Il nome Voltumna deriva dal santuario Panetrusco dedicato al dio Vertumno, in cui una volta all’ anno si riunivano i rappresentanti delle dodici città dell’ Etruria. Questo nuovo trasbordante album si assume il peso della rivincita di un popolo molto civilizzato di cui si serbano pochissime fonti. Ricercare nei luoghi storici vuol dire sopperire alla carenza di testimonianze scritte e quindi anche alla decadenza, che si ha anche quando non c’ è un codice unvivoco per comunicare coi popoli del passato. Le nuove band metal, così propense alla forma del concept album, sono i nuovi libri di storia da consultare e nel caso dei Voltumna riscrivono la storia in modo più corretto. Simone Scocchera, Michele Valentini, Bruno Forzini e Giovanni Tommassucci ascoltavano l’ Old School, ma non disdegnavano le novità metalcore e deathcore. La loro crescita è passata più attraverso l’ assorbimento di stili e tecniche di band più esperte che attraverso la ricerca della coesione come band, dato che l’ affiatamento musicale era già a un gran livello durante il liceo. I Voltumna si cibano anche del calore offerto dal pubblico durante le performance live ed è un ingrediente che li aiuta a migliorare. I testi a volte parlano della decadenza della civiltà, avvenuta secondo loro dalla caduta dell’ Impero Romano in poi e in questo proclamo il sottoscritto si trova perfettamente d’ accordo perché prima la massoneria coincideva con le istituzioni, poi con lo spargimento di liberti, ebrei e monaci gli interessi di alcune frange ricche sono diventati ingestibili. Roma Delenda Est inizia a premere sull’ acceleratore con una batteria evoluzionistica, riff quasi industrial e scintille chitarristiche agghiaccianti. Il testo estremizza il rifiuto di piegarsi alla volontà di Roma e i desideri sciagurati che gli dei hanno piantato negli Etruschi dalla nascita e insiste sulla spiritualità dei guerrieri. Al minuto 1, 50 di Prophecy of one thousand years si entra nel mondo tenebroso della band, con un riff di Emiliano Natali che scende di tono come se l’ ascoltatore si inoltrasse in una gola oscura. La batteria si fa a volte inquietante e in altre circostanze sembra rincorrere il lavoro di bassista e chitarrista, ispirata forse a George Kollias da cui Bruno Forzini ha preso lezioni. Nella seconda parte si riscontrano interventi di chitarra molto funerei ma anche filo-orientali che producono dei risvolti teatrali e una chitarra ritmica del classico symphonic death. Il testo non lascia scampo all’ epilogo della cultura romana, profetizzato circa dodici secoli ab urbe condita (dalla città fondata) e ribadito da uno squillo di trombe che ha risuonato nei cieli nell’ 88 a. C. e interpretato dagli aruspici come la caduta delle famiglie storiche della repubblica romana. Gli aruspici erano così precisi che dei filologi romani cercarono di carpirne i segreti. All’ inizio di Disciplina Etrusca troviamo un esempio di come dovrebbe essere il death, con staffilate di chitarra aggressive e un Bruno solido nel ritmo, poi incalza una sessione ritmica black e uno spirito epic. Anche non volendo hanno invaso a loro tempo la zona di influenza dei Dark Quarterer e la massa rocciosa dei riff li ricorda. Gli uomini di Piombino in Etruscan Prophecy trattavano gli stessi temi e generavano atmosfere dense di esoterismo che lambiscono pure le strutture dei laziali. La Disciplina Etrusca nell’ antichità era costituita dalle verità soprannaturali e l’ arte di tradurle ricercando i segni nella fertilità della natura e altre cose. Era stata resa stabile nei collegi sacerdotali che tramandavano gli insegnamenti divinatori di padre in figlio e forgiavano i futuri nomignoli dei quattro musicisti diversificando le professioni: Augur era colui che interpretava il volo degli uccelli, Haruspex leggeva il fegato del bestiame, Fulgurator osservava le traiettorie dei fulmini, mentre lo Zilath era il pretore che veniva