze, anche all’interno di una stessa strofa, la chitarra solista puo’ piacere o no in base ai gusti, ma è indiscutibilmente ben scritto e inserito negli spazi giusti. Chiudono il brano e quindi l’album con un arpeggio di chitarra e una melodia di violino dal colore scuro e malinconico, lasciando una sensazione di soddisfazione piena nell’aver ascoltato il brano.

 

Concludo dicendo che Gli Unison Theory, in quest’album dalle caratteristiche ben ragionate, mostrano una tecnica ottima, una capacità compositiva molto buona e un capacità di espressione ben caratterizzata, si scandisce bene l’anima della musica che scrivono.

Dal livello teorico i brani hanno delle pecche banali che però rovinano il quadro generale,come una mosca nella minestra. Questa similitudine ovviamente non è attribuibile all’ultimo pezzo dato che questo è ottimo per tutti gli aspetti.

 

Black Sevenale

89/100