30 GIUGNO 2017

Un disco come quello degli Zenden San è insolito per una rivista come la nostra, che converge più su suoni e melodie di stampo metal o hard rock, ma sorprendentemente Daily Garbage risulta un ascolto piacevole e scorrevole per ogni orecchio.  

Non è semplice portare avanti un progetto come quello costruito da Fabrizio Giovampietro e Alessandra Fiorini, sia dal punto di vista compositivo, sia da quello prettamente relativo all’approccio con il pubblico, stupisce quindi come i due Zenden San siano riusciti ad emergere nella nostra penisola riuscendo a portare sui palchi di tutto il Paese la loro particolare musica, composta quasi esclusivamente da basso e batteria (eccezion fatta per la presenza qua e là di un synth). Ma procediamo con ordine.

Fabrizio e Alessandra, lui esperto bassista, lei virtuosa batterista, si incontrano in quel di Cremona nel 2015, dove fondano il suddetto duo, Zenden San, con l’intento di esprimere il proprio stesso vivere attraverso la musica, suonata, creata e (permettetemi il gioco di parole) vissuta. In un anno riescono a comporre e a portare davanti al grande pubblico quello che diverrà il loro primo disco, quel Daily Garbage di cui oggi parleremo. Impresa difficile ma non impossibile per due musicisti del loro calibro: non è da tutti né riuscire a comporre solo per batteria e basso e trasformare questi due strumenti, generalmente la sezione ritmica, in due strumenti solisti, né tantomeno fruire di un tipo di musica come la loro, ma i due riescono a farsi seguire proprio grazie alle loro grandi doti tecniche. 

Daily Garbage è un insieme di ottime idee, in cui basso e batteria, come già detto, diventano strumenti perennemente solisti, oltre che ricoprire anche il ruolo di sezione ritmica grazie all’ormai noto gioco della registrazione multi-traccia. Ad accompagnare Fabrizio vi è costantemente il supporto tecnico di effetti sfruttati sempre nel modo giusto, senza quell’eccesso che renderebbe sì ogni brano più pieno, ma sicuramente saturo e noioso. Inoltre è da sottolineare che negli Zenden San tutto suona: basso e batteria sì sono anche strumenti solisti, ma lo sono contemporaneamente, riuscendo comunque ad evitare quella cacofonia pericolosa e tipica dei gruppi in cui tutti vogliono emergere nello stesso momento. La parte di batteria accompagna le linee melodiche di basso, ma non con i soliti riff ritmici ben noti a tutti, ma con altrettanti soli che integrano e completano l’operato di Fabrizio. Inoltre, e soprattutto, c’è da dire che sono le pause a fare la differenza: le pause suonano come (forse anche più!) delle note suonate, sono loro a portare avanti il groove laddove rischia di cadere nella noia. Insomma, dieci tracce composte e suonate solo dalla sezione ritmica, ma mai noiose, sempre divertenti, mai ripetitive, ma in continua evoluzione. Non c’è un “ritornello”, non c’è una strofa: ci sono solo dei motivetti che restano in testa, slappati, pizzicati, arpeggiati, sempre nuovi, sempre diversi. 

Apre il disco Boom, che inizia proprio con un’esplosione di note, che si trasforma in un breve diretto brano, lasciando il posto alla seguente Death of an Egghead. Il lungo minutaggio (6:00) non compromette la vivacità del brano, che riesce a passare da momenti più lenti ad altri più vivaci, non stancando mai l’orecchio dell’ascoltatore. Come detto, spesso gli effetti del basso vengono in aiuto di Fabrizio, che riesce a destreggiarsi sulle ritmiche di Alessandra e governare quegli stessi effetti, evitando che siano loro a dominare lui. Ecco che ne esce un gioco di bassi sempre nuovo, e quando sembra annoiare, entrano i sound nuovi o interviene la batteria. In sostanza, uno dei migliori brani del disco. 

Terza traccia è la title track, Daily Garbage. Si noti come questo pezzo valga come testimonianza di quanto detto: uno dei momenti orecchiabili è proprio quando il basso gioca a “botta e risposta” contro le pause, quando il suono risponde alla sua antitesi, il silenzio. 

Life of Pavement si apre con l’unico riff di batteria già sentito, che si ripropone qua e là per tutto il brano, a cui fa eco un basso che alterna momenti di tranquillità espressi con un delicato arpeggio a momenti più potenti scanditi da una notevole distorsione. 

Poco da dire sulla quinta traccia, Elephant and Spider. Soffermiamoci invece sulla seguente, Doctor’s Club, sesto brano, il primo a presentare uno strumento che non sia basso e batteria, il synth a cui abbiamo fatto riferimento precedentemente, un synth che non pervade la canzone, ma lascia comunque il dovuto spazio a quelli che sono gli strumenti dominanti del duo Zenden San. 

Successiva è Eltu Rasz. Qui Fabrizio fa anche buon uso delle armoniche, lasciandosi andare, sul finale, a quella distorsione sopracitata nei riguardi di Life of Pavement, in quello che potrebbe sembrare un sound più grunge alla Nirvana piuttosto che il tipico funk a cui ci hanno abituati. 

Dopo Doctor’s Club tutti brani sfruttano il synth, come Interim e, soprattutto, Industrial Zone, brano che non dispiacerà e deluderà i nostri lettori più fedeli, in quanto presenta accenni a quelle sonorità metal cui sono più abituati.  

Giungiamo infine alla traccia di chiusura, dal curioso (ma non troppo!) titolo Burpobarf, nulla di particolare rispetto ad altri brani più riusciti come Death of an Egghead, ma possiamo comunque sottolineare come nella parte conclusiva, il basso viene suonato nella maniera più comunemente nota, restituendo una melodia meno funk ma più orecchiabile per un pubblico non avvezzo alle loro sonorità. 

In conclusione, possiamo dire che Daily Garbage è un lavoro ben riuscito, per un progetto che, per il suo proprio essere, è in continua e ripida salita. L’album si fonda totalmente sulle solide basi composte dalla magistrale tecnica espressa da Fabrizio e Alessandra e dalla loro ineccepibile capacità compositiva. Sono stati in grado di far suonare ogni parte dei loro strumenti nella maniera corretta e in perfetta sintonia con l’altro, dando vita ad un amalgama completo e ben definito. Inutile dire, ma non me ne vogliano gli Zenden San per l’ironia, che in un gruppo di stampo più “classico” farebbero faville. 

 

Claudio Causio

88/100