12 APRILE 2019

Il monicker di questa band potrà anche risultare insolito ai più, oltre che evocativo di un suono assai poco associabile al dark-black metal (genere di riferimento di questi MUSTAN KUUN LAPSET); ma, se traduciamo dal finlandese all'inglese, otteniamo un decisamente meno spiazzante “Children Of The Black Moon” ed ecco che, come per magia, le cose sembrano andare a ricollocarsi senza sforzi in una prospettiva più familiare e rassicurante.

Nati nel 1995 a Hullola, in Finlandia, come una black metal band tout-court, i nostri si sono successivamente evoluti incorporando via via sempre più elementi spiccatamente melodici e meno estremi, in particolar modo nella fase più recente della loro carriera, ripartita nel 2010 dopo lo split del 2007, di cui questo VALO (pubblicato su etichetta Inverse Records) è il secondo lavoro sulla lunga distanza, dopo Saatto del 2017.

Ricostruitisi attorno alla figura dell'unico membro originale rimasto, ossia Pete Lehtinen (voce,chitarra e tastiere), e con una line up completata dai fidi Heikki Piipari alla chitarra eVille Pelkonen al basso con l'aggiunta del nuovo entrato Kalle Takalo alla batteria, i MKL proseguono nel loro percorso musicale che li vede alla ricerca del perfetto punto di incontro tra le passate asperità black, qui ridotte all'uso dello scream nelle voci, e le sonorità melodiche e dai rimandi al folk finnico che fecero le fortune, tanto per citare la band più famosa, degli Amorphis del periodo Elegy, ma che proliferarono, spogliate dei rimandi folk autoctoni, fino al lontano Portogallo, con i Moonspell del pluricelebrato Irreligious, ma anche fino al mediterraneo, con i Rotting Christ del controverso A Dead Poem, generando una scena di band estreme dalle sonorità pesantemente influenzate dal gothic che averebbe spopolato in Europa nella seconda metà degli anni 90.

Sono le suggestive trame acustiche dell'iniziale KUNINKAAN UNI a spalancarci le porte di questo Valo, prima che l'irruzione di chitarre elettriche e della voce in growl ci catapulti in un istante alla Finlandia della seconda metà degli anni 90 grazie a riff pesanti ed evocativi che il contrasto con le persistenti trame folk rende tanto familiare quanto efficace.

L'intera traccia sembra costituire una sorta di profonda e avvolgente introduzione alla successiva EKSYNEET, nella quale confluisce senza soluzione di continuità.

Il brano rivela fin da subito una maggior personalità rispetto al precedente, grazie a trame maggiormente riconducibili al dark anni 80 e un uso più marcato dello scream nelle voci (siamo piuttosto vicini a quanto proposto dai celebri svedesi Tribulation nei loro ultimi output, per dare un riferimento più chiaro).

Le chitarre si fanno più melodiche e meno pesanti, le ritmiche più vivaci e gli arrangiamenti più complessi, con un basso pulsante in bella evidenza e un lavoro melodico di sicuro impatto, per un risultato che, seppure sicuramente non innovativo, si rivela estremamente godibile e dalla scrittura decisamente solida.

Le atmosfere si fanno leggermente più avvolgenti e sognanti con la successiva IKAROS, contrassegnata da un approccio che mantiene la vibrante vivacità dark-wave del brano precedente ma che la amalgama con una certa sapienza al gothic sound della succitata scena della seconda metà anni 90, voci femminili comprese (benchè lontane dall'opulenza operistica con la quale spesso dette voci venivano usate).

Il brano si rivela piuttosto leggero sia negli arrangiamenti che nelle melodie, scorrendo senza problemi nelle orecchie dell'ascoltatore e regalando senza problemi piacevoli sensazioni a chi dovesse essere affine a queste sonorità, spesso più vicine al gothic-rock che al gothic-metal tout court.