eletto annualmente. Durante la title track quegli excursus di tastiera loschi e ombrosi ricalcano l’ essenza dei Carpathian Forest, con cui hanno condiviso una tournée dopo l’ uscita di Damnatio Sacrorum. Brani come The Alchemist e Bellorofonte delucidano su un’ altra eredità perfezionata nel corso dei live: gli Inquisition sono un’ altra realtà con cui si sono rapportati e il perseverare nella ripetizione di un riff death con lo stesso vigore è opera anche loro. The Alchemist si avvalora di un imprinting vivace e distruttivo. Bellerofonte racchiude tastiere oniriche e l’ eroismo del mito nella ritmica cadenzata ma arcigna poiché nella leggenda il figlio di Bellerofonte viene punito da Zeus per aver spinto Pegaso a volare fino all’ Olimpo, quindi per aver dubitato dell’ esistenza degli dei. Ancora tastiere malevole serpeggiano per Bringer of Light, mentre gli strumenti a corde e la batteria sembrano onomatopeici della forza del dio del tuono Apulu, che aveva guidato che aveva ucciso il serpente che custodiva l’ oracolo e che aveva qualità profetiche e di portatore di luce. E’ proprio quando la melodia sembra scemare che sul finale del pezzo c’ è l’ assalto di Bruno e lo sciabordio di una chiusura strumentale tempestosa. Tages Born form the earth e Carnal Genesis non sono le normali cavalcate death: Michele procede a passo di catene nel senso che a un motivo base si frappone un riff più compresso dall’ overdrive che imprime un’ illusione di rallentamento. Quello che potrebbe rivelarsi un difetto in questi due pezzi energici, ma può elevarli a un rango internazionale sta nel fatto che, a volte ma non in tutte, il racconto nei testi è messo in primo piano rispetto al riff, che funge quasi da araldico accompagnamento. Il groove è sempre molto elaborato e in primo piano, ma Il growl è scandito molto bene e ha una possenza insita. Carnal Genesis palesa ancora una volta il groove claustrofobico che i nostri vogliono imprimere nel finale dei brani sbattendo tutti gli strumenti. Il sound di Measure the Divine contiene quella componente del rito pagano che ritroviamo nei famigerati Kampfar. I contorsionismi dell’ elettrica e del basso vogliono terrificare e la tastiera giunge come il moralizzatore a decidere chi mandare alla gogna in questo brano ingiustamente sottovalutato. Teofagia ha un titolo di per sé viscido e riguardo al testo tratta di brividi di terrore che un guerriero prova quando qualcosa che lo appartiene si sta allontanando. La chitarra oscura e la batteria fetida concorrono a aumentare il pathos. Black Metal dei Venom è stata rivisitata mettendo maggiormente in evidenza i caratteri emozionali e di ripetitività del genere black. La traccia finale Tirreno regala all’ ascoltatore provato un testo in italiano, anche se dall’ aura apocalittica, che si incastona in uno schema leggermente epico e di variazioni fatte da assoli e linee melodiche indipendenti e che intavola alcune profezie come la salvezza cristiana, la quale passerà dal giudizio degli infedeli. Da notare che i gruppi tradizional popolari degli anni settanta non avevano ambizioni di esportare il proprio sound all’ estero, ora l’ enfatizzare dei Voltumna di certi ritmi e leggende della loro terra per farla conoscere anche a un pubblico più navigato con tantissime tournee e nello stesso tempo non vendersi rimanendo legati alle zone in cui hanno giocato fin da piccoli assume contorni eroici e vuole dire che qualcosa si sta muovendo, un qualcosa che li porta a essere definiti quasi dei Sassoni: questo popolo era stato quasi adottato in Britannia, ma dopo alcuni secoli aveva strenuamente difeso una terra che non era la loro dagli scozzesi. Allo stesso modo i Voltumna si sono messi in competizione sui palchi tedeschi e statunitensi con chi il pagan black e il death lo macina da decenni facendo aprire gli occhi sulla grandiosa fusione culturale che hanno compiuto.

 

 

Polverone Liz

84/100