Sono ancora una volta splendide trame acustiche (il lavoro del mastermind Pete con il suo solo project folk Talvenranta ha sicuramente un peso non indifferente nello sviluppo di queste porzioni), prima di lasciare posto a sferzate elettriche e intrecci melodici stavolta si vicini al gothic-metal propriamente detto, per un brano per certi versi piuttosto derivativo nella forma ma di sicura efficacia nella sostanza, grazie a una maturità compositiva palese che gli permettere di raggiungere perfettamente e con profitto il suo scopo, cioè quello di avvolgere l'ascoltatore in un flusso sonoro denso ed etereo allo stesso tempo, e di farlo senza risultare stantio o ampolloso.

Alcuni rimandi al post rock e il ripresentarsi delle sempre bellissime trame acustiche non fanno che arricchirne ancor di più la pasta sonora, donandoci uno dei brani più ammalianti dell'intero lotto.

Sono delicate note di pianoforte, presto innervate da splendide trame folk, a introdurci alla breve quanto evocativa SOIDIN (la cui atmosfera quasi belligerante nell'uso delle voci richiama alla mente alcune cose dei Moonsorrow), brano che si rivela quasi uno splendido, bucolico interludio all'interno dell'album, andando poi a confluire nella lunga NOSTALGIA, contrassegnata da un basso in grande evidenza e da un riffing inizialmente molto incisivo e rock-oriented, apertamente in contrasto con le atmosfere del brano precedente, cui successive armonizzazioni e parti vicine al black metal, con tanto di blast beat martellante, non fanno nulla per togliere l'atmosfera grezza e ruvida, con un risultato piuttosto spiazzante, abituati come eravamo stati fin qui allo stile comunque sempre carezzevole e avvolgente del songwriting della band.

Non mancano parti più evocative e ammalianti, soprattutto nell'uso non invadente delle tastiere, ma l'impressione generale del brano, almeno nella sua prima metà, è quella di un pezzo che intende raggiungere le corde emotive dell'ascoltatore mediante un impatto grezzo e senza fronzoli, riuscendoci piuttosto bene.

La seconda parte del pezzo è caratterizzata da una maggior ricerca dell'atmosfera, benché l'impatto non manchi di farsi sentire, avvicinando la proposta dei nostri a quella dei grandiosi conterranei finlandesi Thy Serpent, a suggello di un brano quasi atipico, all'intero di questo lavoro, ma non per questo meno riuscito.

Con la successiva TROPAENUM torniamo nuovamente a quella che si potrebbe definire la “comfort zone” dell'album, con tastiere avvolgenti a introdurre sonorità dal forte afflato dark-gothic metal che la voce in growl (a cura, come nel resto dell'album, del bassista Ville, mentre le voci in scream sono appannaggio del mastermind Pete) rende ancora più evidente, e che nemmeno l'uso di frangenti nuovamente vicini al black metal sia nelle ritmiche che nelle scelte stilistiche riesce a scardinare, benché il loro uso contribuisca a donare una certa varietà atmosferica all'intero brano, che risulta così perfettamente bilanciato fra atmosfera e aggressione e costantemente vibrante lungo i suoi quasi otto minuti di durata, dimostrando di nuovo doti compositive certamente non trascurabili da parte del quartetto finlandese.

L'album si conclude con l'outro VALO, caratterizzata da suadenti ed emozionanti trame acustiche e folk dove strumenti a corda, ad arco e percussioni si combinano per dare vita a un quadro sonoro altamente suggestivo ed accattivante che però, a conti fatti, si rivela non essere la vera conclusione dell'album, demandata invece a ben due ghost track prive di titolo la cui prima si rivela essere nient'altro che un dialogo sormontato dal suono di delicate note acustiche, mentre la seconda è una traccia musicale vera e propria, caratterizzata dal medesimo approccio a metà strada fra il gothich-metal e il goth-rock alla base dell'intera opera, della quale non spicca certo come momento più interessante, ma che, a conti fatti, risulta comunque godibile e ben realizzata, fra sferzate più aggressive ed altre dai connotati melodici più spiccati, discreta conclusione di un lavoro dal songwriting maturo ed efficace che potrà sicuramente destare l'interesse degli ascoltatori più vicini alle succitate sonorità a cavallo fra il gothic-metal dalle influenze folk e il dark-rock ma che non storcono il naso di fronte a frangenti più aggressivi ed estremi.

Capaci e convincenti.

Promossi.

 

70/100

EDOARDO GOI